mixis#16a

Sarah D’Angelo illustra il racconto di Elisa Ciofini | Mixis #16

Di specchi bagnati, sciarpe e piccole dimenticanze. Sedicesimo appuntamento con Mixis.

In un viaggio notturno come tanti, un autobus come luogo di storie diviene vascello dell’immaginazione e della rappresentazione. Siamo nel portato metaforico del lapsus come realizzazione improvvisa, come dubbio e paranoia crescente, come inciampo esistenziale.
Ed è qui, nello spazio comune che raccoglie figure indefinite e mostri interiori, che il racconto di Elisa Ciofini1 incontra il graffio dal nero di Sarah D’Angelo, un urlo strozzato che si fa pelle ruvida e rugosa di un interno-esterno avvolto nel buio.

PICCOLE DIMENTICANZE
Solo quando fu sull’autobus si accorse di essersi sbagliato; appena si mise a sedere, una volta sistemata la valigetta sopra le ginocchia, venne colpito da una leggera percezione di fastidio, come se avesse dimenticato qualcosa. A dire il vero era da quella mattina che si sentiva disturbato da un timore ignoto, lieve ma assillante, e invano aveva provato a liberarsene, a trovarne la causa ed eliminarla alla radice; invece era ormai sera, faceva buio, e ancora non aveva scoperto niente.

Fu alla vista del suo riflesso nel vetro bagnato di pioggia che intese il motivo: quella mattina non si era specchiato, e quando non ci si specchia per un certo periodo si rimane stupiti di fronte alla propria immagine, sembra che il tempo intercorso fra uno specchiarsi e l’altro abbia di soppiatto scavato nuove rughe. Stava invecchiando ed era stanco, lo sguardo era vuoto e gli occhi avevano perso la brillantezza e la vivacità di un tempo; eppure sembrava ieri quando con quell’autobus tornava a casa ancora pieno di energie e aspettative per il giorno successivo. Appunto, era impossibile. Si guardò la giacca, non era sgualcita, i capelli, bianchi ma ordinati, forse davvero era l’età, ma poi fece in tempo ad accorgersene: aveva sbagliato sciarpa. Era stato convinto per tutta la giornata di avere addosso il foulard di velluto blu. E invece nell’uscire di casa aveva distrattamente preso la sciarpa della squadra di Vittorio. Ecco perché Maria lo aveva guardato in modo strano quando si era chiuso la porta alle spalle per andare al lavoro, ecco perché la segretaria gli aveva rifiutato i consueti complimenti, ecco perché il suo socio aveva respinto con tanta decisione la proposta di un’operazione avventata ma vantaggiosa. Maledetta quella sciarpa, gli aveva rubato la gioventù!

Avrebbe voluto alzarsi e gettarla fuori alla prima fermata, non appena l’autobus avesse aperto le porte, poi però si rese conto di non essere solo. Il veicolo era pieno di altre persone, non meno stanche e rugose di lui, non meno cariche di pensieri e valigie, e tuttavia fu preso dalla preoccupazione di essere visto e deriso. Poteva togliersi subito quella stoffa dal collo, ma rischiava, forse lo avrebbero notato ancor più facilmente, se già qualcuno non lo aveva fatto prima. Tutti quei volti che affollavano l’autobus era come se fossero scomparsi ai suoi occhi, e non c’erano più persone, bensì figure minacciose e irrisorie; la pioggerellina nebbiosa che si attaccava ai finestrini sembrava essere penetrata anche lì dentro, rendendo i passeggeri spettri, proiezioni di strane paure.

Per fortuna arrivò la sua fermata a salvarlo. Le porte si spalancarono sulla luce dei lampioni, un paesaggio cupo ma conosciuto; sollevato, corse subito giù e, trovatosi fuori, tirò un lungo sospiro di sollievo. Anche se non aveva l’ombrello e i capelli bianchi si stavano inumidendo sotto la pioggia, volle rimanere a osservare l’autobus che si allontanava nel buio come un vascello fantasma.

Vide che, pur senza averlo meditato, ci aveva lasciato sopra la sciarpa. Vide appunto la sciarpa e, a osservare meglio, questa era avvolta attorno al collo di un uomo, un uomo con una valigetta, i capelli bianchi, la faccia rugosa. E anche lui si allontanava nel buio, su quel vascello fantasma.




Serena Jajani illustra il racconto di Elisa Ciofini | Mixis #15

Di insetti volanti, consegne e dubbi. Quindicesimo appuntamento con Mixis.

È nel ronzio costante, nel gesto immediato che cancella il peso dei dubbi, che il breve ma incisivo racconto di Elisa Ciofini2 incontra la tecnica mista di Serena Jajani. Una contaminazione di carta, inchiostro, pennelli digitali e supporti analogici, che si fa groviglio inestricabile dell’attimo interrotto.

LA MOSCA
Se avesse potuto l’avrebbe uccisa. Il corpicino nero nero strisciava lungo la parete umida, porosa, e la lucida trasparenza delle ali ne rendeva maggiormente visibile la forma. Era proprio quel colore intenso a infastidire di più, a rendere la viscida creatura una macchia incancellabile e innaturale, una piccola voragine vagante, come un puntino d’inchiostro scuro stampato per sbaglio su una foto a colori.

