Anna Kulishoff: Il monopolio dell’uomo | OttoMarzo

Torna OttoMarzo, con la terza puntata dedicata a Anna Kulishoff. Sempre a cura di Francisco Soriano

Il 27 aprile del 1894, Anna Kulishoff pronunciava un discorso al Circolo Filologico Milanese sui diritti di genere. Questa testimonianza, lucida e assolutamente attuale venne pubblicata dalla rivista socialista Critica Sociale, con il titolo Il Monopolio dell’uomo.

Anna Kulishoff è lo pseudonimo di Anja
Rosentain. Figlia di commercianti ebrei nacque in Crimea, fra il 1853 e il
1857. Mostrò inclinazione allo studio già nei primi anni della sua vita e,
raggiunta la maggiore età, si trasferì a Zurigo dove seguì corsi di filosofia,
vivendo in un ambiente consono alla sua sensibilità culturale. In seguito,
all’ordine dello zar di rientrare in Russia, Anna ebbe la possibilità di
assistere allo stato di povertà e arretratezza medioevale di intere masse di
lavoratori agrari. Questa condizione di ingiustizia suscitò nello spirito della
donna una reazione decisa. Fra il 1877 e il 1880 Anna Kulishoff abbandonò la
Russia per stabilirsi in Svizzera, dove incontrò Andrea Costa, con il quale
comincerà un sodalizio di idee e sentimenti.

In Francia, in uno dei suoi periodi di
lotta più intensi, venne arrestata ed espulsa perché ritenuta una sovversiva;
rientrata in Italia, subì prima un processo a Firenze, accusata di cospirare
attentati insieme agli anarchici e, successivamente, a Milano, dove subì un
nuovo arresto per reati d’opinione. La sua liberazione ne determinò comunque
l’espulsione dal Paese, così Kulishoff si stabilì nuovamente a Lugano. Ancora
in Italia, raggiunse Andrea Costa in un momento esistenziale e affettivo molto problematico,
per la nascita della figlia e per la tubercolosi contratta nelle carceri
transalpine. Fra mille difficoltà, continuò le sue specializzazioni in
ginecologia alla Facoltà di Medicina di Torino e Padova, dando un contributo
scientifico rilevante con la tesi sulle
origini batteriche delle febbri puerperali
, che erano la causa principale
delle morti post partum. A Milano, Anna intraprese l’attività di medico: la dottora dei poveri lavorò per i
miserevoli e per le donne che non potevano permettersi un medico, conciliando in
questo modo fede politica e impegno professionale. Fu in contatto con le
esponenti del femminismo lombardo, come Anna Maria Mozzoni, Paolina Schiff e
Norma Casati che avevano costituito, nel 1882, La lega per gli interessi femminili. In questo periodo, si legò
sentimentalmente a Filippo Turati fondando insieme a lui e Costantino Lazzari,
nel 1889, la Lega Socialista milanese.
Insieme a Turati trasformò il salotto della propria casa in studio e redazione
della rivista Critica Sociale. Divenne
un riferimento per intellettuali e antagonisti, persone umili e sartine che vedevano in Kulishoff una benefattrice.
Riceveva visite in ogni ora del giorno e si prodigava per tutti fino a quando,
nel maggio del 1898, un gruppo armato fece irruzione e arrestò la coppia con
l’accusa di sovversione. Scarcerata, grazie all’indulto, Anna non arretrò nella
sua lotta ed elaborò un progetto di legge sul lavoro minorile e femminile che
Turati fece presentare in Parlamento con il nome di legge Carcano, approvata nel 1901. Kulishoff abbandonò le posizioni
estremiste che avevano caratterizzato i suoi primi anni e concepì l’azione
politica come strumento maturo, sociale e pacifista. Spinse Turati ad
abbandonare gli intransigenti del partito e gli consigliò di trattare con
Giolitti temi sociali che avevano maggiore necessità e celerità di essere
affrontati. L’azione fondamentale tuttavia, fu la questione femminile: le donne
dovevano assumersi responsabilità politiche e civili, lavorare e rendersi
indipendenti, ottenere la parità dei diritti a cominciare da quello del voto.

In questo frangente della sua vita
politica, Kulishoff ebbe modo di verificare l’indolenza degli uomini, anche di quelli
che militavano in partiti progressisti. Grazie al suo incredibile contributo,
nel 1911 nasceva il Comitato Socialista
per il suffragio femminile.
Inoltre, veniva fondata la rivista La difesa delle lavoratrici, cui non fecero
mancare il proprio apporto tante attiviste femministe. Nella generale
delusione, fu proprio Giolitti che non consentirà un coinvolgimento politico e
civile alle donne: per Anna comincerà un periodo di sconforto dovuto alle
lacerazioni all’interno della sinistra e per il movimento antisocialista e nazionalista
che produceva violenza e intolleranza.

Nel 1925 Anna Kulishoff morì. Per le
strade di Milano, il funerale fu seguito da una folla immensa mentre squadracce
fasciste attaccavano il corteo e si scagliavano contro le carrozze distruggendo
i drappi funebri, dando esempio di brutalità inaudita. Il fascismo più becero
prendeva forma irreversibilmente nel nostro Paese.

Il Monopolio
dell’uomo

è uno di quei libri che non ingiallisce col passare del tempo, rimane attuale
per il contenuto valoriale che sublima principi e diritti inalienabili. Anna
Kulishoff poneva subito un quesito:

Come mai bisogna isolare la questione della donna da tanti altri problemi sociali, che hanno tutti origine dall’ingiustizia, che hanno tutti per base il privilegio d’un sesso o di una classe?

Anna
percepiva nell’ingiustizia sociale la testimonianza che le vittime più colpite
nei rapporti sociali moderni erano proprio le donne e faceva notare che, pur
con rare eccezioni, gli uomini di qualunque classe sociale difendevano

il privilegio di un sesso considerandolo come un fenomeno naturale, con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto la chiesa, dio, scienza, etica e leggi vigenti.

Nella
certezza che nel XIX secolo, l’evoluzione intellettuale e morale della specie
umana aveva temperato la schiavitù della donna e l’avrebbe convertita in mera
sottomissione, Anna ricordava che bisogna ammettere che

fin dai tempi antichi e nel primo cristianesimo, si levarono voci in favore degli schiavi ma la schiava non ha trovato patrocinio neppure nella migliore delle religioni (la cristiana).

È
a questo punto che Kulishoff si scagliò contro i padri della religione: quelli
come San Paolo, San Giovanni Crisostomo, Sant’Agostino che contribuirono massicciamente
a quell’idea della donna come porta del
demonio
. Non da meno, accadde che durante la Rivoluzione francese si
demolissero le istituzioni basate sul diritto civile, ma non fu permesso alle
donne di emanciparsi. Non fu concesso a Olympe de Gouges, che finì ghigliottinata.
I tempi erano maturi per vedere le donne non più costrette al destino del
focolare, ma consapevoli di possedere strumenti culturali per emanciparsi,
finalmente lontane dai capricci di oppressori e assassini e dai concili in cui
si discuteva dell’assenza dell’anima nel
genere femminile
. Nonostante l’innalzamento della media numerica di donne
che frequentavano accademie e università, non era ancora possibile contrastare

il monopolio dell’uomo che era troppo vasto per poter trattare tutte le manifestazioni: in famiglia, nei diritti civili e politici e nel campo della lotta per l’esistenza, sia materiale che intellettuale.

