Tappa finale ⥀ Le poesie di Anedda: quadri dipinti con le parole su tela cardata dall’autore

Concludiamo oggi l’itinerario condotto da Danila Saracini alla scoperta della poesia di Antonella Anedda per il pubblico del festival di poesia La Punta della Lingua 2025. La registrazione dell’incontro con Anedda e del suo reading, avvenuti il 30 giugno 2025 ad Ancona, sarà presto disponibile sul nostro canale YouTube (qui). Tutti i contributi sono raccolti qui

 

Arrivati ormai all’ultima tappa di un viaggio conoscitivo itinerante che, tra suoni di versi e discussioni appassionate, tra rumorose vie cittadine o nella pace di ambienti paesani e naturali di somma bellezza, ci ha condotto alla scoperta di una poetessa che subito abbiamo sentito affine alla nostra sensibilità, ci ricaviamo un conclusivo momento di riflessione come si fa quando, tornati da una vacanza, si cerca di ripercorrere mentalmente i momenti salienti del cammino compiuto.

Il primo elemento su cui centrare l’attenzione è sicuramente il particolare sguardo poetico di Anedda, non narcisistico ma teso a reperire nella concreta realtà quotidiana qualche risposta alle fondamentali domande esistenziali, nella speranza di comprendere il senso dell’esistere. Questo aspetto, che ci ha molto colpito nella lettura dei suoi componimenti, emerge con chiarezza ad esempio in Oggi mi cura guardare un grumo di formiche, una poesia della sezione Animalia di Historiae in cui sono evidenti l’attenzione disincantata con la quale l’autrice perlustra il mondo e la sua capacità di trarre profonde riflessioni sulla vita cosmica da tutto quanto è oggetto della sua osservazione.

Oggi mi cura guardare un grumo di formiche:
il pulsare del nero, l’affannarsi a ridosso di una tana
il filo di necrofore con un moscerino,
lo stuolo di operaie in marcia,
verso il loro villaggio da preistoria.
Tutto mi arrende a un io distante che trascende
il dolore alla schiena di ogni lungo osservare,
mi stacca dal paesaggio degli umani e lo depone
in fondo ad un cratere dove lo sguardo incrocia
l’insetto catturato, portato nei recessi, poi smembrato.
Dura un intero inverno, cibo di ogni schiera1.

In apertura del testo colpisce subito l’espressione «oggi mi cura guardare», che indica sia l’occuparsi con amorevole diligenza di qualcosa sia l’assunzione di un farmaco prescritto per una terapia e teso al miglioramento delle proprie condizioni di salute. Ciò a cui la poetessa ha deciso di dedicare la sua giornata è l’osservazione della vita di un formicaio, un’attività svolta con tanta attenzione da sembrare indotta da un interesse scientifico. La società delle formiche, sempre organizzata da secoli nello stesso modo in un «villaggio da preistoria», ai suoi occhi è un «pulsare nero» di tanti individui che si affannano intorno alla tana, impegnati a svolgere ciascuno le mansioni assegnategli: distingue «lo stuolo delle operaie in marcia», impegnate nella ricerca del cibo, e il filo delle «necrofore con un moscerino». Questo impegno visivo la porta a distaccarsi da sé e dal mondo umano e, indifferente al dolore fisico prodotto dalla schiena, inevitabile per chi rimane a lungo in quella posizione, le consente di entrare col pensiero «nei recessi» del formicaio dove riesce a incrociare lo sguardo del moscerino catturato, che verrà smembrato e finirà per costituire la riserva di cibo della schiera per tutto l’inverno. Col suo guardare la poetessa penetra, dunque, all’interno dei meccanismi dell’ecosistema cosmico a cui anche l’uomo è sottoposto e, riflettendo sulla fine dell’insetto catturato, rileva indirettamente la stupidità di chi crede di costituire il centro dell’universo. L’osservazione attenta del mondo naturale le è servita ad acquisire consapevolezza della pochezza dell’uomo e l’ha condotta a spunti riflessivi che ricordano La ginestra di Leopardi, un testo con cui questa poesia di Anedda ha evidenti affinità per le critiche rivolte contro le illusorie fantasie antropocentriche che spesso caratterizzano il genere umano2.

