mixis#16a

Sarah D’Angelo illustra il racconto di Elisa Ciofini | Mixis #16

Di specchi bagnati, sciarpe e piccole dimenticanze. Sedicesimo appuntamento con Mixis.

In un viaggio notturno come tanti, un autobus come luogo di storie diviene vascello dell’immaginazione e della rappresentazione. Siamo nel portato metaforico del lapsus come realizzazione improvvisa, come dubbio e paranoia crescente, come inciampo esistenziale.
Ed è qui, nello spazio comune che raccoglie figure indefinite e mostri interiori, che il racconto di Elisa Ciofini1 incontra il graffio dal nero di Sarah D’Angelo, un urlo strozzato che si fa pelle ruvida e rugosa di un interno-esterno avvolto nel buio.

PICCOLE DIMENTICANZE
Solo quando fu sull’autobus si accorse di essersi sbagliato; appena si mise a sedere, una volta sistemata la valigetta sopra le ginocchia, venne colpito da una leggera percezione di fastidio, come se avesse dimenticato qualcosa. A dire il vero era da quella mattina che si sentiva disturbato da un timore ignoto, lieve ma assillante, e invano aveva provato a liberarsene, a trovarne la causa ed eliminarla alla radice; invece era ormai sera, faceva buio, e ancora non aveva scoperto niente.

Fu alla vista del suo riflesso nel vetro bagnato di pioggia che intese il motivo: quella mattina non si era specchiato, e quando non ci si specchia per un certo periodo si rimane stupiti di fronte alla propria immagine, sembra che il tempo intercorso fra uno specchiarsi e l’altro abbia di soppiatto scavato nuove rughe. Stava invecchiando ed era stanco, lo sguardo era vuoto e gli occhi avevano perso la brillantezza e la vivacità di un tempo; eppure sembrava ieri quando con quell’autobus tornava a casa ancora pieno di energie e aspettative per il giorno successivo. Appunto, era impossibile. Si guardò la giacca, non era sgualcita, i capelli, bianchi ma ordinati, forse davvero era l’età, ma poi fece in tempo ad accorgersene: aveva sbagliato sciarpa. Era stato convinto per tutta la giornata di avere addosso il foulard di velluto blu. E invece nell’uscire di casa aveva distrattamente preso la sciarpa della squadra di Vittorio. Ecco perché Maria lo aveva guardato in modo strano quando si era chiuso la porta alle spalle per andare al lavoro, ecco perché la segretaria gli aveva rifiutato i consueti complimenti, ecco perché il suo socio aveva respinto con tanta decisione la proposta di un’operazione avventata ma vantaggiosa. Maledetta quella sciarpa, gli aveva rubato la gioventù!

Avrebbe voluto alzarsi e gettarla fuori alla prima fermata, non appena l’autobus avesse aperto le porte, poi però si rese conto di non essere solo. Il veicolo era pieno di altre persone, non meno stanche e rugose di lui, non meno cariche di pensieri e valigie, e tuttavia fu preso dalla preoccupazione di essere visto e deriso. Poteva togliersi subito quella stoffa dal collo, ma rischiava, forse lo avrebbero notato ancor più facilmente, se già qualcuno non lo aveva fatto prima. Tutti quei volti che affollavano l’autobus era come se fossero scomparsi ai suoi occhi, e non c’erano più persone, bensì figure minacciose e irrisorie; la pioggerellina nebbiosa che si attaccava ai finestrini sembrava essere penetrata anche lì dentro, rendendo i passeggeri spettri, proiezioni di strane paure.

Per fortuna arrivò la sua fermata a salvarlo. Le porte si spalancarono sulla luce dei lampioni, un paesaggio cupo ma conosciuto; sollevato, corse subito giù e, trovatosi fuori, tirò un lungo sospiro di sollievo. Anche se non aveva l’ombrello e i capelli bianchi si stavano inumidendo sotto la pioggia, volle rimanere a osservare l’autobus che si allontanava nel buio come un vascello fantasma.

Vide che, pur senza averlo meditato, ci aveva lasciato sopra la sciarpa. Vide appunto la sciarpa e, a osservare meglio, questa era avvolta attorno al collo di un uomo, un uomo con una valigetta, i capelli bianchi, la faccia rugosa. E anche lui si allontanava nel buio, su quel vascello fantasma.




Serena Jajani illustra il racconto di Elisa Ciofini | Mixis #15

Di insetti volanti, consegne e dubbi. Quindicesimo appuntamento con Mixis.

È nel ronzio costante, nel gesto immediato che cancella il peso dei dubbi, che il breve ma incisivo racconto di Elisa Ciofini2 incontra la tecnica mista di Serena Jajani. Una contaminazione di carta, inchiostro, pennelli digitali e supporti analogici, che si fa groviglio inestricabile dell’attimo interrotto.