Kulishoff
nel suo intervento ricordò la frase di Letourneau: il primo animale domestico dell’uomo fu la donna, […] vinta dalla sua
forza brutale
. Già nelle società primitive infatti, la donna si distinse
per spirito di abnegazione, naturalmente legata ad accudire i figli e a
lavorare duramente sotto il sole. Questa situazione, le costringeva a
escogitare nuove industrie e scoperte di rilievo: si smascherava l’assurda
teoria della loro presunta pigrizia intellettiva. Schiave nell’antica Grecia e
a Roma, non cambiò la loro situazione nel medioevo: il concetto egemonico era
quello di uomini guerrieri e di una società religiosa che alimentava il
disprezzo verso le donne. Kulishoff sottolineava con lucidità il ruolo delle

Beatrici, delle Laure e delle Leonore che rappresentarono per i loro poeti uomini, niente altro che allucinazioni, donne create nel vago intuito dei poeti che sentivano l’uomo un mezzo essere se non completato dalle donne (disprezzate e oltraggiate).

Come
potevano gli uomini superare questa contraddizione? Con la fantasia ascetica
che costruiva un ideale femminino etereo,
di donna bionda, linfatica e vicina agli angioli, possibilmente lontanissima
dal poeta.
Pagine sublimi dove Kulishoff, non senza ironia, dice che i
versi più che «lusingar l’amore
proprio femminile sono atti a rattristare l’animo, visto che gli uomini
d’ingegno per trovare sfogo alla loro espansione affettiva dovevano collocare
la donna nel cielo o nelle visioni allucinatorie».

È
chiaro che nelle civiltà moderne la forza muscolare era elemento che non aveva
la stessa importanza come nel passato e le donne avevano acquisito la
consapevolezza che dovevano prendere parte ai processi economici della società per
rendersi autonome economicamente. In questo frangente, anche un altro istituto
sociale andò in crisi: la pratica matrimoniale mutò sia per le nuove condizioni
sociali che per le difficoltà economiche. Questo problema sdoganò la «modalità
del matrimonio in unione d’affari, divenendo esso stesso una selezione
vergognosa: selezione di capitali, senza riguardo né alle simpatie né alle
grandi disparità di età.»

La
definizione di parassitismo morale
della donna rappresentò un nuovo campo d’analisi della crisi nei rapporti
sociali fra generi umani. La sua origine derivava dal servilismo e dalla
sottomissione che le donne avevano accettato dagli uomini. Per Kulishoff, la
donna aveva dovuto compiacere l’uomo nel corso dei secoli utilizzando la
propria intelligenza in direzione del suo padrone, rendendola obsoleta. Dunque,
si spiegava la proclività alla finzione
di donne che pro bono pacis dovevano
fingere di essere fedeli e compiacenti ai propri uomini. È la prova di un’ultima
difesa che le veniva riservata per sopravvivere e per non cancellare
definitivamente la propria personalità. Nella considerazione che il carattere non si allea mai col servilismo,
le donne indipendenti vengono considerate ribelli, inquiete, turbolente e pericolose per la società.

Fra
le tante intuizioni di questo scritto, fu quella della differenza fra altruismo
familiare e sociale. Per Anna, il sentimento della maternità era causa di
altruismo domestico che in tempi moderni è la rappresentanza di egoismo,
grettezza ed è nemico dell’altruismo sociale. Nella società la donna diventava
elemento essenzialmente reazionario e conservatore, che temeva innovazione e
germinava sentimenti antisociali determinando ed elevando il sentimento
egemonico dell’uomo. Fino a che la donna non basterà a se stessa e non entrerà
consapevolmente in cooperazione volontaria con gli uomini nel mondo del lavoro
e nella società, il privilegio dell’uomo sulla donna resterà, anche perché quest’ultimo
sarà sempre timoroso della concorrenza. Kulishoff vide nell’industrialismo
moderno una chance per la donna: era doppiamente schiava dell’uomo e del
capitale, ma la donna operaia, nonostante tutti i mali, poteva essere
indipendente dall’altro sesso in un processo temporale futuro. Si prospettava,
a questo punto, una nuova battaglia per i salari e i diritti sul posto di
lavoro che, con dati statistici alla mano, riserva alle donne più ore di lavoro
a minor costo, in Paesi come la Francia, l’Inghilterra, la Germania e l’Italia.
L’inferiorità dei salari non era per la minore produttività in quanto veniva
dimostrato il contrario, ma piuttosto per la mancanza di una unione d’intenti e
salvaguardie fra donne. Dunque, la questione dei salari non risiedeva neanche
in una legge economica propria del mondo capitalistico, ma era determinata dal
costume e da una certa egemonia culturale fatta di tradizioni e concetti che
discriminavano le donne. In generale, la discriminazione salariale era ben
diffusa in tutte le professioni, anche quelle che necessitavano di studio e di
un alto grado di professionalità, come l’insegnamento e la cura dei malati.

La
strada che Anna Kulishoff aveva individuato era lunga ma tracciata. Nel 1890 lei
stessa si augurava l’avveramento della profezia di Victor Hugo che presagiva per
la donna quello che Gladstone profetizzava per l’operaio: il diciannovesimo secolo sarebbe stato il secolo della donna.

Indicazioni bibliografiche

  • F. Turati, A. Kuliscioff, Carteggio, raccolto da A. Schiavi,
    Torino, Einaudi, 1977.
  • A. Kuliscioff, F. Turati Il voto alle donne: polemica in famiglia
    per la propaganda del suffragio universale in Italia
    , Milano, Uffici della
    critica sociale, 1910.
  • A. Kulishoff, Il Monopolio dell’Uomo, introduzione Rita Levi
    Montalcini,Ed. Zephiro, Milano 1994.




Ballade en l’honneur de Louise Michel | OttoMarzo

Seconda puntata della rubrica OttoMarzo, a cura di Francisco Soriano

In questi giorni abbastanza bui fra tentazioni restauratrici, tensioni sovraniste e regressioni in termini di diritti umani e civili, ho avuto la buona sorte di imbattermi in una bella pubblicazione di Anne Sizaire sulla vita dell’anarchica transalpina, Louise Michel, La “viro major” – Breve storia (1830-1905), stampato dalle Edizioni “La Fiaccola”, di Ragusa.