La contemplazione minuziosa di dettagli del reale, la coraggiosa accettazione della filosofia dolorosa ma vera di leopardiana memoria, lo sguardo obiettivo e imparziale della storiografia tacitiana offrono una cura efficace contro la sciocca superbia umana perché consentono l’unica vera forma di progresso possibile e stimolano la disponibilità alla cooperazione tra gli uomini.

La cura con cui Anedda perlustra la febbrile attività svolta dal «grumo di formiche»-società umana rinvia anche a Palomar, personaggio protagonista dell’omonimo romanzo di Italo Calvino, un altro autore con cui la poetessa ha varie affinità. Soprattutto sembra importante ricordare la ricerca di un netto distacco dall’oggetto su cui posa il suo sguardo. Anche lei come Calvino direbbe infatti: «Come scriverei bene se non ci fossi. Se tra me e il foglio bianco e il ribollire delle parole e delle storie che prendono forma e svaniscono senza che nessuno le scriva non si mettesse di mezzo quello scomodo diaframma che è la mia persona» (in Se una notte d’inverno un viaggiatore)3. Come Palomar, nome che non a caso richiama un osservatorio astronomico americano, anche Anedda, nel silenzio e con distacco da sé, si immerge alla maniera di un palombaro nell’osservazione della realtà, desiderosa di studiarla e comprenderla almeno fino al punto a cui all’uomo è data la possibilità di giungere.

Un’altra testimonianza di questo modo di procedere ci è offerta da Occidente, una poesia della sezione eponima di Historiae, dove l’io poetico è impegnato a registrare da più punti di vista ciò che riesce a vedere dal balcone o dalle finestre della propria casa, luoghi simbolo dei versi della nostra poetessa perché permettono di mettere in relazione interno/esterno, sono veri ponti che creano una connessione tra la realtà interiore del soggetto poetante, il mondo e la collettività degli uomini. L’osservazione di tutti i dettagli che colpiscono la vista fornisce stimoli immaginativi che finiscono col creare rapporti tra spazi e tempi differenti e tra persone appartenenti a diversi strati sociali. Essa apre la riflessione a tematiche sociali o ecologiche che, avvertite inizialmente come una divagazione, sono poi sviluppate più ampiamente nei versi finali del componimento che si chiude con l’immagine emblematica di una lepre ferma con le orecchie drizzate verso la luna assimilata a un «pensiero in una radura». Si tratta di un animale veramente totemico, ritenuto simbolo di trasformazione e rinascita, associato per le sue abitudini notturne e il rapido ciclo riproduttivo alla luna, alla primavera e al rinnovamento della vita, considerato anche, per la sua promessa di rinascita, un compagno ideale dopo la morte tanto da essere talora raffigurato in antiche tombe.

Ecco le case contadine del Duemila,
sono in piena città nel dirupo sotto il mio balcone,
hanno orti minuscoli, qualche sedia di plastica,
un canneto e sopra i pomodori una tettoia,
sempre di plastica, ma gialla.
Vicino, c’è un circolo bocciofili:
i vecchi gridano quando la palla scocca
la sua gemella di legno nel tragitto.

Resto ferma a guardare, penso a quanto
siamo alti e miopi e assordati.
A nord delle baracche sfrecciano i treni
verso Fiumicino, lo splendente aeroporto della capitale
i vagoni sfiorano la Magliana
i palazzi affollati di lenzuoli,
i supermercati con le merci scontate.

Era così il treno per i turisti
che saltando la periferia
univa Buenos Aires alle ville di Tigre
bianche sopra un fiume di fango.
Non c’erano mendicanti ma ristoranti
musica, tempo mite e forse criminali

– come ovunque – che curavano il prato.

– Divago, così vado dall’altra parte della casa,
quella più quieta da cui si vedono i villini,
le facciate dipinte, i giardini con le palme nane.
Tutto perfetto «se non fosse» – dice l’inquilino –
«per i cassoni d’immondizia », bocche di buio
che inghiottono gli avanzi: non solo cibo, ma mobili,
vestiti, oggetti che forse si possono aggiustare.

Per questo a ore strane vengono i nostri alieni:
a volte sono donne, spesso vecchie.
Spingono un passeggino privo di bambino,
ma anche un carrello per la spesa,
e in effetti la fanno, «a nostre spese»
aggiunge l’inquilino.