LA MOSCA
Se avesse potuto l’avrebbe uccisa. Il corpicino nero nero strisciava lungo la parete umida, porosa, e la lucida trasparenza delle ali ne rendeva maggiormente visibile la forma. Era proprio quel colore intenso a infastidire di più, a rendere la viscida creatura una macchia incancellabile e innaturale, una piccola voragine vagante, come un puntino d’inchiostro scuro stampato per sbaglio su una foto a colori.

Era da più di un quarto d’ora che percorreva lo stesso identico tragitto nell’aria senza mancare una sola tappa: dal soffitto spiccava il volo, roteava intorno alla lampada, finiva per sbatterci e, disorientata, tornava alla parete. Continuava, imperturbabile, a scottarsi sulla polvere di quella luce bianca e a cercare dopo di riassettarsi il pelame, sfregando ossessivamente le zampine contratte e setacciando con la bocca quello strano pavimento che in realtà era il soffitto: è la stupidità della mosca che la rende così repellente, e la totale mancanza di senso nella sua esistenza disturba almeno quanto il suo martellante ronzio.

Il garage era desolato, ma pieno di automobili costose. I minuti sembravano non passare mai. Ci incontreremo là alle nove in punto, gli era stato detto, e lui non aveva sgarrato di un secondo, era da anni che svolgeva il servizio. Il compito era semplice, doveva solo consegnare un pacco e andarsene via senza dir nulla a nessuno. Non si era mai chiesto cosa il pacco contenesse o a chi fosse diretto, né doveva farlo.

A lui però non piaceva la consegna, pure altre volte aveva meditato il proposito di opporsi, ma la pigrizia aveva sempre avuto la meglio, in fondo era implicato in quell’operazione da così tanti anni… E poi aveva anche una moglie, dei figli, e non se ne era accorto bene nemmeno lui di come fossero realmente andate le cose e di come fosse finito a trovarsi lì, in un garage pieno di automobili di lusso.

– Eccola, la stavamo aspettando – una voce tuonò, rimbalzando sulle pareti di cemento armato – Immagino che abbia con lei il nostro pacco.

Si avvicinò alla voce misteriosa con le mani leggermente tremanti. Stava sudando freddo. Un pensiero vertiginoso lo invase; lui era una brava persona, o almeno una persona normale, con una famiglia sulle spalle, cosa ci faceva in quel posto? Era un uomo onesto, e la sola idea di poter avere fra le mani della sporcizia gli provocava una tale ripugnanza che non avrebbe più potuto tollerare. Doveva liberarsene e lo avrebbe fatto adesso, davvero.

– La ringrazio molto. Ora torni pure a casa ma, mi raccomando, prenda l’uscita posteriore. Ci rivedremo per la prossima consegna.

Il pacco era scivolato da una mano all’altra senza che nessuno vedesse, sentisse, parlasse o si rendesse conto di niente.

La mosca, dopo l’ennesimo tentativo di lotta contro la lampada, cascò, esanime.




Simone Carucci racconta l’illustrazione di Luca Bontempi | Mixis #11

Pistole, cacce e cieli stellati. Undicesimo appuntamento con Mixis.

È nella fusione fra legno e metallo, nell’impugnatura esperta delle dita e nelle notti di Luna piena, che l’illustrazione di Luca Bontempi incontra la narrazione di Simone Carucci. Il risultato, un mix-is di composti aromatici che si diffondo nell’aria e colpiscono senza esitare. Una caccia dell’estasi e della frenesia.