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Louise Clémence Michel Demahis nasce nel 1830, in un castello storico della Lorena nei pressi di Domrémy. Louise era figlia di Laurent Demahis, notabile del castello di Vroncourt-la-Cote e della sua donna di servizio. Sopraggiunta la morte di Monsieur Demahis, gli ereditieri riescono a distruggere l’esistenza dorata di Louise, cacciandola dal castello. Tuttavia nei suoi primi anni lontana dalla Loira, Louise potrà sopravvivere grazie a una piccola dote assegnatale per evitare l’esclusione totale ai beni di famiglia. Nel 1856 giunge a Parigi e si stabilisce nei pressi della Bastiglia come gestrice di una pensione per donne. Divenuta istitutrice nel gennaio del 1853, le sue iniziative pedagogiche vengono intercettate dalle istituzioni e censurate come incongrue, talvolta vengono definite addirittura come scandalose. Coerentemente con le persecuzioni messe in atto, non tarda ad arrivare dal rettorato di Chaumont una denuncia contro Louise per aver cancellato dalle sue lezioni la preghiera del mattino sostituendola con la Marsigliese. Louise ha una notevole sensibilità letteraria e scrive epistole e poesie a Victor Hugo suo ammiratore. Esordisce inoltre, scrivendo per un giornale di Chaumont, con un testo sull’Impero romano metafora del regime illiberale di Napoleone III.

A Parigi scopre il suo talento di scrittrice e incontra persone che saranno determinanti per tutta la sua esistenza di libertaria: Jules Vallès, Auguste Vermorel, Émile Eudes futuri protagonisti della Commune. Segue corsi clandestini di materie vietate per decreto imperiale, come le lezioni di storia moderna. Louise dà il suo contributo organizzando corsi di letteratura e sostenendo l’idea del romanzo come strumento di un linguaggio semplice ma ricco di contenuti sociali: La misère, Le claque-dents, Le crimes de l’époque e Les paysans. Tra le sue frequentazioni importanti quella di Henri de Rochefort, il marchese anarchico dalla penna sublime che sbeffeggiava con derisione e ironia l’impero. Altri attivisti vicini a Louise furono Louis Auguste Blanqui e Armand Barbès, ambedue incarcerati e rilasciati in varie occasioni dal 1830 fino ai moti del 1848. Intanto nel 1864, grazie soprattutto alla compagine francese antiautoritaria guidata da Eugène Varlin, nasce a Londra l’A.I.L, la Prima Internazionale dove per la prima volta nella storia del mondo, operai di tutti i Paesi discutono sulle strategie da attuare per il miglioramento delle proprie condizioni di lavoro. La corrente maggioritaria alla Prima Internazionale è quella dell’anarchismo mutualista grazie alla presenza delle imponenti figure di Proudhon e Bakunin. Lo scontro sul metodo fra marxisti e anarchici, sul concetto di Stato e del potere non deflagra il movimento che rimane compatto solidaristicamente.

Napoleone III aveva subito una débâcle senza precedenti contro le truppe prussiane e aveva gettato il Paese in una situazione di confusione istituzionale ed economica. I francesi vivevano la vergogna della disfatta ribellandosi anche alle ingiustizie sociali. Furono organizzati gruppi di volontari armati, intellettuali ed esponenti della sinistra parigina che presero parte a una rivolta che portò, il 4 settembre del 1870, alla formazione della Repubblica. L’esperienza della Comune rimarrà esperienza irripetibile: vennero pianificate elezioni, si assicurarono i servizi di base alla popolazione, furono creati aiuti pensionistici per vedove e orfani di guerra, fu avviata la restituzione dei beni dati allo stato nel periodo precedente alla rivoluzione, si sancì la libertà di stampa e opinione, il diritto dei lavoratori di gestire la fabbrica qualora fosse stata abbandonata dal proprietario, i salari pubblici furono equiparati a quelli degli operai e infine, vennero emanati decreti che prevedevano la separazione delle funzioni Stato-Chiesa con il regime scolastico completamente laicizzato. Durante la Comune, Louise si vestiva da maschio e non voleva essere relegata al ruolo di infermiera che di solito veniva riservato alle donne. Non amava né tattiche né strategie e combatteva sulle barricate come nessuno era capace. Arrestata, venne trasferita nel forte militare di Satory con centinaia di rivoltosi. In tribunale dichiarò di aver voluto uccidere Thiers e chiese la propria esecuzione capitale ai giudici della corte: Se mi lascerete vivere esorterò alla vendetta. La sentenza fu di esilio a vita e Victor Hugo le dedicherà una lirica, “Viro major”: Facevi ciò che fanno i grandi cuori folli. Esaltavi coloro che vengono schiacciati e calpestati. Nell’agosto del 1873, Louise con altri comunardi condannati venne esiliata in Nuova Caledonia. Oltre ai lavori forzati, ai prigionieri veniva lasciata una certa libertà di movimento in quella straordinaria natura selvaggia. Louise subito si interessò agli abitanti autoctoni, i canachi: li frequentò, imparò la loro lingua, insegnò loro il francese. Nel 1878 ebbe l’amnistia e fu così che poté rientrare insieme ai suoi cinque gatti dalla Nuova Caledonia.

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Louise ha cinquant’anni, è il novembre del 1880 e tutti l’attendono alla stazione di Saint-Lazare. Giornalisti e vecchi compagni di lotta, il marchese de Rochefort, Jules Vallès e Louis Blanc. Il fallimento della Comune determinò anche l’appannamento di quella idea di società libertaria, solidale e mutualistica che l’aveva animata. Cambiarono i rapporti di forza al congresso dell’Aia del 1872 e i marxisti fecero espellere Bakunin. Louise è contro ogni potere e molti dei suoi amici sono ormai degli ottimi funzionari ministeriali: Il potere è maledetto ed è per questo che sono anarchica! Nel 1881 è delegata a Londra per la sezione francese dell’A.I.L, che si riunisce in congresso. Si tracciano linee di azione nel sociale, scioperi, insurrezioni e interessanti proposte di creazione di negozi cooperativi, società di mutuo soccorso e assistenza, giornali e atelier autogestiti. Un anno dopo partecipa a una manifestazione in onore di Blanqui nell’anniversario della sua morte, viene arrestata per oltraggio al pubblico ufficiale. Nello stesso anno, dissociandosi dai socialisti parlamentaristi nel salone Favié a Parigi, si pronuncia per l’adozione della bandiera nera. Si dichiara anarchica contro il suffragio universale, definendolo inganno del potere. Crea la Lega delle donne rivoluzionarie e si dirige verso Lione per sostenere gli anarchici arrestati, fra cui Kropotkin. Tiene innumerevoli conferenze, provoca una sommossa e si pone a capo di una manifestazione di disoccupati nel cuore di Parigi. Arrestata viene condannata a 5 anni di reclusione, fuori dalla prigione de Rochefort provvede alle spese di mantenimento soprattutto della madre di Louise. Un anno dopo, grazie all’ennesimo movimento per la liberazione dei detenuti politici viene amnistiata. A Le Havre, nel 1888 mentre parla in pubblico, un uomo le spara, ferendola a un orecchio. La reazione di Louise è ancora una volta sorprendente. L’uomo è uno squilibrato e Louise si preoccupa per lui e la famiglia che versano in uno stato di miseria. In tribunale, la difesa verso quell’uomo è così strenua che i giudici gli conferiscono la libertà. Il primo maggio del 1890, Louise si trova a Vienne, nell’Isère: è a una manifestazione con i compagni anarchici a protestare per i licenziamenti nelle fabbriche della seta grazie alla meccanizzazione del settore. Arrestata, le autorità optano per il rilascio e la dichiarano incapace di intendere e volere. Louise offesa, lascia la Francia direzione Londra dove ritrova Rochefort e Kropotkin. Gli anarchici intraprendono in Francia una deriva terroristica e, l’11 marzo 1892, Ravachol posiziona una bomba a Saint-Germain. Nel 1893 puntuale arriva l’inasprimento di leggi sulla sicurezza e nello stesso anno vengono giustiziati il giovane italiano Sante Caserio e Ravachol che avevano tentato di far saltare in aria l’Assemblea Nazionale. Il 24 giugno 1894 viene assassinato a Lione il presidente Sadi Carnot. A settanta anni, Louise torna in Francia, organizza più di 100 conferenze e collabora con i suoi scritti su Le Libertaire. Nel 1897 pubblica il libro La Commune, grazie a Paul-Victor Stock. Nel 1904 è ad Algeri, per un giro di conferenze e per protestare contro l’imperialismo francese in Africa. Rientrata a Marsiglia, in una sua ultima conferenza afferma: Quando ero tra la vita e la morte, ho visto scurirsi tutto il male venuto dalle miserie eterne. Mi sembrava che l’amore infinito diventasse portatore di senso, era una forza dell’avvenire. Sono tornata per dirvelo. La rivoluzione sarà lo sbocciare dell’Umanità come l’amore è lo sbocciare del cuore. Il 10 gennaio del 1905 si spegne serenamente a Marsiglia.