In realtà cercano ferro in questa età dell’oro.
Stavolta vedo da vicino. Ci guardiamo.
È davvero impossibile lavare la vergogna reciproca?

Non so rispondere e neppure voi.
Ci muoviamo in una zona di tempo
schiuma delle ere. Sono le otto.
Dietro il condominio
si stende il nostro mondo occidentale.

L’acqua scende dai tubi, buona,
per bere, per scaldare.
Adesso inizia a piovere
una tranquilla pioggia verticale.

Ogni goccia rintocca di un ancora,
ancora respiriamo dentro l’aria invernale.
Ancora una lepre drizza le orecchie alla luna,
ferma, come un pensiero in una radura4.

Sotto il balcone di casa, la vista di baracche, «case contadine del Duemila», poste in ambiente cittadino attorniate da orticelli sovrastati da tettoie di plastica e limitrofe a un circolo bocciofili frequentato da giocatori vecchi e rumorosissimi, fa riflettere la poetessa sulla vita attuale: «siamo alti, miopi, assordati». Spostata l’attenzione a nord di esse (è da notare la registrazione precisa dei movimenti progressivi del campo visivo, dei nomi propri dei luoghi oggetto di osservazione, anche quando visti in altro tempo, e dell’ondivagare dell’io tra visione e riflessione), nota lo sfrecciare dei treni diretti a Fiumicino che sfiorano con i vagoni palazzi simili a piccionaie, rumorosi e caotici, circondati da tanti negozi popolari. Passando dall’osservare al pensare il ricordo la porta a un treno turistico visto in Argentina che collega Buenos Aires alle ville di Tigre circondate da prati curati, ristoranti e musica, ambiente opposto a quello che ora ha sotto gli occhi. La divagazione mentale la induce a mutare punto di osservazione e, spostatasi dall’altra parte della casa, si affaccia sulle ville dei ricchi. Tutto sembra perfetto salvo un piccolo “neo”, di cui in una sorta di dialogo immaginario discute con un vicino: una discarica piena di rifiuti di ogni tipo anche di grandi dimensioni. Gli abitanti del luogo se ne lamentano ma quei cassoni rappresentano una fonte di vita per persone provenienti da un mondo diverso, «alieni» che in ore strane vengono lì “a far la spesa”, gente affamata alla ricerca di qualcosa che gli permetta di campare. Non cercano cibo ma metalli che, rivenduti, diventano una fonte di approvvigionamento. L’apparente «età dell’oro» di cui gode oggi il mondo occidentale pone ai margini chi non ha ricchezza. L’inquilino ricco, infastidito dalla discarica, non comprende, rimane indifferente e addirittura ritiene di essere vittima di scorretti comportamenti dei poveri. Di fronte a tutto ciò pensare diventa inevitabile e così quella che prima era una divagazione ora si trasforma in nitida consapevolezza della grettezza mentale di un ricco vicino5. La sua crudele indifferenza la induce a riflettere sulle relazioni sociali umane e a porsi una domanda a cui né lei né altri sembrano in grado di dare risposta. Sarà mai possibile un progresso etico capace di rendere migliore il consesso degli uomini? Il quesito rimasto inevaso la porta a concludere che l’epoca nella quale viviamo è una zona di tempo «schiuma di ere», è cioè l’esito finale di un processo, iniziato nella notte dei tempi e mai modificato, che mette in discussione il valore dell’attuale progresso. Il mondo, nostra casa comune, è ormai un condominio dove tutto in apparenza sembra tranquillo ma che è sempre bagnato da una pioggia verticale le cui gocce con il loro sordo suono sembrano rintocchi della campana della morte6, l’unica cosa rimasta inalterata nei secoli. Come accade dalla preistoria l’uomo continua ancora a respirare «dentro l’aria invernale», in attesa di una rinascita che non può arrivare per un destino di morte ineliminabile.