Storia del mio uomo
Ho visto tutto con un solo occhio, ma sarebbe troppo lungo da raccontare.
Sono nata nel 1978 a Houston, Texas; da un’idea di Peter Remford e dalle mani di John Skrietfield, poi il sole, l’officina Mc Clouddest e il buio. L’odore di legno e metallo, una cassa chiusa dove c’erano altri miei simili. All’inizio però nessuno parlava, sentimmo dei rumori, tipo il rombo scatenato del vento, poi Frank disse di essere diretto a Milano; aggiunse che il suo uomo non aveva nome, o se ce l’aveva non voleva dirlo in giro. Allora Josephine disse: «Bordeaux». La seguirono Eveline William e Carlos con «Catanzaro» e il gruppo degli indiani con «Roma». Io dovevo andare a Borgomastro. Ci salutammo all’aeroporto consapevoli che non ci saremmo più rivisti.
Ho viaggiato fino ad incontrare la luce in un’aria fresca, di montagna, il rumore di qualcosa che friggeva in pentola. Lui si è avvicinato a me con passi misurati ma pesanti, non si è presentato. Mi ha stretto forte sul calcio, mi ha annusata. Io ho provato vergogna, aveva la mano ruvida, piena di calli, odorava di arancia e eccitazione. Ne aveva già maneggiate molte altre, lo sapevo, ma nessuna precisa e potente come me. Brillai in festa, lui mi sistemò nella tasca dei pantaloni. Strusciavo sul suo coso duro, ma non mi tolse di lì. Anzi, sembrava provarne piacere.
Non facemmo i preliminari, mi portò nel bosco, ci fermammo in una radura, mi tirò fuori dalla tasca e schiacciò il grilletto. Io gridai con tutta la voce che avevo dentro e lanciai il colpo contro un cinghiale. Dritto dritto tra gli occhi. Quando mi rinfilò nella tasca io ero ancora calda, e lui aveva bagnato le mutande.
Si instaurò presto qualcosa di molto malato tra di noi; eravamo spesso da soli, non parlavamo se non strettamente necessario, e anche in quei casi il linguaggio non era umano. Le parole erano fruscii gutturali, codici segreti che ci scambiavamo e che gli altri fingevano di comprendere. Lo apprezzai da subito, ma cominciai davvero ad amarlo a metà del sesto giorno; quando un cinghiale grosso come un orso ci corse incontro inferocito e dovetti ripetere il colpo due volte per stenderlo. Il brivido di paura ed eccitazione che unimmo si fuse con l’attimo secolare delle piante, me lo ricordo come se fosse adesso: ci sembrò di entrare in una porta metafisica di piacere, dove la conoscenza si era di nuovo piegata all’istinto e gli atomi di metallo avevano formato legami insolubili con il tessuto epiteliale; molecole e ormoni un mix di polvere da sparo e testosterone. Il suo cuore nel mio calcio. Capii che avrei fatto di tutto per lui, e che lui non avrebbe fatto niente senza di me.
Le nostre giornate tipo iniziavano all’alba, lui faceva colazione mentre io sgranchivo la struttura nell’aria fresca, poi ci incamminavamo nel bosco. Vagliavamo le possibili soluzioni per occludere le vie di uscita, sistemavamo gli ostacoli sul sentiero, costruivamo delle trappole con rami e foglie e infine ci appostavamo. Il silenzio sarebbe potuto durare giorni e, ancorché quasi assoluto, era il nostro modo più profondo di comunicare. Quando gli animali si svegliavano trovavano il terreno predisposto per la caccia, ma non avevano intelletto, e lentamente si avvicinavano a noi. Di solito alla radura arrivavano per primi quelli di piccola taglia, li lasciavamo andare. Aspettavamo i cinghiali. Lui stendeva il braccio, interrompeva il respiro, premeva il grilletto e io colpivo. Forte, preciso, mortale. Eravamo un killer professionista, il migliore.
Le dinamiche si sono ripetute uguali fino al trentasettesimo anno, poi, per cause inspiegabili, gli animali fuggirono dal bosco. Lui cadde in depressione quasi subito. Io provai a distrarlo sistemando dei barattoli di latta su un pianale. Colpirli da venti, dieci, cinque o cinquanta non faceva differenza. Non si divertiva più. Io persi un po’ di quell’amore brutale che ci teneva uniti, lui perse soprattutto la vista. Avrebbe cominciato a mancare i bersagli se io non avessi corretto il tiro. Entrammo in crisi, in qualche momento ho pensato di finirlo, lui avrà pensato di smetterla di premere il grilletto. Ma rimanemmo insieme e io aspettai la notte del nostro anniversario per suggerirgli nel sonno di dover ricominciare. Non dai cervi, non dalle lepri, non dagli uccelli, ma dagli unici esseri viventi che continuavano ad abitare la nostra zona: i suoi simili. A lui l’idea piacque, ma non sapeva come fare. Il giorno dopo ci svegliammo all’alba, lui fece colazione e io mi stiracchiai, e andammo nel bosco.
Preparammo trappole e ostacoli come al solito. L’umano avrebbe dovuto convergere verso la radura. Lui era sudato quando mi prese e per un attimo mi risistemò nei pantaloni, poi giunse un uomo, e io urlai.
La routine degli uomini ringiovanì il nostro legame; almeno un paio di orgasmi al giorno, la sua mira di nuovo centrata. Le mani ruvide e calde che stringevano il calcio. Mi sembrava non dovesse finire mai, che nell’eternità ci sarebbe dovuta essere la sua mano, il mio colpo e un cadavere.
Mi sbagliavo: stamattina un uomo ha suonato alla nostra porta, ha fatto il nome del mio uomo e gli ha messo le manette. Ora io sono sola, al freddo, e non so a chi sparare.




Sergio Kalisiak illustra il racconto di Riccardo Bartoletti | Mixis #10

Spazzatura, religioni e anime parlanti. Decimo appuntamento con Mixis.