Bibliografia essenziale:

  • Anne Sizaire – Louise Michel, La “viro major” – Breve storia (1830-1905), Edizioni “La Fiaccola”, Collana “La Rivolta”. Ragusa, 2012
  • Louise Michel, Mémoires, François Maspero. Paris 1976
  • Louise Michel, La Commune. Editori Riuniti. 1969




Clara Eissner Zetkin e la questione femminile | OttoMarzo

Argo inaugura, in questa giornata che pone un’attenzione particolare al mondo femminile, uno spazio nuovo intitolato OttoMarzo in cui vengono pubblicati, ogni quindici giorni, articoli che riguardano la vita, le opere, il pensiero e le azioni di donne straordinarie. I contributi nascono dalla raffinata penna di Francisco Soriano, che da tempo porta avanti la ricerca e lo studio sulle vite di coloro che si sono fatte carico del faticoso processo di rivendicazione della Libertà e dell’uguaglianza dei diritti. Donne che hanno fatto la Storia, attraverso l’impegno, le lotte, i sacrifici, il lavoro, la partecipazione, la cura delle relazioni e la rinuncia -spesso- alla propria libertà e alla propria vita, in nome della dignità, del rispetto, dell’uguaglianza dei diritti umani e civili. Donne che la Storia, troppo spesso – e in modo strategico- ha deciso di dimenticare.
L’intento è quello di rendere ogni giorno della vita di ciascuno di noi, in ogni angolo della terra, un OttoMarzo nutrito di consapevolezza e bellezza, di conoscenza e rispetto delle individualità, delle libertà e della coscienza di ogni creatura umana. OttoMarzo è un percorso nella Storia e nelle Storie, che Soriano propone per ricordarci che «senza il principio generale di uguaglianza, di legittima richiesta di partecipazione e responsabilità alla vita civile nelle proprie società, senza l’abbattimento di pretese egemoniche di gruppi di potere o burocrazie politiche, il percorso verso una piena e matura uguaglianza di genere resta complesso e imperfetto».
Rossella Renzi

Clara Eissner Zetkin fu la prima politica e femminista a proporre nel 1910, al Congresso di Copenhagen, l’istituzione di una Giornata Internazionale della donna. Pensatrice e rivoluzionaria di statura mondiale fu presto dimenticata dalla Storia, talvolta avida di figure femminili spesso concepite solo in una dimensione scandalistica, tragica o da romanzo rosa. Clara Zetnik fu una donna di incommensurabile valore: personalità complessa e moderna elaborò un pensiero libero e indipendente, si prodigò materialmente in un’azione che intendeva combattere la sudditanza femminile in una dimensione di lotta globale per l’emancipazione dei più deboli e del proletariato e rivendicò nei confronti delle stesse donne una vera e propria assunzione di responsabilità nella società civile.