Lo sguardo “scrutatore” di Anedda, oltre che rivolgersi verso luoghi fisici, mentali o ambienti sociali, appunta spesso l’attenzione anche negli spazi del tempo, ricercando interstizi, fessure memoriali che offrano dei varchi di accesso al mondo dei morti e consentano di colmare i vuoti prodotti dalle perdite di cui è costellata l’esistenza. Interessante a riguardo è Lacrime, un testo inserito emblematicamente nella sezione Osservatorio di Historiae e ispirato alla discesa di Enea nell’Ade narrata da Virgilio nel VI libro dell’Eneide. I versi del grande poeta latino, riletti nel silenzio di un luogo naturale, fanno riaffiorare nella memoria «dettagli» con i quali la poetessa, dialogando con l’autore antico, ricrea una nuova trama poetica, da lei intrecciata a cucita con la cura di un sarto, contenente nuovi spazi e tempi. Il componimento, infatti, non è incentrato sull’incontro con la madre nell’aldilà ma, come anticipato implicitamente dal titolo col rinvio alla espressione virgiliana «sunt lacrimae rerum» (Eneide, I, v. 462), sulla dolorosa condizione esistenziale umana e sulla capacità di resistenza nei secoli dell’«immagine della casa dei morti», tematiche sviluppate in particolare negli ultimi versi.

Rileggendo il sesto libro dell’Eneide
davanti a questo lago artificiale coi resti di una chiesa
raggiungibile ormai soltanto in barca
penso a come resista nei secoli
l’immagine della casa dei morti,
a quanto desiderio spinga i vivi nella gola degli inferi
solo per simulare un abbraccio impossibile,
a come le mani che penso di toccare siano rami
di lecci, querce, abeti – alberi di natale,
specie inusuale in queste terre.
Nel vecchio paesaggio c’era il fiume
dove le donne andavano a lavare.
Stendendo le lenzuola sulle pietre
raccontavano di come le ombre delle madri
scendessero a turno dalla rupe solo per asciugare
le lacrime che continuano a colare7.

La poetessa offre inizialmente informazioni spaziali: seduta di fronte a un lago artificiale e ai resti di un’antica chiesa isolata sta rileggendo un passo dell’Eneide di Virgilio. Il traghetto di Caronte, adibito al trasporto delle anime dei morti, associato all’idea che il rudere di chiesa è ora raggiungibile solo con una barca, diventa per lei uno stimolo alla riflessione: la fa pensare infatti alla resistenza nei secoli delle cose passate e all’immenso desiderio dei vivi di ricongiungersi ai loro cari defunti per stringersi di nuovo a loro in un caldo abbraccio. Quest’aspirazione però, come le ricorda l’antico topos omerico e virgiliano dell’abbraccio deluso8, è purtroppo illusoria e utopica. Le mani della madre morta che amerebbe tanto toccare diventano lignee e spingono il suo pensiero a riflettere sul passare del tempo e sulle trasformazioni da esso prodotte anche nello spazio. Il paesaggio naturale non è più lo stesso: il lago artificiale davanti al quale ora legge in passato era un fiume dalle acque fresche e pulite dove le donne si raccoglievano per lavare i panni e poi stenderli al sole. In attesa che il bucato si asciugasse, sentivano le ombre delle loro madri scendere per consolarle della loro perdita.

Per approfondire la tecnica costruttiva del componimento ci offre interessanti spazi di riflessione un confronto del testo con un documento iconografico, non a caso utilizzato come immagine di copertina dalla rivista «Antinomie» per accompagnare una recensione di Andrea Cortellessa al volume Anedda. Tutte le poesie (Garzanti, Milano 2023)9. Si tratta della tela Passaggio agli Inferi (1515-24), opera del pittore paesaggista fiammingo Joachim Patinir che, amico di Dürer, fu un esponente di spicco del Rinascimento nordico/primo Manierismo. Le ampie vedute dei suoi dipinti coniugano un’attenta registrazione di dati naturalistici con la fantasia lirica, caratteristiche anche della poesia di Anedda, generata dall’osservazione di dettagli del mondo naturale e umano che, assumendo per così dire vita propria, stimolano la ricerca di spazi, tempi e luoghi che offrono all’io la possibilità di ampliare il mondo del possibile ed elaborare nuove ipotesi interpretative del reale.

 

Anedda
Joachim Patinir, Passaggio agli Inferi, 1515-24, Museo del Prado, Madrid.

