Copertina [Il grande rimbalzo]Eravamo a tavola, aspettando che gli spaghetti fossero cotti al punto giusto. La televisione parlava della pioggia che continuava a cadere giorno dopo giorno, alcune macchine erano state inghiottite dai fiumi che avevano infranto gli argini. In cucina ne entrava poca di luce, per questo abbiamo acceso il neon. Ogni tanto qualcuno versava un po’ di vino nel bicchiere degli altri, buttando un occhio sulla pentola che era sul fuoco. Mio padre ha provato a dire due parole sul tempo, che oramai è cambiato, ché una volta non si sentiva parlare di queste piogge che scendevano giù in questo modo. Mia sorella si era appena accesa una sigaretta, ma la pasta era ormai cotta. Qualcuno ha detto buon appetito, e per un po’ nessuno ha più detto altro.

Suona il telefono, da tempo nessuno chiamava più all’ora di pranzo. Nell’ultimo anno gli unici a chiamare erano i rivenditori di piani tariffari vantaggiosi, chiamavano dall’Albania, dalla Romania, da quei luoghi dove il lavoro costa meno. Abbiamo sempre cercato di essere gentili con loro, nonostante interrompessero il pranzo. Ma da tempo neanche loro chiamavano più in quelle ore. E invece ora il telefono squillava, il telefono fisso. Quando vengo a trovare i miei genitori è un piacere sentire quel telefono squillare, sembra di essere nella sala d’aspetto di un dentista. La suoneria di un fisso sembra ancora essere caratteristica di un luogo piuttosto che di una persona. E quello è il suono che ora racconta la casa dei miei geni-tori. E nessuno penserebbe mai di cambiarla, né saprebbe come fare.

Ci siamo guardati per capire chi dovesse alzarsi per andare a rispondere al telefono. Mia madre si è alzata di scatto, come quando sua madre era ancora viva. Capitava spesso di ricevere sue chiamate all’ora di pranzo, e negli ultimi anni a telefonare era la sua badante. E una chiamata all’ora di pranzo ci faceva pensare a qualcosa di grave. Mentre mia madre si avvicinava al telefono, noialtri che stavamo ancora mangiando ci siamo guardati per un secondo, un qualcosa che non è stato detto per intero è comunque passato attraverso un rimbalzo degli sguardi. Ci chiedevamo chi potesse essere a chiamare a quell’ora, ma la televisione ci ha distratti, ci ha riportati in mezzo a quei fiumi in piena. Si vedeva l’auto di una famiglia che era rimasta intrappolata in un torrente, erano morti padre madre e figlia. Mio fratello si è chiesto come mai nessuno si ricorda di rompere i finestrini con qualcosa di duro e appuntito, ma mio padre ha fatto notare che il vetro di un finestrino può essere molto resistente. Poi si è ragionato su cosa possa comunque rompere quel vetro: un martello, un sasso, un cacciavite, cose che però non abbiamo mai con noi quando ci servono. Mentre il telegiornale passava a un’altra notizia, ci siamo accorti che qualcosa si stava bruciando. Mia madre aveva lasciato il pane ad abbrustolire sopra la bistecchiera.

Visto che mia madre non tornava, ci siamo affacciati in sala, per vedere cosa stesse facendo. Di spalle, la vedevo ac-cennare con la testa, diceva sì e no, il corpo era in tensione e la sigaretta un cilindro di cenere ormai spenta. Le ho portato un posacenere, chiedendole con chi stesse parlando. Con un cenno mi ha fatto capire che potevo tornare in cucina, così ho servito la carne in porzioni uguali, mentre gli altri parlavano di lavoro. Prima di rimettermi seduto sono andato a spegnere tutti i fornelli che erano ancora accesi e dalla finestra ho visto che le nuvole erano sempre più nere. Là in lontananza c’era la casa dove una volta abitava il prete del quartiere, che ora ha la mente sgretolata dall’Alzheimer. Quando eravamo ragazzi, spesso ci controllava dalla sua finestra. Dalle luci accese nelle nostre camere, riusciva a capire a che ora eravamo andati a dormire. La sera suonava il piano, o si metteva a leggere. Ma ora le tapparelle sono abbassate giorno e notte, chissà quanta polvere si sarà accumulata là dentro.