Fu questa idea di lotta, divenuta valore invincibile per Clara, che rappresentò la stella polare del suo straordinario percorso di rivendicazione. Erano anni importantissimi, donne affascinanti e accese rivoluzionarie rappresentavano nell’itinerario della lotta per i diritti, il riferimento di intere
comunità di uomini e donne che intravedevano la conquista di libertà e uguaglianza come condizioni possibili in un orizzonte non lontanissimo. L’uguaglianza politica è certo prerequisito per il rispetto dei diritti umani ed economici ma non conduce, come già era chiarissimo a Clara Zetkin, all’automatismo delle pari opportunità per la “semplice” fruizione dei diritti nella partecipazione politica. La pensatrice tedesca sembra essere in qualche modo legata da un filo rosso alla parabola tragica di Olympe de Gouges: soprattutto per quel richiamo solenne a tutte le donne invitate a una presa di coscienza e di responsabilità nella vita civile e amministrativa della società.
La scrittrice transalpina della Dichiarazione dei diritti delle donne rivendicava il diritto ineludibile di ogni donna di salire sul patibolo come sulla tribuna politica. Era giunto il momento di stabilire, una volta per tutte, che le donne non erano più relegate a occuparsi soltanto di questioni familiari ed emozionali ma chiamate a prendere parte responsabilmente alle scelte, alle vicissitudini, alle lotte per il miglioramento della cosa pubblica.
Nel 1874, Clara Eissner Zetkin cominciò a frequentare un corso per diventare insegnante e fu in questa occasione che ebbe i primi contatti con il movimento delle donne e dei lavoratori formatosi in Germania. Aderì pertanto al Partito Socialista fondato dalla fusione di due formazioni politiche: l’ADAV di Ferdinand Lassalle e lo SDAP di August Bebel e Wilhelm Liebknecht. Erano purtroppo gli anni della reazione conservatrice del cancelliere Otto von Bismarck e molti militanti antagonisti furono costretti alla fuga. Zetnik fu costretta a trasferirsi a Zurigo: era il 1882. Successivamente si diresse a Parigi, dove conobbe Osip Zetnik già espulso dalla Germania per attività politiche illegali. Egli diverrà il suo compagno e padre dei suoi due figli. Diverse vicissitudini economiche la costrinsero a una vita particolarmente difficile: cercò di sbarcare il lunario come giornalista e traduttrice. Fu però nella capitale transalpina che ebbe la possibilità di incontrare i leader del movimento operaio internazionale e confrontarsi con i valori del marxismo e delle altre compagini politiche. I movimenti antagonisti divennero i riferimenti nella II Internazionale svoltasi a Parigi in coincidenza con l’Esposizione Universale. Clara Zetkin contribuì massicciamente con i suoi contributi ai lavori preparatori dei vari congressi della II e III Internazionale, partecipando sia come corrispondente dell’organo di stampa Socialdemokrat, sia come delegata delle donne socialiste di Berlino. Il contributo della Zetkin risulterà fondamentale grazie alla pubblicazione del suo libro sulla questione dei diritti delle donne e dei lavoratori, in un’ottica internazionalista e di rivendicazione del movimento femminile all’interno di una cornice ideologica prettamente marxista. Non a caso, lei stessa sosterrà le strade del socialismo e del femminismo come assolutamente univoche e indissolubili. Intanto, nel 1898 si era tenuto a Stoccarda il Congresso del partito e Zetkin si battè per avere un confronto con i sostenitori che facevano riferimento a Bernstein. Fu un momento drammatico dell’intero movimento: fondamentale risultò essere il pensiero di Rosa Luxemburg. Tra le due nacque una profonda amicizia. Si ritrovarono insieme al Congresso di Hannover, dove si consumò lo scontro definitivo fra Bebel e Bernstein. Clara Zetkin espresse, contro ogni revisionismo, le sue posizioni sul giornale femminista Die Gleichheit e Rosa Luxemburg in un libro divenuto famoso: Riforma sociale o rivoluzione? Ambedue parteciperanno a tutti i congressi di partito e a un impegno senza precedenti, pubblicizzando posizioni antimilitariste, antimperialiste, femministe e di lotta al riformismo. Infatti, nel 1915 Zetkin organizzava in Svizzera la prima Conferenza Internazionale delle donne socialiste contro la guerra imperialista e capitalista.
Anni intensissimi culminati nella rottura insanabile con la maggioranza revisionista del partito e la fondazione del Partito Comunista tedesco, dopo la costituzione del gruppo Internationale e il primo numero della rivista omonima nell’aprile del 1915. Per la Zetkin, la questione femminile era
inscindibile dalla questione sociale: erano momenti topici per la vittoria del proletariato. Le due questioni rappresentavano la duplice sudditanza all’uomo e del proletariato al capitale che dovevano essere sconfitti dall’azione coordinata delle donne in ogni settore della società. Fu nel Congresso di Gotha che Zetkin portò sul tavolo la proposta di organizzare un sistema di fiduciari del partito per pianificare la lotta politica delle donne in tutti i centri regionali del Paese e, non a caso, nel 1920 Clara Zetkin venne eletta Presidente del Movimento internazionale delle donne socialiste. In questi anni, molti furono i contatti con Lenin anche durante l’esilio a Monaco. Proprio agli esordi della III Internazionale vi fu un incontro, fra Lenin e Zetkin ricordato dalla femminista in uno scritto del 1925 da titolo: Lenin sul movimento femminile. Un testo interessante per comprendere l’idea di società che Lenin intendeva sviluppare. La stessa Zetkin narrava dell’interesse che il rivoluzionario prestava alla questione femminile:

«Il compagno Lenin mi ha spesso parlato della questione femminile. Le riconosceva una grande importanza, poiché il movimento era per lui parte costitutiva e, in certe condizioni, parte stessa del movimento delle masse. È inutile dire che egli considerava la piena eguaglianza sociale della donna come un principio indiscutibile del comunismo»

Uno degli incontri fra i due avvenne proprio nell’ufficio di Lenin, al Cremlino, egli così affermava:
«Noi dobbiamo assolutamente creare un potente movimento femminile internazionale, fondato su una base teorica netta e precisa. È chiaro che non può aversi una buona pratica senza teoria marxista. Noi comunisti dobbiamo mantenere su tale questione i nostri principi in tutta la loro chiarezza. Dobbiamo distinguerci nettamente da tutti gli altri partiti».
Era chiaro che l’unica visibilità e la sola possibilità di dare quadri sperimentati e preparati al movimento femminile fu l’allora partito bolscevico. Molteplici erano le contraddizioni e le sofferenze che le donne dovevano patire, soprattutto per le questioni sessuali e matrimoniali, sociali ed economiche, aggravate dalla guerra e dalle carestie da essa provocate. Fu insieme a Lenin che la Zetkin analizzò profondamente la questione femminile in un’ottica sociale, economica e culturale, in un momento storico in cui i legami sociali si erano indeboliti al punto da condurre al cambiamento delle forme matrimoniali e sentimentali, nella loro dipendenza all’economia, in una logica di sottomissione tipica della società borghese. Per Lenin e per la Zetkin al vertice della cultura borghese, si ergeva una falsa morale sessuale, una idea egemonica nella sovrastruttura ideologica della società che conduceva inesorabilmente alla tutela della proprietà privata. Zetkin sottolineava il legame assoluto che esisteva tra la posizione sociale e quella umana della donna: questo determinava un punto di partenza nella comprensione del problema del ruolo della donna come parte indiscutibile della questione sociale che, inserita nel mondo del lavoro, sublima il proprio ruolo e la propria libertà solo nella lotta di classe del proletariato. Nella teoria marxista, le donne avrebbero dovuto acquistare una reale coscienza di quel legame politico che esisteva fra le rivendicazioni del proletariato e i bisogni, le aspettative, le aspirazioni e i tormenti delle stesse. Inoltre, si voleva consolidare l’idea che la dittatura del proletariato significasse completa eguaglianza con l’uomo di fronte alla legge e nella pratica, così come ripeteva lo stesso Lenin, nella famiglia, nello Stato e in ogni altro settore della società; ciò avrebbe finalmente rappresentato la fine del potere della borghesia. Da parte sua, nella totale critica al revisionismo, Clara Zetkin pose la questione femminile all’interno della cornice della tradizione marxista, impostandola come questione sociale che troverebbe la sintesi solo dopo la lotta d’emancipazione della donna proletaria. L’obiettivo finale rimaneva non la libera concorrenza con l’uomo ma la conquista del potere politico del proletariato, accettando anche il contributo delle rivendicazioni del movimento femminile borghese. Non senza contraddizioni, l’alleanza che il proletariato chiedeva alle masse femminili era lontana da quella egemonia che metteva insieme le rivendicazioni più profonde degli oppressi, gli interessi che la borghesia non poteva soddisfare e che invece solo il proletariato poteva sublimare. Un’alleanza che era strumentale e che alla fine non sottraeva le donne alla stessa dinamica interumana che la borghesia fino ad allora aveva loro riservato. Certo, Zetkin aveva intuito, pur nella sua visione marxista del problema, che la questione femminile presentava diverse caratteristiche a seconda della situazione di classe dei diversi gruppi sociali, e ammetteva che la questione per le donne della cosiddetta borghesia e dei ceti intellettuali, includeva un aspetto più profondo, un lato morale e spirituale […], lo sviluppo della propria personalità. Zetkin inoltre, chiedeva a gran voce il diritto di voto per le donne non come diritto naturale ma come diritto sociale che avrebbe proiettato la donna nei rapporti di produzione capitalistici al fine di emanciparla e liberarla proprio nel lavoro femminile. Per la Zetkin, ogni campagna elettorale è una lotta per il diritto di voto della donna, non limitato ma universale, […] un mezzo eccellente per aprire una breccia nell’ultima e forse più salda fortezza dell’incomprensione delle masse: l’indifferenza e l’arretratezza politica di vaste masse del proletariato femminile. Le soluzioni pensate da Zetkin e da Lenin rappresentano oggi spunti di analisi e strumenti utili alla comprensione di specifiche dinamiche storiche che hanno determinato la crescita del movimento femminista internazionale. Già in quegli anni tuttavia, si era compreso che la questione femminile non poteva essere derubricata al semplice riconoscimento della dialettica fra movimento di massa e riferimento “egemonico” dei comunisti (che ne avrebbe dovuto assumere la guida). I principi di autonomia e quello di unità del movimento di massa ancora oggi, se riconosciuti e ben sviluppati, potranno portare a una conquista delle rivendicazioni senza l’attesa di concessioni o quote di partecipazione. Bisognerà rispettare le individualità, i gruppi di riferimento, la libertà e la coscienza degli individui e ribadire ancora una volta che, senza il principio generale di uguaglianza, di legittima richiesta di partecipazione e responsabilità alla vita civile nelle proprie società, senza l’abbattimento di pretese egemoniche di gruppi di potere o burocrazie partitiche, il percorso verso una piena e matura uguaglianza di genere resta complessa e imperfetta.