 

Per rappresentare l’entrata di Enea nell’Ade narrata da Virgilio nel VI libro dell’Eneide, Patinir crea un’ampia veduta paesaggistica e al centro del dipinto colloca la barca con Caronte in cui si vede una sola anima così piccola che non si riesce a distinguere i suoi lineamenti; essa è forse un simbolo dell’umanità intera in bilico tra l’Inferno, a destra dell’osservatore, e il Paradiso, alla sua sinistra, tra Male e Bene. A sorvegliare le entrate dei due mondi ci sono rispettivamente il cane a tre teste Cerbero e un angelo portiere che indicano all’anima quello che la attende. Nell’Inferno troverà un luogo oscuro illuminato solo da fuochi che ardono sulle colline e che rendono il paesaggio brullo e desertico, tutto dominato dal colore marrone della terra; in Paradiso ci saranno invece cieli azzurri, piante verdi e angeli, acqua cristallina che, sgorgando da una fontana luminosa, forma il fiume Lete che libererà l’anima dal ricordo di qualsiasi impurità; un vero e proprio locus amoenus di perfetta beatitudine. Fulcro centrale del dipinto, come ben indicato dalla posizione della barca, che ha la prua rivolta verso chi guarda, sono le scelte che gli uomini devono compiere nel loro viaggio esistenziale10.

Il testo virgiliano ha stimolato come in Lacrime di Anedda una riflessione etica, comunicata da Patinir con una tecnica pittorica fondata, secondo i dettami della pittura fiamminga dell’epoca, su un metodo induttivo analitico; il pittore infatti ha prima individuato dettagli realistici su cui ha poi costruito la visione paesaggistica globale. Allo spettatore è comunque evidente che il naturalismo dell’immagine è in realtà un veicolo di significati simbolici poiché i colori e gli oggetti raffigurati sono metafore di qualcos’altro.

Sul piano interpretativo del passo virgiliano Patinir e Anedda hanno una diversa sensibilità. Entrambi nelle opere esaminate uniscono alla precisione dei dettagli un approfondimento riflessivo e spirituale e concentrano l’attenzione su un dettaglio del racconto: la barca vista come un ponte tra vivi e morti. Di esso però si servono in modo personale. Il primo intende far riflettere sulle scelte etiche dell’uomo: il dannato sulla barca con lo sguardo rivolto all’Inferno indica che in vita ha male operato; il quadro è, dunque, un vero monito a prepararsi alla morte per poter godere della beatitudine eterna. La nostra poetessa, invece, è indotta dai versi dell’Eneide al pensiero del possibile incontro con la madre morta, dell’auspicato quanto utopico rapporto umano con i defunti e del persistere del passato nel presente, dei resti lasciati in vita dalla consunzione della materia, del vuoto creato dalle perdite con un dolore capace di generare però nuovi spazi immaginifici, temi tutti a lei molto cari.

Il confronto tra le due opere è stimolante per vari motivi. Esso in primo luogo ci offre una bellissima testimonianza di dialogo umanistico tra differenti generi letterari, forme espressive, artisti ed epoche, una relazione a distanza ricca di molti spunti di riflessione. Inoltre evidenzia la capacità pittorica della poesia di Anedda che nei suoi versi, partendo da minimi particolari del mondo fenomenico o interiore che colpiscono il suo sguardo di attenta scrutatrice, è in grado di creare tele dipinte con le parole, dei veri e propri quadri realizzati su un tessuto da lei stessa intrecciato e cucito per realizzare il suo sogno di bambina desiderosa di creare abiti cucendo tra loro delle foglie di castagno, vestiti bellissimi pur nella loro assoluta fragilità.

[…] Quello che la morte smembrava poteva essere
unito di nuovo. Da piccola cucivo foglie di castagno tra
loro fino a farne corone. Sognavo di farne vestiti completamente
verdi appena rigati di nero dalle spine dei ricci.
Sopportavo che mi entrassero nelle mani. Le corone
erano perfette, ma fragili. Bastava una folata di vento e si
decomponevano volando a caso nel castagneto11

 

 

 