Mentre mi stavo per mettere a tavola, mia madre corre in cucina con gli occhi arrossati, chiedendo se qualcuno di noi se la sentiva di raggiungerla in sala. La prima ad alzarsi è stata mia sorella, mentre noi uomini siamo rimasti a guardarci senza capire cosa accadeva. Ma è bastato un at-timo per capire che il pranzo poteva aspettare. Poco dopo ci siamo trovati tutti quanti attorno a mia sorella.

«Sì, ho capito, ma…», provava a dire al telefono.

«Ho capito, ma…», e ogni volta che cominciava a dire qualcosa veniva interrotta dall’altra parte. Così mio padre ha allargato le braccia, non capiva cosa stesse accadendo. Mia madre era attaccata all’orecchio di mia sorella, cercava di ascoltare quel filo di voce che filtrava dal telefono.

«Allora, se è vero quello che dici, dimmi cosa succedeva quando ti mettevi davanti alla porta di casa per evitare che andassi a giocare in strada con le mie amiche». D’un tratto, ascoltando quelle parole, noi che eravamo ancora all’oscuro di tutto, ci siamo guardati come quando si butta lo sguardo su una ferita ancora aperta. Mia sorella aveva passato il telefono a mio padre, per an-dare in cucina a prendere una sigaretta. Io l’ho seguita, per chiederle con chi avesse parlato. Ma quando ho visto che era sul punto di piangere, sono tornato indietro. Così mi sono avvicinato a mia madre, ma con un gesto della mano mi ha chiesto di allontanarmi. Ora se ne stava appiccicata a mio padre, con l’orecchio puntato verso il telefono e gli occhi fissi sul camino.

«Senta, lei sa benissimo che la polizia può rintracciare il suo numero», ha detto mio padre, «e saprà anche che non ci vuole niente a denunciarla. Quindi, o torniamo seri oppure mi incazzo». Vedevo la sua pancia respirare sempre più rapidamente, i bottoni della camicia stavano per saltare. «Sì, ma allora se lei fa tanto la saputella, mi dica dove ci siamo conosciuti io e sua figlia». È a quel punto che io ho cominciato a dubitare che fosse uno scherzo, perché le spalle di mio padre si erano afflosciate, la risposta che stava ascoltando aveva ammutolito anche il suo risaputo scetticismo. Dopo un paio di minuti che mio padre se ne stava ancora lì ad ascoltare quella voce dall’altra parte del telefono, mia sorella ha consigliato di riattaccare e chiamare la polizia. Quando ho cercato di strappare il telefono dalle mani di mio padre, mi sono reso conto che l’incredulità gli aveva prosciugato anche le energie. Le sue mani non facevano presa. «Lascia stare!», mi ha consigliato mia sorella. Ma ero troppo curioso di sapere con chi stavano parlando da mezz’ora. Così ho portato il telefono all’orecchio e prima di ascoltare quella voce mi sono sporto verso mia sorella e le ho detto che adesso ci pensavo io.

«Vedrai», le ho detto.

Ma quando ho appoggiato l’orecchio al telefono mi sono accorto che avevano riattaccato. Mio fratello e tutti gli altri mi chiedevano cosa stesse dicendo quella persona, cosa mi stesse raccontando. Non so quanto sarò stato lì, in piedi in mezzo alla sala.

«Hanno riattaccato».

