Tra la donna-sole e la donna-pesco, la Noe Itō di Franciso Soriano | di Antonino Contiliano

La recensione di Noe Itō, anarchica e femminista giapponese uscita per Mimesis Edizioni sul finire del 2018

Di Noe Itō- Vita e morte di un’anarchica giapponese autore è Francisco Soriano. Opera composita, il libro, ripercorrendone alcune tappe, ricostruisce il tempo geo-storico complessivo e complesso del Giappone. È il Giappone visto e raccontato attraverso un intreccio che, contemporaneamente, incrocia le sue stazioni feudo-patriarcali, le lotte di successione tra identitarismo e spinte modificanti,  il destino dell’anarchica e femminista Noe Itō e le dinamiche di reazione e controreazione.

Un complesso sistema di elementi che muove le trasformazioni della società e dei suoi habitus. Un processo, è possibile dire, a cui confini, tra  il sommovimento tellurico (noto come il “Grande terremoto del Kantō” del 1923) e le correnti dei rivolgimenti di fine Ottocento e inizio del Novecento (in genere sono le correnti dei movimenti culturali e le traduzioni europei, come gli stessi sommovimenti rivoluzionari politici generati dalla rivoluzione sovietica), premono forze e tendenze che respirano tensioni e orizzonti diversi rispetto allo status dell’ordine di fatto. In giro, anche sotto l’ascolto delle “tra-duzioni” culturali europee, ad opera di minoranze culturali-politiche si respirava e si aspirava a legittimi cambiamenti.

Sintetizzando (una per tutte), viva era l’aspirazione a lasciare il codice fisso della superiorità del maschio e guerriero – che disciplinava in maniera ferrea l’identità della donna entro il recinto della buona madre di famiglia ubbidiente e con la virtù del non parlare e del non fiatare sempre sorridente – per assumere quello del paritario e reciproco rispetto, dell’indipendenza economica e della pari libertà di scelta anche sul piano dei rapporti erotico-sessuali.

Una descrizione e un racconto storico in cui il governo isolazionista e l’ideologia del momento (conservatrice e reazionaria animante), per converso, appaiono forze conservatrici, reazionarie e agenti con licenza di uccidere. Uccidere (presunte/inventate o vere che fossero colpe e responsabilità individuate e denunciate) cioè chiunque si opponesse alla creduta identità dell’anima nipponica e all’azione del potere al governo che se ne riteneva custode e difensore. Una congrega, questi agenti, che, approfittando del clima d’insicurezze e delle devastazioni incontrollabili, provocati dallo stesso terremoto, non ha esitato a far stragi, impunemente, di tante vite ritenute capaci di reali o immaginati saccheggi, sabotaggi e colpi di mano (magari sostenuti da forze esterne…) per sovvertire l’ordine costituito.

Così, rimanendo nel circoscritto tema dell’odio etico-politico per la figura dell’anarchica Noe Itō, Noe e componenti familiari e compagni di lotta ribelle vengono massacrati e sepolti senza processi o con processi farsa montati ad hoc.

Evidente, in ogni modo, nel percorso dei quattro capitoli del libro – “Il male oscuro, Samurai e signori della guerra, Museihushugi, iI morte di Noe Itō –, accompagnato da diverse “illustrazioni” d’epoca, è la percezione che collettivi e individualità di natura diversa si trovano in parallelo e mutuo conflitto genetico ed evolutivo; evidente è, anche, che l’identità di un sistema chiuso, qualunque sia la configurazione, è destinata a trasformarsi grazie all’instabilità delle “temperature”. Sembra scontato, ma è così! È, se così si può dire, un fenomeno termodinamico che nessun può smentire o falsificare nelle sue varie fasi; esserne parte costituente come soggetto non passivo è per di più componente ineliminabile, fortunatamente!.

Cambiare forma e contenuti e valori (a ognuno, poi, la responsabilità del punto di vista e di esistenza!) come un rapporto dinamico tra elementi eterogenei, che non si riducono a somma zero, è processo cui niente si sottrae. Sono così, per esempio, le varie dimensioni dello spazio e del tempo che, in ordine quantitativo e qualitativo territoriale, locale e non, fanno sì che collettivo e individui si trovino a fronteggiarsi in termini di potere e contro-potere.