Era da più di un quarto d’ora che percorreva lo stesso identico tragitto nell’aria senza mancare una sola tappa: dal soffitto spiccava il volo, roteava intorno alla lampada, finiva per sbatterci e, disorientata, tornava alla parete. Continuava, imperturbabile, a scottarsi sulla polvere di quella luce bianca e a cercare dopo di riassettarsi il pelame, sfregando ossessivamente le zampine contratte e setacciando con la bocca quello strano pavimento che in realtà era il soffitto: è la stupidità della mosca che la rende così repellente, e la totale mancanza di senso nella sua esistenza disturba almeno quanto il suo martellante ronzio.

Il garage era desolato, ma pieno di automobili costose. I minuti sembravano non passare mai. Ci incontreremo là alle nove in punto, gli era stato detto, e lui non aveva sgarrato di un secondo, era da anni che svolgeva il servizio. Il compito era semplice, doveva solo consegnare un pacco e andarsene via senza dir nulla a nessuno. Non si era mai chiesto cosa il pacco contenesse o a chi fosse diretto, né doveva farlo.

A lui però non piaceva la consegna, pure altre volte aveva meditato il proposito di opporsi, ma la pigrizia aveva sempre avuto la meglio, in fondo era implicato in quell’operazione da così tanti anni… E poi aveva anche una moglie, dei figli, e non se ne era accorto bene nemmeno lui di come fossero realmente andate le cose e di come fosse finito a trovarsi lì, in un garage pieno di automobili di lusso.

– Eccola, la stavamo aspettando – una voce tuonò, rimbalzando sulle pareti di cemento armato – Immagino che abbia con lei il nostro pacco.

Si avvicinò alla voce misteriosa con le mani leggermente tremanti. Stava sudando freddo. Un pensiero vertiginoso lo invase; lui era una brava persona, o almeno una persona normale, con una famiglia sulle spalle, cosa ci faceva in quel posto? Era un uomo onesto, e la sola idea di poter avere fra le mani della sporcizia gli provocava una tale ripugnanza che non avrebbe più potuto tollerare. Doveva liberarsene e lo avrebbe fatto adesso, davvero.

– La ringrazio molto. Ora torni pure a casa ma, mi raccomando, prenda l’uscita posteriore. Ci rivedremo per la prossima consegna.

Il pacco era scivolato da una mano all’altra senza che nessuno vedesse, sentisse, parlasse o si rendesse conto di niente.

La mosca, dopo l’ennesimo tentativo di lotta contro la lampada, cascò, esanime.




Giulia Coralli anima la poesia di Samir Galal Mohamed | Mixis #14

Proteste, impegno sociale e politica nel quattordicesimo appuntamento con Mixis.

Le immagini in movimento apparente, in vita grazie all’animazione 2D di Giulia Coralli, incrociano le parole in dedica di Samir Galal Mohamed. Il risultato è un incrocio dell’attimo che ancora si compie, di una lotta di ieri, dell’oggi e del domani.

A Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò 
[Questo testo, scritto nel maggio/giugno 2014 ed edito da Marcos y Marcos nel 2015, viene oggi riproposto dall’autore con alcune importanti modifiche, ed è dedicato a quattro giovani attivisti No Tav: Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò – all’epoca, già in carcere dal 2013 per i fatti del 13/14 maggio (accusati di sabotaggio di un compressore nel cantiere Torino-Lione). Durante il processo, che si sarebbe svolto nel dicembre dello stesso anno, i quattro furono poi assolti dall’accusa di “terrorismo”, «perché il fatto non sussiste[va]», ma ritenuti colpevoli di aver “sabotato” il compressore e tutti condannati a tre anni e sei mesi di reclusione e al pagamento di cinquemila euro di multa.]

I
È il contenuto del vostro sacrificio contro la legge
formale che, in quanto tale, non sa che farsene di voi,
se non assimilare l’azione al terrore/l’azione alla mafia,
uniformando la modalità processuale. Ingenuo
è colui che ritiene sia possibile non strumentalizzare:
non esiste voce imparziale. Io voglio strumentalizzare,
poiché la strumentalizzazione dichiarata è,
quanto meno nel mio caso, un atto d’amore,
di riconoscenza, debito e rispetto morale.
Io sono – o potrei essere – un fratello, qualora voi voleste
accettare: chi vi scrive non lo fa con intenti e stile paterni,
ma con la voce rotta di paura, con il balbettio dell’insicuro,
l’intelligenza dell’escluso: con un borghesismo formale.
Con le squame.
Insomma, se fossi un fratello, saprei.
Saprei se tacere oppure parlare. Purtroppo, ora non conosco
che l’ottimismo della vostra volontà;
così non posso fare altro
che cominciare con il chiedere:
posso tacere o devo parlare?