È nello spazio biografico di chi sceglie cosa essere, che le atmosfere “accumulative”, divaganti, delle diapositive raccontate di Riccardo Bartoletti si fanno immagine oscura e iconica attraverso l’illustrazione di Sergio Kalisiak.

«Le alette di pollo di quel nuovo supermercato vicino alla stazione sono le migliori che abbia mai assaggiato negli ultimi quindici anni. Comunque voglio dire, esiste qualcosa di più buono delle alette di pollo? Rappresentano quello che gli indiani del Guyarat chiamano Poornata, la Perfezione. Non è qualcosa che puoi individuare a priori, la perfezione.
Però l’essenza dell’aletta di pollo, l’anima sotto la pelle abbrustolita, quella è la perfezione, quello è il Poornata. Una volta provai a spiegare il concetto dell’aletta di pollo intesa come poornata a Dan Quayle, il vicepresidente di Bush padre, ma lui mi confessò di essere vegetariano da almeno venti anni, da quando sua moglie Melly, o Marylin, lo aveva lasciato per un cazzo di santone africano capo di una congrega che adorava il DioM’butzu.
Gli dissi che non esisteva nessun Dio M’butzu nella mitologia africana, e io conosco almeno i tre quarti delle divinità esistenti. Quel santone si era probabilmente inventato qualche stramaledetto modo per portarsi a letto un po’ di donne tra cui la moglie del vicepresidente americano e ci era riuscito.
Ma Dan è uno stupido osso duro, è stato il più giovane Senatore degli Stati Uniti d’America e quelle cose lì, ma la storia del santone lo aveva talmente scioccato da farlo diventare vegetariano non appena gli recapitarono via posta prioritaria direttamente dal Kenia l’avviso di divorzio. Cazzo, un vicepresidente cornuto che viene mollato via posta dalla moglie fuggita con un santone finto del Kenia! Così era diventato vegetariano e aveva cominciato ad appoggiare le più importanti battaglie ecologiste del Nuovo Millennio, niente più termometri col mercurio e OGM nel piatto, il Rinascimento dell’Anima, lo chiamava, scorciatoie hippies talmente strampalate da far saltare sulla sedia qualsiasi Repubblicano medio, figuriamoci Bush padre. Voglio dire, lui che aveva imbastito tutta la prima campagna presidenziale sullo stereotipo dell’americano col cappello da cowboy ora si trovava accanto un vicepresidente che mangiava solo verdure e ai buffet delle riunioni di gabinetto obbligava i catering a sostituire il latte normale con quello di soia. Ma di cosa cazzo stavo parlando? Ah sì, delle alette di pollo. Ne vuole una? Senti, possiamo darci del tu?».