Un sistema eterogeneo di relazioni che, in varia combinazione, intrecciano, intersecano tensioni singolari di gruppo o di gruppi, favorendo una parte piuttosto che un’altra. Un campo di energie, attività e insorgenze molteplici come può essere la differenza ribelle di gender – genere – che, non dissimilmente dalle rivendicazioni libertarie anarco-comuniste, e pur nelle variazioni dei modelli che li contraddistinguono, confliggono contro i tipi di regime o d’ordine bloccato. Due estetiche in opposizione (non solo estetica): l’una del riconoscimento identitario e l’altra di opposizione; un’individualità anarchica, o comunista, o anarco-comunista che s’incarna in una donna, Noe Itō, e un collettivo differenziale di riconoscimento escludente il diverso, il contagio da eliminare.

Un po’ (approssimando) come dire che Francisco Soriano è riuscito a far sì che la sua scrittura fosse capace di renderci un système où tout se tient, un modello dialettico in cui la colla della congiunzione e della disgiunzione storico-materiale dei rapporti trova sempre un quid che ne rimette in discussione il tutto, mentre apre altri mondi … possibili.

Così, con passo esitante (e l’occhio alla brillante e sicura prefazione di Rossella Renzi), saltellante, a lettura del libro ultimata, è possibile dire del sapere-sapore trovato lì dove l’intero percorso della scrittura si muove anche tra l’immaginario di due figure di donna giapponese (la donna-sole ad apertura e la donna-pesco in chiusura).

Un’immagine poetica, straordinariamente fascinosa quanto intellettualmente illuminante, che ci si para davanti con la forza inaggirabile dell’impersonale poesia che ci se-duce: «Si dice che, ancora oggi, Noe Itō attraversi scalza i sentieri dei peschi in fiore. Sparisce al primo raggio di luce del giorno che nasce, per rimanere indelebile nella memoria delle donne e degli uomini liberi» (p. 97).

Una chiusura che, a parere di chi scrive, non poteva essere diversa se uno dei fuochi della storia è il conflitto tra il potere dominante e di stagione – il potere dell’oppressione, dello sfruttamento e delle diseguaglianze … – è l’utopia poetico-politica dell’anarco-comunismo della figura di Noe Itō e fratelli/sorelle di lotta.

Un’adeguata chiusura di promessa e speranza di rinascita: una testimonianza universale che non lascia adito a dubbi circa la necessità e l’urgenza di mai abbandonare la presa di coscienza e di lotta avversa alle ingiustizie e al degrado. Oggi più che mai … una lezione per il nostro tempo così oscuro e triste per la democrazia e la libertà.

Il libro, questo libro, diversamente da tanto chiacchiericcio editoriale in rete e fuori rete, con il correlato storico delle costanti e delle variabili messe sul tappeto, rappresenta la voce inalienabile della verità, della libertà e della democrazia che, fra gli ostacoli, non rinuncia al cammino.

Un cammino che non ha paura di affrontare la morte e i disastri controrivoluzionari. La storia del resto non procede in linea retta; ma non per questo – dice la sua voce – che in pace siano lasciati oppressioni, sfruttamenti e diseguaglianze, a qualunque titolo messi in pentola. Che l’amaro anarco-comunismo sia ancora, allora, sui sentieri dove Noe Itō cammina con il profumo dei “peschi in fiore”. Anche in questa transcodificazione semantica e pragmatica, crediamo, che il lavoro di Francisco Soriano continui a mantenere il filo rosso del suo tout se tient.

Antonino Contiliano




I Creaturali. Appunti per una linea tratteggiata

EmailFaccio seguito alla pubblicazione degli appunti del 25 agosto scorso, sull’attuale vague lucreziana, testimoniata, fra le altre, dalle riscritture del poeta latino contenute nel volumetto La fisica delle cose (qui gli appunti), tornando a bomba sull’argomento, per mettere nero su bianco un’intuizione, che non ho ancora avuto modo di approfondire sistematicamente, ma che mi sembra venga confermata continuamente da letture occasionali.