Indicazioni bibliografiche

• Clara Zetkin, La questione femminile e la lotta al revisionismo
• Clara Zetkin, Lenin e il movimento femminile




Tra la donna-sole e la donna-pesco, la Noe Itō di Franciso Soriano | di Antonino Contiliano

La recensione di Noe Itō, anarchica e femminista giapponese uscita per Mimesis Edizioni sul finire del 2018

Di Noe Itō- Vita e morte di un’anarchica giapponese autore è Francisco Soriano. Opera composita, il libro, ripercorrendone alcune tappe, ricostruisce il tempo geo-storico complessivo e complesso del Giappone. È il Giappone visto e raccontato attraverso un intreccio che, contemporaneamente, incrocia le sue stazioni feudo-patriarcali, le lotte di successione tra identitarismo e spinte modificanti,  il destino dell’anarchica e femminista Noe Itō e le dinamiche di reazione e controreazione.

Un complesso sistema di elementi che muove le trasformazioni della società e dei suoi habitus. Un processo, è possibile dire, a cui confini, tra  il sommovimento tellurico (noto come il “Grande terremoto del Kantō” del 1923) e le correnti dei rivolgimenti di fine Ottocento e inizio del Novecento (in genere sono le correnti dei movimenti culturali e le traduzioni europei, come gli stessi sommovimenti rivoluzionari politici generati dalla rivoluzione sovietica), premono forze e tendenze che respirano tensioni e orizzonti diversi rispetto allo status dell’ordine di fatto. In giro, anche sotto l’ascolto delle “tra-duzioni” culturali europee, ad opera di minoranze culturali-politiche si respirava e si aspirava a legittimi cambiamenti.

Sintetizzando (una per tutte), viva era l’aspirazione a lasciare il codice fisso della superiorità del maschio e guerriero – che disciplinava in maniera ferrea l’identità della donna entro il recinto della buona madre di famiglia ubbidiente e con la virtù del non parlare e del non fiatare sempre sorridente – per assumere quello del paritario e reciproco rispetto, dell’indipendenza economica e della pari libertà di scelta anche sul piano dei rapporti erotico-sessuali.

Una descrizione e un racconto storico in cui il governo isolazionista e l’ideologia del momento (conservatrice e reazionaria animante), per converso, appaiono forze conservatrici, reazionarie e agenti con licenza di uccidere. Uccidere (presunte/inventate o vere che fossero colpe e responsabilità individuate e denunciate) cioè chiunque si opponesse alla creduta identità dell’anima nipponica e all’azione del potere al governo che se ne riteneva custode e difensore. Una congrega, questi agenti, che, approfittando del clima d’insicurezze e delle devastazioni incontrollabili, provocati dallo stesso terremoto, non ha esitato a far stragi, impunemente, di tante vite ritenute capaci di reali o immaginati saccheggi, sabotaggi e colpi di mano (magari sostenuti da forze esterne…) per sovvertire l’ordine costituito.

Così, rimanendo nel circoscritto tema dell’odio etico-politico per la figura dell’anarchica Noe Itō, Noe e componenti familiari e compagni di lotta ribelle vengono massacrati e sepolti senza processi o con processi farsa montati ad hoc.

Evidente, in ogni modo, nel percorso dei quattro capitoli del libro – “Il male oscuro, Samurai e signori della guerra, Museihushugi, iI morte di Noe Itō –, accompagnato da diverse “illustrazioni” d’epoca, è la percezione che collettivi e individualità di natura diversa si trovano in parallelo e mutuo conflitto genetico ed evolutivo; evidente è, anche, che l’identità di un sistema chiuso, qualunque sia la configurazione, è destinata a trasformarsi grazie all’instabilità delle “temperature”. Sembra scontato, ma è così! È, se così si può dire, un fenomeno termodinamico che nessun può smentire o falsificare nelle sue varie fasi; esserne parte costituente come soggetto non passivo è per di più componente ineliminabile, fortunatamente!.

Cambiare forma e contenuti e valori (a ognuno, poi, la responsabilità del punto di vista e di esistenza!) come un rapporto dinamico tra elementi eterogenei, che non si riducono a somma zero, è processo cui niente si sottrae. Sono così, per esempio, le varie dimensioni dello spazio e del tempo che, in ordine quantitativo e qualitativo territoriale, locale e non, fanno sì che collettivo e individui si trovino a fronteggiarsi in termini di potere e contro-potere.

Un sistema eterogeneo di relazioni che, in varia combinazione, intrecciano, intersecano tensioni singolari di gruppo o di gruppi, favorendo una parte piuttosto che un’altra. Un campo di energie, attività e insorgenze molteplici come può essere la differenza ribelle di gender – genere – che, non dissimilmente dalle rivendicazioni libertarie anarco-comuniste, e pur nelle variazioni dei modelli che li contraddistinguono, confliggono contro i tipi di regime o d’ordine bloccato. Due estetiche in opposizione (non solo estetica): l’una del riconoscimento identitario e l’altra di opposizione; un’individualità anarchica, o comunista, o anarco-comunista che s’incarna in una donna, Noe Itō, e un collettivo differenziale di riconoscimento escludente il diverso, il contagio da eliminare.