«Ho vissuto i miei primi diciotto anni con mia madre proprio in questa casa, a Portersville, due palazzi e un incrocio nello Stato della Pennsylvania a nord di Pittsburgh. Dio quanto ho odiato da piccolo la Pennsylvania. L’hai mai vista su una cartina geografica, la Pennsylvania? Aspetta, dovrei averne una qua, sotto la poltrona, tieni questa lattina per favore… ecco, la cartina della nostra America.
Che poi voi europei chiamate “America” tutto il nostro Continente sempre senza specificare un cazzo, cosa vuol dire “America”, qualche volta ci infilate dentro pure il Canada, è come se io dicessi “Europa” pensando anche alla Turchia, capisci cosa intendo?
Ci sono una marea di Stati solo nell’America del Nord, poi ci sono i rivoluzionari del Centro e tutto il Sud che Dio solo sa cosa sta succedendo laggiù, hai visto il Venezuela? Laggiù si sparano veramente, mica come a Pittsburgh, dove ogni tanto un ragazzino tira due fucilate per sbaglio a un uccello sul filo dei panni e subito si grida al terrorismo.
Comunque guarda qua, questa è la Pennsylvania, siamo ad uno sputo da NewYork, la Grande Mela, che Dio l’abbia in Gloria. Due anni fa è venuto qui l’ex Primo Ministro cinese, Li Peng, o Peng Li, non ricordo mai, e mi ha detto che nelle scuole cinesi tutte le città americane hanno nomi cinesi. Pazzesco, vero?NewYork è Niǔyuē, Los Angeles Luòshānjī, che significherebbe “il Sole che muore”, perché è a ovest, capisci? Il Sole nasce ad est e muore ad ovest, è così in tutto il mondo. E Philadelphia, gli ho detto? Non la conosceva. Cristo, Philadelphia, in Pennsylvania, capisco che è uno Stato del cazzo ma voglio dire, ci hanno anche girato quel film con Tom Hanks, conosci Tom Hanks, gli faccio. Non conosceva nemmeno Tom Hanks. Cazzo, sei un ex Primo Ministro cinese e non conosci Tom Hanks, ma come vi scelgono a voi in Cina? Almeno Bruce Springsteen lo conoscerai, chiedo, e gli sillabo il nome: Bruuuuce Spriiiingsteeen, ha scritto la colonna sonora del film, guarda, mi ci sono fatto anche una foto insieme quando è venuto qua, allora prendo la foto che è lì, sul mobile della televisione, la vedi? Quella lì, esatto, prendo la foto, gliela faccio vedere e gli dico: questo è Bruce Springsteen. Lui stringe la foto, se la rigira un po’ fra le mani, guarda me, poi la foto, mi indica e se ne esce con un: Bruuuuuce Spriiiingsteeen. Cazzo, due mesi dopo lo avevano arrestato per corruzione e detto fra me e te hanno fatto bene. Comunque la Pennsylvania è uno Stato del cazzo, lascia la foto e prendi la cartina, eccolo, lo vedi?
Che poi è come se noi fossimo un po’ cugini, insomma, parenti quasi, l’America è un popolo meticcio, fatto da olandesi, inglesi, italiani, africani, gli unici americani veri li abbiamo messi in un bel recinto e mascherati da attrazione per i rodei. Cristo che storia quella degli indiani, dei nostri indiani, dico. E i popoli del centro America, coi loro riti sanguinari sterminati da un raffreddore qualunque? Ha fatto più morti il vaiolo della baionetta. Lo sai che Shitala Devi, una delle divinità dell’Induismo, è associata al vaiolo? Anche Sopona, della religione del popolo Yoruba. Ci sono almeno sette divinità al mondo associate al vaiolo, e noi ci siamo preoccupati per anni di Bin Laden, pace all’anima sua. A Pittsburgh lo avrebbero accolto a braccia aperte. Viene a radere al suolo tutto, vieni a buttare giù questa città del cazzo che sembra costruita da un cinese ubriaco. Gli avrebbero noleggiato gli aerei, a BinLaden, per radere al suolo Pittsburgh, ne sono sicuro».

«Mia madre faceva la cameriera da Donald’s,gran posto, mi ci portava tutti i Martedì a mangiare frullato di banana e biscotti ripieni di burro d’arachidi. Me li serviva Agatha Mellys, una cameriera tutta tette che quando si sporgeva dal bancone mi faceva vedere il paradiso. Mia madre ha lavorato lì per trentacinque anni. Trentacinque cazzo di anni, capisci, a servire birra a camionisti ubriachi che cercavano di violentarla tutti i finesettimana.Uno di quei camionisti alla fine ce l’ha fatta ed è diventato mio padre, ma dopo il parto non si è più fatto vedere, spero si sia schiantato in qualche foresta del Nebraska. Comunque, sono cresciuto con mia madre e fino all’età di venti anni credevo che il vecchio Donald fosse mio nonno e Agatha mia zia. Vieni dalla zia Agatha, mi diceva con quelle tettone che sballonzolavano, vieni dalla zia Agatha, cosa cazzo deve credere qualcuno quando gli dici così? Che sei sua zia, semplice. La verità la scoprii al funerale del vecchio Donald, di ritorno dall’Europa, quando vidi i suoi parenti ricevere baci e abbracci e nessuno che veniva a consolarmi. Lì capì che gli adulti sanno essere crudeli, e che non vale la pena vivere una vita dentro le regole».