II
Avrei voluto vivere la vita di ognuno di voi,
anziché affrontare la condanna per moderazione;
per la mia giusta – sebbene mai dolosa – medietà…
drastico, invece, riverbera l’arbitrio che fu tutto
oppure niente, puro ed empio. No, non sono, questi,
quattro vangeli che possa interpretare, questo tempo:
non un’ermeneutica civile che traduce
in terrore quella vita attiva farsi luce.
Quanti amici mai venuti – al mondo.
Quanta intelligenza – ancora in grembo.
E nessun interlocutore, nessun contraddittorio…
dov’è la mia comunità?
Che io sia così contemporaneo?
O tanto reazionario?
(Non una parola che non sia soverchia, in poesia;
né assoluto che non si dia azione, in ideologia…).
Madre lontana, come ti hanno scopata male:
senza lambire le pareti – le tue valli –,
addomesticando le tenebre – i tuoi abissi –,
stemperando quell’alba amaranto di rancido
sole. Terre mute e misericordiose, di museruole
sante vi vestirono. Terre padroni e salvatrici.
In fila come tanti devoti nel giorno della scepsi
saremo – anche – redenti. Allora voi sarete stabbio,
noialtri, pigmenti.




Valentina Casadei illustra Antonio Casagrande | Mixis #13

Colpi di martello e musica nel tredicesimo appuntamento con Mixis.

L’atto creativo si fa forgiatura del nuovo e del mito. E così scintille di fuoco e ferro si incontrano attraverso la musica del tramonto raccontata da Antonio Casagrande e il collage metallico, ma sospeso su una spuma irreale, di Valentina Casadei.

Nascita del terzo tipo

Una musica triste si levava ogni giorno dal fondo della baia. All’imbrunire, fiati e archi da chissà dove disperdevano melodie minori nell’aria, all’ascolto distratto e stupito dei pescatori che tornavano al porto, fino ad arrivare ai contadini delle alture circostanti.

Un fabbro, che aveva la sua fucina nelle vicinanze del porto, un giorno fu ispirato dalla musica stessa a creare qualcosa di insolito. Volle osare di più, cercare di perfezionare la sua arte del ferro e del fuoco, forgiare qualcosa di talmente stupefacente da lasciarlo in eredità al suo primogenito, e a suo figlio dopo di lui.

Non avrebbe saputo rispondere, se qualcuno mai glie lo avesse chiesto, il perché avesse collegato la creazione delle sue nuove opere alla strana musica del tramonto. Forse aveva attirato il suo spirito, la sua immaginazione e la sua ambizione di creare qualcosa di duraturo. Ma chiedersi il perché, scrutare in maniera così maliziosa dentro di sé, non faceva per lui. Colpire col martello il ferro ancora rovente. Questo sì, sapeva farlo.

Ecco che arriva dunque l’ora tarda, la quale precede di pochi istanti la musica, che non tardò ad arrivare, benché resa quel giorno più difficile da udire a causa dei versi dei gabbiani affamati, che volavano nei pressi della spiaggia. Aveva pensato con eccitazione, per gran parte della mattinata, alla propria idea. Tutto era pronto. I primi colpi al ferro non sono precisi. Troppa agitazione nel suo pur esperto colpire. Credette di dover rinunciare, benché vide, infine, che la cosa prendeva sempre più forma. Ma più essa diventava definita, più evidenti diventavano gli errori…

Ben due creature nacquero dal ferro in quel giorno. Creature gemelle che avrebbero condiviso anche la ruggine di lì a poco, perché abbandonate dal fabbro irato e perfino spaventato da quella sostanza che pure aveva maneggiato per tutta la vita, il ferro. Ma che non corrispondeva a quella stessa ispirazione che credette di aver ricevuto dalle note dei fiati e degli archi.

Nessuno seppe mai con certezza da dove quella musica provenne. Semplicemente perché nessuno se ne interessò mai davvero, fino a cercare di scoprirne la fonte. Una concretezza schietta e attaccata alla terra, al mare, e alla sopravvivenza, solo questo motivava i poveri uomini della città sulla costa.

Una cosa però, cambiò.

Poco tempo dopo, un cuore di ferro, posizionato sulle rocce che sporgevano sulla spiaggia, scandiva il tempo, oscillando.




Serena Jajani illustra la poesia di Antonio Casagrande | Mixis #12

Fra natura, linee e macchie di colore. Dodicesimo appuntamento con Mixis.

L’impressione ri-crea il segreto di un incontro della memoria, la lingua traccia ciò che può e la natura segue i suoi contorni arborescenti. Ed è qui che il monotipo di Serena Jajani si fa specchio e groviglio di impronte della poesia, come custode del tempo interno, di Antonio Casagrande.

Caviglie possono oscillare
e lingue non capire
quanto è antica una conversazione
contandone i giri di parole
come coi cerchi nei tronchi d’albero
tagliati, nascondiglio negato a chi corre.
Manubrio segue manubrio, l’asfalto
qui, è il pavimento della mia memoria
il passaggio attraverso le siepi,
una porta.

[dedicato al Vecchio giardino Regina Margherita di Fabriano]