Un po’ (approssimando) come dire che Francisco Soriano è riuscito a far sì che la sua scrittura fosse capace di renderci un système où tout se tient, un modello dialettico in cui la colla della congiunzione e della disgiunzione storico-materiale dei rapporti trova sempre un quid che ne rimette in discussione il tutto, mentre apre altri mondi … possibili.

Così, con passo esitante (e l’occhio alla brillante e sicura prefazione di Rossella Renzi), saltellante, a lettura del libro ultimata, è possibile dire del sapere-sapore trovato lì dove l’intero percorso della scrittura si muove anche tra l’immaginario di due figure di donna giapponese (la donna-sole ad apertura e la donna-pesco in chiusura).

Un’immagine poetica, straordinariamente fascinosa quanto intellettualmente illuminante, che ci si para davanti con la forza inaggirabile dell’impersonale poesia che ci se-duce: «Si dice che, ancora oggi, Noe Itō attraversi scalza i sentieri dei peschi in fiore. Sparisce al primo raggio di luce del giorno che nasce, per rimanere indelebile nella memoria delle donne e degli uomini liberi» (p. 97).

Una chiusura che, a parere di chi scrive, non poteva essere diversa se uno dei fuochi della storia è il conflitto tra il potere dominante e di stagione – il potere dell’oppressione, dello sfruttamento e delle diseguaglianze … – è l’utopia poetico-politica dell’anarco-comunismo della figura di Noe Itō e fratelli/sorelle di lotta.

Un’adeguata chiusura di promessa e speranza di rinascita: una testimonianza universale che non lascia adito a dubbi circa la necessità e l’urgenza di mai abbandonare la presa di coscienza e di lotta avversa alle ingiustizie e al degrado. Oggi più che mai … una lezione per il nostro tempo così oscuro e triste per la democrazia e la libertà.

Il libro, questo libro, diversamente da tanto chiacchiericcio editoriale in rete e fuori rete, con il correlato storico delle costanti e delle variabili messe sul tappeto, rappresenta la voce inalienabile della verità, della libertà e della democrazia che, fra gli ostacoli, non rinuncia al cammino.

Un cammino che non ha paura di affrontare la morte e i disastri controrivoluzionari. La storia del resto non procede in linea retta; ma non per questo – dice la sua voce – che in pace siano lasciati oppressioni, sfruttamenti e diseguaglianze, a qualunque titolo messi in pentola. Che l’amaro anarco-comunismo sia ancora, allora, sui sentieri dove Noe Itō cammina con il profumo dei “peschi in fiore”. Anche in questa transcodificazione semantica e pragmatica, crediamo, che il lavoro di Francisco Soriano continui a mantenere il filo rosso del suo tout se tient.

Antonino Contiliano




Sadeq Hedayat, La Civetta Cieca della Persia | di Francisco Soriano Terza parte

[Terza parte di tre. Leggi la seconda parte]

In quegli anni tragici, in Europa, la guerra annichiliva e impoveriva popoli e nazioni, trascinando il mondo nella sua pagina più buia: l’Olocausto. Reza Shah abdicava in favore di suo figlio Mohammad che sarebbe stato l’ultimo dei regnanti prima della sanguinosa rivoluzione islamica del 1979, guidata dall’ayatollah Khomeini. Hedayat pubblicò a puntate su una rivista la sua Civetta Cieca in un momento in cui la censura apparve meno aggressiva. Anche i partiti di sinistra ebbero maggiore spazio e Hedayat, pur non aderendovi formalmente, mantenne rapporti strettissimi con alcuni dei suoi componenti come Alavi e Tabari. La sua vocazione fu quella di dare all’Iran un respiro davvero moderno alla letteratura e svecchiare seriamente i suoi rigidissimi canoni. Infatti, Hedayat piuttosto di enfatizzare i contenuti e i valori letterari affermati voleva mutarli, capovolgerli, rinnovarli: un tentativo incompreso in un Paese che non intendeva mettersi in discussione su molti aspetti che appartengono alla sfera “valoriale”. Presto tornarono le atrocità e le persecuzioni della monarchia e già si spianavano le porte alla deriva islamica che sul finire degli anni ’80 avrebbe destinato l’Iran al conservatorismo clericale e al grigiore delle gerarchie di potere dei guardiani della rivoluzione e dei basji, squadracce di sottoproletari disposti a uccidere e bastonare in qualsiasi momento come la storia di questi anni recenti ci ha mostrato. Fu nel 1947 che Hedayat partecipò al primo Congresso degli Scrittori iraniani, un evento in parte finanziato dai centri culturali iranici e russi e “ben saldo nelle mani” dei cosiddetti intellettuali conservatori che si fronteggiavano aspramente con un gruppo denominato del “quartetto”. Nel 1953, la buona notizia: la Civetta Cieca viene tradotta in francese per la prima volta da Roger Lescot, presso l’editore José Corti. L’opera ebbe un successo indescrivibile tanto che Henry Miller ne rimase impressionato e lo stesso Breton la definì come un “capolavoro e un classico del surrealismo”. Hedayat era scomodo e non prendeva parte alla politica attiva ma colpiva le fondamenta culturali di un sistema corrotto e clientelare come è rimasto immutato oggi. Con il bellissimo Haji Agha, egli descrive la mentalità difficile clientelare da sconfiggere nella società e nel malcostume politico. Per capire il “fastidio” che ancora suscita Hedayat, i romanzi La Civetta Cieca e Haji Agha sono stati banditi anche dalla “XVIII Fiera Internazionale del Libro di Teheran”, tenutasi nel 2005. Infine, Tup-e Morvari è l’ultimo scritto del 1947 prima del suicidio, una satira raffinata prontamente censurata. Nel 1948 le sue ultime traduzioni, quella del capolavoro kafkiano: Nella colonia penale. Hedayat è un intellettuale fondamentalmente non ideologico e anti-teleologico. La tendenza a considerare Kafka come un riferimento in letteratura anche in termini valoriali, lo pone già in aperto contrasto con i comunisti del Tudeh iraniano che consideravano logicamente Kafla come un decadente, pessimista, lontano da ogni vocazione rivoluzionaria positiva. Quando Hedayat scrisse Il Messaggio di Kafka, fu accusato di aver insinuato il credo di un pessimismo che teneva lontana la religione: il suo era “pessimismo laico” e antireligioso in un mondo dove non vi era più spazio “né per Dio né per altri, sostanzialmente un mondo determinato dal Nulla”. Per Hedayat, Kafka è uno scrittore originale con una nuova visione delle cose: “Ci sono pochi scrittori che creano un’idea, un tema o un approccio nuovi e, in particolare, suggeriscono un approccio completamente nuovo al problema dell’esistenza a cui non si è pensato prima”. Hedayat rifiuta l’ipocrita riformismo e modernismo clonato da riferimenti europei di certi iraniani e vuole dare un contributo concreto secondo un modello sociale e culturale anti populista, contro i sistemi clientelari e avverso generalmente a modalità di organizzazione sociale di tipo assistenziale. Il suo è un vero e proprio scontro sociale contro gruppi di potere in seno alla società, molto resistenti e implacabili nell’opposizione al cambiamento. Si susseguirono anni in cui Hedayat perse la sua innata vocazione alla scrittura, effetto di un malessere già maturato da tempo: erano gli anni che vanno dal 1948 a 1951. Hedayat divenne sempre più “svuotato” di ogni afflato di ribellione. In una lettera a un amico dei tempi del liceo, scrisse: “Il nocciolo della questione è che sono stanco di tutto. Ha a che fare con i miei nervi. Trascorro la notte in una situazione molto peggiore di quella di un criminale condannato. Sono stanco della vita. Niente mi dà incentivo o conforto e non posso ingannare me stesso più. Una lacuna ha interrotto la linea di comunicazione tra la vita, le circostanze e me. Non ci capiamo più”.