«Oh, certo, c’è questo discorso della spazzatura. È la prima domanda che fanno tutti quando arrivano qua: ma come fai a vivere in mezzo a questo casino? E la seconda è: tutta questa spazzatura l’hai prodotta tu? La risposta alla seconda domanda è sì, tutta la merda che vedi in questa stanza e nelle altre cinque della casa l’ho prodotta principalmente io negli ultimi venti anni della mia vita. Sono sei stanze che ricordano i Sei Continenti del Mondo. L’idea me l’ha data Bob Geldolf a metà degli anni Novanta. Io non avevo ancora quarant’anni e ti assicuro ero lo stronzo più stronzo che potessi incontrare nella tua vita. Il mio primo incontro con la spazzatura è stato da piccolo, quando mia madre mi lasciava a casa e se ne andava a lavorare da Donald’s. Non fare danni, diceva, e se hai fame il frigo è pieno di cibo. A quindici anni non è che te ne intendi molto di noveulle cousine e ingurgiti quello che ti capita sottomano. La mia vita, sopratutto il mio cibo, si accumulava fuori e dentro di me ad una velocità impressionante. Riempivo sacchetti tutti uguali di diversi colori per favorire una raccolta differenziata che all’epoca in Pennysilvania era all’avanguardia e non chiedermi perché. Di giorno smistavo spazzatura nei differenti sacchetti e la sera mia madre controllava se avessi svolto diligentemente il mio lurido compito, l’unico che riuscissi a sbrigare con una certa solerzia. A scuola per esempio ero un disastro, discutevo con tutti, professori e compagni, e su tutto. La scoperta dell’America? Chi ci racconta che sia andata così? La matematica? La scienza più religiosa fra tutte le scienze. Mia madre viveva nella disperazione più nera perché il suo unico figlio era, ed è, a tutti gli effetti e senza possibilità di errore, una emerita testa di cazzo. Il ragazzo è molto intelligente ma non si vuole applicare, le dicevano. Tutti mi chiedevano ossessivamente cosa avessi voluto fare da grande e io non sapevo rispondere. Cosa voglio fare da grande, replicavo Perché nessuno mi chiede cosa voglia essere, da grande? Fare cose è molto semplice, costruire palazzi o scavare fondamenta per i ponti d’America. Ma essere qualcuno è molto più difficile. E nessuno mi chiedeva dove volessi mettere la mia anima, forse perché avevano paura della risposta.
Poi un giorno il preside mi spedì dritto a casa perché avevo tirato dietro il libro di geografia a Mrs. Dobliff, l’insegnante di storia. Mia madre non poteva venirmi a prendere e allora mandò il vecchio Donald che era in giro per qualche visita medica. Dissi che era mio nonno e mi lasciarono uscire. Il vecchio Donald mi parcheggiò a casa sua, una villetta monofamiliare vicino al vecchio zuccherificio. Io devo ancora finire i miei giri, disse, se ti va leggiti qualche libro. Uscì e mi lasciò dieci dollari per le emergenze. La sua casa puzzava di una dignitosa solitudine. I muri piangevano, in quella casa. C’erano appese le foto dei figli, Michael e Janet, che vivevano chissà dove a fare chissà cosa e non si presentavano mai per saldare il loro debito di figli ben cresciuti. C’erano le foto del signor Donald e di una moglie che non c’era più da molti anni prima al mare, poi sui laghi, con bellissimi abiti da cerimonia e lungo un crinale che sembrava non avesse fine. Quelle foto erano il mondo interiore del signor Donald. Passeggiare in quella casa dava l’impressione di essere visitatori segreti di un museo che non avrebbe mai aperto le sue porte al pubblico. La stanza che cambiò la mia vita era la sala da pranzo. Un grande tavolo al centro, un divano blu ad angolo, nessuna televisione ed una immensa, gigantesca, faraonica libreria. Non avevo mai visto così tanti libri in vita mia, neanche nella libreria della scuola. I libri esposti trattavano esclusivamente argomenti spirituali. Mia madre mi spiegò poi che alla morte della moglie il signor Donald aveva perso la testa per qualche mese e si era fatto venire l’idea di prendere i voti e diventare seguace della Chiesa del Cristo Redentore. Poi i figli gli avevano fatto una doccia fredda con acqua e sensi di colpa e lui non ne aveva fatto più nulla. Però in quei mesi aveva letto e studiato tutti quei libri. La Bibbia, certo, e il Corano, come no. Poi i testi sacri dell’Induismo, del’Ebraismo, diverse edizioni del Popol Vuh delle civiltà del centro america, dissertazioni su dèi antichi e divinità minori. In quella libreria c’era tutto ciò che di spirituale l’Uomo avesse prodotto nei suoi diecimila anni di storia. Trascorsi quel pomeriggio saltando da un libro all’altro degli scaffali, proprio come un ragazzino in pasticceria incapace di scegliere tra un bignè alla crema e un croissant al cioccolato. Quando il vecchio Donald tornò mi trovò sul tappeto della sala da pranzo arroccato in un castello di libri. Mi guardò e sorrise, lo sapevo, disse. Da quel giorno barattai una condotta un po’ meno eccentrica con la possibilità di far visita al vecchio Donald quando volessi. Uscì dalla scuola con una sola bocciatura e diversi calcio in culo. Mrs. Dobliff godette nel sussurrare a mia madre che suo figlio sarebbe diventato di certo una schifosa nullità. Lei non batté ciglio, ma quella notte la sentì piangere nel buio pesto della sua piccola camera da letto comprata a rate».