* Quest’ultimo appuntamento del nostro cammino itinerante su Antonella Anedda, sempre inserito nel prefestival di poesia totale della La Punta della Lingua, si è svolto non all’esterno ma dentro le mura di un ambiente domestico, uno dei luoghi prediletti dell’osservatorio poetico della nostra poetessa. Si è trattato di uno degli incontri bimensili di dialogo e approfondimento culturale Tisane Letterarie che da un biennio conduco in presenza e online con ragazzi e adulti di diversa età e formazione culturale su argomenti proposti dalla comunità dei partecipanti. L’incontro è stato concluso con l’ascolto della canzone Dettagli, un pezzo musicale composto dal cantautore brasiliano Roberto Carlos, tradotto in italiano da Bruno Lauzi e cantato da Ornella Vanoni. Il brano, da me proposto sulla base degli stimoli derivanti dalla precedente discussione del gruppo, ci è sembrato adatto ai temi e alla poetica di Anedda perché invita l’ascoltatore a volgere il suo sguardo sulle cose, sui gesti e i sentimenti che a prima vista possono sembrare insignificanti, a guardare aldilà delle apparenze e a soffermarsi su «dettagli» che, lasciando emergere verità nascoste o aprendo nuovi spazi immaginativi allo spirito, sono capaci di alleviare il peso dell’esistere. Invitiamo dunque i nostri lettori ad ascoltare anche loro il brano qui.


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Note

1 Anedda, Oggi mi cura guardare un grumo di formiche, in Historiae, in Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2023, p. 529.

2 Nella Ginestra, o il fiore del deserto «l’arida schiena / del formidabil monte / sterminator Vesevo» mostra la stoltezza dell’illusione delle «magnifiche sorti e progressive». Anche Leopardi, sedendo in luoghi resi desertici dalla lava e contemplando le luci delle stelle in cielo che gli appaiono come un punto e invece sono immense, non può far altro che sottolineare l’estrema piccolezza dell’uomo e ridere amaramente delle fantastiche teorie di grandezza del genere umano. Infatti, con la stessa naturalezza con cui una piccola mela giunta a maturazione distrugge cadendo un formicaio, la lava che fuoriesce dal cratere del vulcano, come già accaduto a Pompei ed Ercolano, tornerà a distruggere quanto gli uomini hanno a fatica costruito. Identico è il destino delle formiche e degli uomini (vv. 158-236).

3 La citazione compare nell’articolo di Anedda del 2022 Calvino e Carpaccio, pubblicato nella rivista «Doppiozero». Questo scritto è molto significativo perché vi si sottolineano alcune caratteristiche dello sguardo di Calvino sul visibile che hanno punti di contatto con la sua poetica. In particolare Anedda osserva che per definire quello sguardo occorre partire dal verbo «scrutare» e da un esame attento teso a scoprire o comprendere ciò che non si manifesta o non si capisce con un’analisi affrettata e superficiale. Il suo è lo sguardo di uno «scrutatore cubista che assume prospettive multiple» e ha l’ambizione di insegnare a guardare, di continuare a imparare senza smettere mai di porsi problemi. Questo è anche il guardare della nostra poetessa che trova nei suoi versi spazi sempre nuovi di accesso al senso dell’esistere.

4 Anedda, Occidente, in Historiae, in op. cit., p. 520.

5 I toni del discorso ricordano quelli del sermo cotidianus delle satire oraziane, dove all’interno di quadri di vita quotidiana si criticano con pacata ironia e con saggezza i difetti morali degli uomini.

6 Questa pioggia verticale-rintocco di campana a morto richiama la poesia Spleen di Baudelaire (nei Fiori del male), dove le gocce di pioggia diventano per il poeta sbarre di prigione che generano inquieti pensieri e fanno scattare campane urlanti verso il cielo tanto raccapriccianti che l’Angoscia, vinta la Speranza, pianta il suo vessillo nero sul nostro cranio.

7 Anedda, Lacrime, in Historiae, in op. cit., p. 485.

8 Omero, Odissea, libro XI, vv. 205-9, abbraccio di Odisseo con la madre Anticlea; Virgilio, Eneide, VI, vv. 700-2, abbraccio di Enea col padre Anchise.

9 Andrea Cortellessa, Antonella Anedda, dal balcone del cosmo, in «Antinomie», 27 ottobre 2023.

10 Per un approfondimento su Patinir e sul quadro si può vedere Altdorfer, Patinir e la nascita del paesaggio moderno.

11 Anedda, Cuci una foglia vicino alle parole, cuci le parole tra loro, ivi, p. 407.