Vengo al punto: a mio avviso, oltre alla reviviscenza dell’epica, uno dei fenomeni più interessanti, che si possono registrare nella letteratura italiana di questo inizio di secolo e millennio, è l’appropriazione del linguaggio scientifico, specie della biologia, della chimica e della fisica, da parte di poeti, che mostrano anche pietas o, comunque, simpatia nei confronti della materia di cui essi stessi sono fatti.

I nomi che mi balzano alla mente sono quello, che ho già fatto, di Andrea Inglese, poi quello di Fabio Orecchini (cfr. il notevole La dismissione, appena ristampato, con CD dei Pane, da Sossella: qui una prima versione, che postai su absolutepoetry.org) e di Carlo Cuppini (qui un esempio), quindi quelli di Davide Nota (qui un esempio multimediale), di Renata Morresi (da ultimo in Bagnanti, ed. Giulio Perrone) e, andando a ritroso e nel profondo del sottobosco, di Barbara Coacci (di cui, a suo tempo, scrissi qualcosa per il mensile «Urlo», a proposito del suo primo e finora unico libricino, Nessuna nuova, ed. La camera verde). Altre e altri li avrò dimenticati e su altre ancora, come Franca Mancinelli, i cui studi sul pre-creaturale Massimo Ferretti sono pure indicativi, mi riservo un supplemento d’indagine.

I Creaturali, così potremmo chiamarli, hanno in comune, ciascuna/o declinandolo a suo modo, uno sguardo materialista sul mondo, che si sostanzia di compassione e slancio etico, nonché di termini e formule scientifiche. La categoria è presa in prestito dall’Auerbach di Mimesis. ma spostandola dalla connotazione della forma (il realismo nella letteratura occidentale) a quella dell’autore: dal realismo creaturale, insomma, che trova nell’Antico Testamento la sua massima espressione, ai realisti creaturali, nella maggior parte dei casi, peraltro, laici, se non atei.

Che si moltiplichino queste voci, dunque, perché urge una svolta paradigmatica: in effetti, non possiamo più dirci uomini (essendoci anche le donne), ma solo – e cum grande humilitate – res congitantescreature pensanti.

Riporto, in conclusione, una cronaca letteraria in cui si parla di verità creaturale, a proposito di Alba Donati: in una newsletter ricevuta di recente dal Premio Dessì, in cui si segnala la motivazione della giuria che ha premiato la Donati per Idillio con cagnolino, ritrovo, in effetti, le seguenti, consonanti parole: «[Alba Donati è] perfettamente consapevole delle macerie del secolo alle sue spalle, come più d’una poesia dimostra. Ma c’è, in lei – prosegue la motivazione – una volontà d’uscire dal Novecento, d’oltrepassarlo nel suo autistico nichilismo. È una verità creaturale, quella di Donati: nella convinzione che, tramontate tutte le fedi, ci restano solo le verità biologiche. Per esempio questa: che i vecchi e i bambini (ma anche gli animali), proprio perché più prossimi a quel luogo da cui proveniamo e dove torneremo, siano gli esseri più vicini al mistero della vita e, per questo, i più oltraggiati dal mondo».

Occorrerebbe verificare che il cambio di paradigma non abbia portato solo alla piena assunzione dei linguaggi specifici delle scienze dure nel verso (i mutamenti lessicali sono sempre superficiali), ma anche alla consapevolezza, direi sentimentale ed esistenziale, quindi sintattica, di una delle prime e più importanti scoperte scientifiche, ovvero la rotazione terrestre, ipotizzata da Copernico e verificata in via ipotetica da Galilei, con l’esperimento di caduta libera dei gravi, descritto nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, poi effettivamente realizzato da Guglielmini dalla Torre degli Asinelli a Bologna, infine sancita da Foucault con il suo celebre pendolo. La scoperta ormai ispira anche le canzoni pop, ma non mi sembra sia stata ancora messa a fuoco, come meriterebbe, in opere poetiche. Altro che nausea, Bugo, stiamo ruotando a circa 465 metri al secondo! Tenetevi forteee. E attenti a non scivolare, visto che ora si stanno anche alzando i mari.