«Se sei qua, probabilmente il resto della mia vita dovresti averlo letto su quel libro appena uscito, TrashGod, la mia autobiografia non autorizzata. Dopo la scuola sono fuggito a Miami, dicendo a mia madre che riuscivo a mantenermi facendo il cameriere. In realtà spacciavo droga, roba pesante, gli anni Settanta sono stati duri per molti di noi, tanto che un tizio ci ha lasciato la pelle e le palle e sono dovuto scappare in Nicaragua dove i sandinisti stavano facendo un gran bel casino. Lì ho conosciuto Lady Sanders e il suo denaro mi ha fatto comodo per un po’, fino a farmi arrivare in Europa, in Francia, e poi di nuovo in America, e poi di nuovo in Europa e da lì nell’est del mondo,dove sono diventato ciò che sai, una delle più grandi autorità in religiose di questo nostro stramaledetto pianeta. Tutta questa spazzatura nella quale sono immerso, le stanze di questa casa riempite del peggio dei Sei Continenti del mondo, non sono altro che il negativo della bella foto di famiglia che abbiamo scattato per ingannare noi stessi. La spazzatura che infetta il nostro povero mondo è il diavolo del ventunesimo secolo e nessun esorcismo sarà mai tanto potente da farla scomparire nel nulla. Allora io ho deciso di mostrare Satana, il demonio, di viverci dentro, di renderlo parte di me. E le persone mi amano per questo.
Spazzatura eri e spazzatura ritornerai, nessun peccato originale da poter assolvere con quattro parole, solo l’orribile consapevolezza che questa merda l’abbiamo creata noi per sguazzare in uno stile di vita impossibile da sostenere. Bisogna morire per poter rinascere, ricorda, bisogna mostrare il male, anche il proprio male, per sapere riconoscere il bene. E questo è quello che faccio. Di ritorno dall’est del mondo, con una folle consapevolezza interiore, ho cominciato con qualche curioso, venivano qua e immersi nella spazzatura facevamo la cosa più difficile del mondo: parlare. Forse tutto questo casino gli manda in pappa il cervello, niente più filtri, niente più sovrastrutture, solo l’irrefrenabile desiderio di dirmi tutta la verità. E questo irrefrenabile desiderio colpisce anche me di fronte a una storia, a un dubbio, a una richiesta, e non posso fare altro che dire ciò che penso, ciò che secondo me ognuno dovrebbe fare per sentirsi al meglio con se stesso. Registro i miei pensieri su queste musicassette che mi ha regalato uno degli ultimi indiani d’America e le dono a chi mi sta davanti. I curiosi sono diventati sempre di più, e da lì si è passati alle celebrità, ai nomi noti, ai famosi. Dice il mondo fuori da qui che c’è più verità sulle etichette delle mie lattine di Pepsi che in tutti i libri sacri delle religioni monoteiste.
Chiamano quelli che mi seguono “trasher”, suona bene.
Non so se è vero quello che dicono, di certo qua dentro non ci sono re e regine, santi o imperatori, ma solo un vecchio uomo che se ne sta seduto su una montagna di spazzatura a sparare le sue cazzate.
Ma basta parlare della mia storia, il resto lo leggerai sul libro.
Dimmi di te, cosa vuole raccontarmi la tua anima?».




Luca Bontempi illustra il racconto di Manuela Mazzi | Mixis #9

Fra scelte, solitudine e cantine buie. Nono appuntamento con Mixis.

È in un vorticare frenetico e martellante, che l’elencazione paratattica di Manuela Mazzi, propedeutica a soluzioni terapeutiche, incontra l’illustrazione sintetica di Luca Bontempi. Un ronzio interno che esplode nello spazio privato dei propri pensieri, un verbo esausto che inventa punizioni e disperazioni.