Un ruolo dirompente nella letteratura persiana, soprattutto nella prosa e nel genere del “romanzo”, va riconosciuto senza dubbio alla Civetta Cieca. Nella storia, il gioco di sovrapposizioni tra finzione e realtà vede protagonista un malinconico e pessimista personaggio che si dimena in una vita tesa alla ricerca di un valore, di un amore, di un fine: l’uomo del narrato è Hedayat stesso. La Civetta Cieca è un racconto costruito su un’architettura di silenzi assordanti, di mera ricerca esistenziale in una vita fatta di misteri inestricabili che permeano all’inverosimile ogni essere. Hedayat dice nel suo romanzo: “la pratica della vita mi ha rivelato il profondo abisso che mi separa dagli altri: ho capito che, per quanto m’è possibile, devo tacere e tenere per me quello che penso”. Il miniaturista della Civetta Cieca, il personaggio principale del romanzo, dipinge la stessa scena di sempre: un vecchietto accovacciato sotto un bel cipresso e, ai suoi piedi, un ruscello che scorre dirompente mentre una danzatrice sembra porgere un ramoscello con foglie cuoriformi. È così che il protagonista-Hedayat diviene artefice ma anche semplice attore di un crepuscolo umano sempre “immanente”, che devasta il suo equilibrio e travolge la sua umanità. Sono le visioni del narrato che ci sorprendono in uno squallido sobborgo: il sogno tipico di un “orientale” che nasconde qualsivoglia riferimento di tempo e di spazio e che, da questo fascinoso sovrapporsi di mondi delicati e paralleli, ci consegna all’orrore della visione di un assassinio. Hedayat fa “sognare” la sua eroina: “un Paese meraviglioso abitato da esseri privi delle grossolane necessità tipiche degli uomini; un regno incantato, popolato da dèi, eroi pieni di fascino e bellezze. Uomini e donne vivi e felici, che passeggiano in allegri gruppi ridenti, pronti ad accogliere amanti solleciti, al centro di melodie dolci e tristi”. Per Hedayat la cosa più importante è scrivere: “l’unica cosa che m’induce a scrivere è il bisogno, il bisogno soverchiante e ora più pungente che mai, di comunicare i miei pensieri al mio essere immaginario, alla mia ombra, quell’ombra sinistra che in questo momento si stende sulla parete nella luce della lampada a olio, nell’atto di studiare attentamente e divorare ogni parola che scrivo”. L’edizione italiana del capolavoro di Hedayat, è di Reza Gheissarieh per le edizioni Feltrinelli: una pubblicazione degli anni ’80. Gheissarieh, insignito dal Presidente Ciampi per il suo contributo di diffusione della cultura italiana nel mondo, oltre a essere un “romanziere in proprio”, ha contribuito massicciamente alla conoscenza della nostra letteratura traducendo tra i molti Pasolini, Moravia, Silone, Buzzati, Bertolucci, Maraini, Morante, Calvino, Tabucchi, De Luca, Benni e Umberto Eco, partecipando a simposi, conferenze e workshop e guidando schiere di giovani appassionati che, negli ultimi anni in Iran, sono cresciuti a dismisura e si dedicano alla traduzione occupando alla stregua di un “genere letterario”, una dimensione e un’importanza davvero inestimabili. Grazie alla loro tenacia e al complicato rapporto con la censura, la letteratura italiana tradotta da questi intellettuali, trova riscontri “dominanti” nel mercato editoriale iraniano e consente a migliaia di persone con lo studio e la lettura una sorta di affrancamento, seppur limitato, dall’asfissiante regime islamico.

In un lontano articolo del 1996, lo scrittore Erfan coinvolto nella diaspora degli intellettuali iraniani fuggiti all’estero, citato da Mathieu Lindon, affermò su Hedayat: non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione islamica se tutti gli intellettuali avessero letto Haji Agha di Sadeq Hedayat. Non è semplicemente una provocazione di Erfan: piuttosto è la risposta a qualche nostro interrogativo sul perché, ancora oggi, in pieno regime islamico sciita, Hedayat e il suo Haji Agha siano censurati alla stregua di un “libro diabolico”. La realtà è che il narrato dei libri di Sadeq è moderno, contemporaneo e pone questioni che probabilmente nell’Iran di oggi sono ancora irrisolte. Gran parte della poesia è stata sempre legata a paradigmi religiosi tassativamente sciiti, perché in una teocrazia la religione deve essere “invasiva” nell’etica, nel sociale, nel politico e nell’economia. Non sorprende l’amore di Hedayat per Khayam oltre il quale la poesia è quasi tutta sciita: fu lui a capire per primo che la causa di tutti i mali è il “fondamentalismo prima di ogni altro fondamentalismo”. La sua letteratura però, a distanza di anni ci appare ancora nuova e rinvigorita nonostante la rivoluzione islamica abbia tentato disperatamente di evitare ogni forma di mutazione agendo nelle scuole, nelle moschee, nella fitta rete familiare, nella società civile. Precedendo tutti, Hedayat intravide profeticamente i fallimenti e le tragedie del suo Paese, pur nella assoluta consapevolezza della ricchezza storica e culturale dei suoi antenati. Fattore questo ancor più doloroso per milioni di iraniani di oggi. In fondo, Sadeq cercava una purezza impossibile in un mondo pullulante di vermi, in un quotidiano che non rifiuta privilegi e compromesso corruttivo. È la forza stupefacente della vanità, dell’individualismo egoista, della violenza del più forte che discrimina e che trionfa con una ripetitività incredibile.

Hedayat è disperatamente persiano, esule in patria e in ogni dove in cui non fosse possibile rompere con il conformismo disgustoso e paralizzante. Hedayat rivive ancora più vigorosamente ogni qualvolta la cultura restauratrice della rivoluzione islamica prende il sopravvento. E con lui, tutti coloro i quali si oppongono alla negazione, alla banalizzazione, alla semplificazione, nel nome dell’oscurantista mondo della censura e della violenza.