Oggi sei salvo

Mi martella il cervello. Il cervello. Il cervello. E tu pensi, no. Non voglio. Non sento. Non. No. È un angelo che trasfigura e sbava come un dobermann rabbioso che ti lecca mostrando i canini gocciolanti. Gocciolano le dita. È colpa sua. Tasto il suolo con le mani. Il pavimento è ruvido e sporco. Non vedo lo sporco. C’è odore di sporco. Sento lo sporco con i polpastrelli. Sassolini su lastre di vecchio granito scolpito dall’acqua del fiume che scende dalla montagna. Aria. Che manca. Sento scricchiolii nel buio. Ho gli occhi aperti, ciechi. Sono sorda. Voglio essere sorda. Non è scroscio, è un muoversi viscido. Caduta in ginocchio non prego, ho il culo che mi pesa a destra. Sento un filo d’aria come una lama sul collo, che si affila con l’appiccicoso sudore, umidità di cantina, casa antica. Culla di morti e spettri. Mi giro per respirare. Cerco ossigeno. Ma la bocca si riempie solo di polvere. Sento salirmi sulle mani. Camminano zampette che mi solleticano. Insetti. Scarafaggi o formiche, forse ragni. Mi camminano. Mi abitano. Li lascio abitarmi. Potrei nutrirli con il mio male: vorrei raggiungessero il collo, che me lo riscaldassero e poi che entrassero nei miei orecchi, perforassero i miei organi, si cibassero della mia polpa cerebrale. Sto meglio. Starei meglio. Mi appoggio sulle mani e mi tiro in piedi. Mi fanno male le ginocchia; sono rimasta troppo tempo per terra. Le mie membra si sono scrollate di dosso gli insetti che ora, a piedi nudi, lentamente, schiaccio per raggiungere la parete. È rugosa. Calcestruzzo granulato tirato con una spatola. La porta è chiusa a chiave. La chiave è da qualche parte dopo essere rimbalzata contro qualcosa. Nel buio. Lanciata a terra. Magari la sentirò sotto i piedi. Tasto centimetro per centimetro quei granelli piccoli e grossi che pungono le dita, certe volte, mentre altre sono tonde che mi viene voglia di leccarne la superficie, come capezzoli poi da mordere, fare andare a sangue, secchi. Sento una fuga, una crepa nella muratura, odoro la fessura, sentore di mattoni. Sanno di ferro e terra, i mattoni. Non ha finestre questo posto. Faccio un altro passo, alzo il piede, sento il ginocchio ancora rigido che appesantisce la coscia, e invece il polpaccio pare essere animato di vita propria. Sono instabile. Non è colpa mia. Non dovrei essere qui. Faccio quello che posso. Appoggio il tallone e sotto la pianta che adagio piano piano percepisco un rigonfiamento di stoffa, uno straccio. Mi chino a raccoglierlo e lo avvicino al naso. Olio di motore. Mi sarò sporcata mani e faccia. Sento salirmi una strana eccitazione. Ancora sporco. Sporca come mi sento vorrei sporcarmi di più. Cammino con le mani a tastare il buio, braccia tese. Colpisco con il mignolo del piede sinistro una scatola. Un dolore affilato mi ferisce in mezzo alla fronte, una scossa elettrica che dal piede mi attraversa in un lampo. Sento un brivido di gioia. Ho bisogno di scaricare la tensione. Il cuore che mi batte in gola non perde colpi. La rabbia di prima mi morde ancora la giugulare. Quando ti senti soffocare tendi a liberarti del male, vorresti cacciarti una penna in gola o infilarla negli occhi del cane che ti azzanna. Scuoterlo. Lanciarlo. Bruciarlo. Colpirlo. Zittirlo. Fermarlo. Mi martella il cervello. Il cervello. Il cervello. Dentro. E gli insetti sono troppo piccoli per mangiare martello e cervello. Placenta marcia che partorisce aborti. Il cervello. Mi lascio cadere a terra dopo aver raggiunto la parete più a sud. Allargo le gambe, sputo sulle mani e le lavo immaginando che si sporchino spalmate dello stesso sporco di prima. Poi le asciugo nella maglia, alzo la gonna tirandomela sopra le ginocchia. Inserisco le dita in bocca due di entrambe le mani, ci stringo sopra le labbra e le ciuccio. Sanno ancora di latte e pappa. Perché l’odio fa male? Le faccio scivolare in mezzo alle cosce, scosto gli slip, e sdrucciolo tra le labbra, cerco quella piaga maledetta e con forza ci infilo le due dita della destra, appoggiandomi con l’altra mano a terra. Saliva sputo polvere sporco. Finisco sulla chiave della porta. L’ho trovata ma non sono pronta. Levo le dita della destra poi le succhio mescolando i miei umori alla mia saliva, e con quello che mi resta in bocca succhio e bagno anche la chiave; gigantesca vecchia ferrosa chiave da portone di legno. Con la sinistra mi infilo la chiave lacerando le pareti interne, facendole fare avanti e indietro e con la destra che quasi gocciola scivolo tra le labbra e sforbicio il clitoride, poi aumento poco a poco la forza l’energia con la chiave a farmi male a simulare una violenza che distrugga il piacere che rovini la possibilità di godere di desiderare di prendere ancora dentro di me danni e maledizioni che non debba più fare figli e sentirli piangere e strillare e vociare e martellare il cervello. Il cervello. Tutte le notti. Da sola. Tutti i giorni. Tutto il giorno. Il cervello che vorrei venisse risucchiato da quel buio e morire stanca in quella cantina dove mi rinchiudo per non impazzire, per non fargli del male per non guardare in faccia il mio piccolino che piange e piange e piange e piange e piange e non so nutrirlo o accudirlo e piange e io non lo sopporto più e se non ci fosse la cantina dove rinchiudermi nel buio gettando la chiave dove non so per farmi passare questo attacco di rabbiosa voglia di soffocare quell’esserino che non ha fatto niente di male che non sono io una buona madre che forse non so che cosa e come si fa se ha mangiato ed è pulito. Che. Cazzo. Vuoi? Non piangere più per piacere.