Io e mio fratello siamo tornati in cucina, mio padre e mia sorella stavano ancora in sala, pensando a come risolvere quel casino. Mia madre era corsa in bagno, si sentiva un pianto soffocato dallo sciacquone, di tanto in tanto uno scroscio d’acqua soffocava i singhiozzi che provenivano da dietro la porta. Io e mio fratello eravamo rimasti gli unici a non sapere perché tutti avevano gli occhi rossi, mio padre è venuto in cucina per asciugarsi le lacrime con un tovagliolo mezzo sporco di sugo.

«Che è successo?», abbiamo chiesto. «Perché si piange?». Ma in quel momento mia madre esce dal bagno e corre verso i fornelli, come se nulla fosse. I singhiozzi di assestamento le scuotevano la schiena, mia sorella le si è avvicinata per chiederle qualcosa. Quando poi mio padre ha detto che qui stiamo diventando tutti matti. Anche se era dura da credere, la persona con cui stavano parlando al telefono sembrava proprio nostra nonna, morta un anno prima. Aveva saputo rispondere a tutte le domande che le avevano fatto, anche le più impensabili; e anche il tono della voce, le battute e gli aneddoti che aveva raccontato senza che nessuno glielo avesse chiesto sembravano corrispondere alla sua biografia e alla sua personalità. Per un po’ solo il giornalista ha detto qualcosa dalla televisione, perché come in tutti quei casi in cui un qualcosa succede per la prima volta, non sai bene se il dire qualcosa rovini tutto, perché anche se sai che dire qualcosa servirà a farti sentire meglio, sai che quel qualcosa non corrisponderà mai al vero.

Per tutto il pomeriggio siamo stati in cucina a parlare d’altro, sapendo che tutto quest’altro nascondeva la paura di parlare di quella telefonata. Quando abbiamo spento la televisione, in casa è sceso un silenzio che non avevamo mai sentito prima. Così mia madre è corsa in sala e ha cominciato ad aprire tutte le finestre, e quell’aria fresca e il rumore delle pioggia ci ha sostituiti per un po’. Perché non sapendo cosa fare, cosa dire, non ne potevamo più di guardarci l’un l’altro. L’unica cosa da fare era far passare il tempo. Ogni tanto squillava un cellulare, la mia ragazza, un collega, un amico di mio padre. Ma ognuno di noi si teneva per sé quanto era successo. Neanche avremmo sa-puto come spiegarlo. Ed è così che si è arrivati a sera. Ci siamo seduti sul divano, qualcuno ha acceso la televisione su un canale a caso, qualcuno ha fatto un commento su una notizia che aveva sentito il giorno prima. Io e mio fratello ci siamo seduti sul tappeto, come facevamo da ragazzini. Il giovedì sera c’era Telemike, e anche se qualcuno si era rotto un braccio si era sicuri che la sera ci saremmo messi lì davanti alla televisione a guardare Telemike. Mike Bongiorno è morto, e noi figli ci avviciniamo agli anta, qualche capello bianco, lo sguardo impercettibilmente de-nutrito dalle cose che abbiamo perso per strada.

Quando mi sono risvegliato sarà stata mezzanotte. Mio padre russava, un cuscino appoggiato sulla pancia. Mia madre gli stava accanto, rannicchiata su un fianco. Mia sorella dormiva tenendo le gambe fuori dal divano. E mio fratello sembrava fosse sveglio, ma gli occhi erano chiusi. Così sono salito in camera, e ho preso tutte le coperte che sono riuscito a recuperare. Scendendo le scale, mi sono fermato a guardare quei quattro individui che dormivano in sala, se ne stavano indifesi con gli occhi chiusi. Ognuno con la sua vita là fuori, le sue paure e le sue speranze. Sem-bravano soldati a riposo, una rappresentazione confortante dell’idea di famiglia, la mia famiglia. Ma se arrivasse davvero la guerra, quale sarebbe la nostra famiglia?

Sapevo che mio fratello e mia sorella non amavano dormire in casa dei genitori, e che per questa ragione da anni non passavano la notte lì. Ma visto che ormai stavano dormendo, e visto che mia madre aveva ancora le lacrime raggrumate sulle guance, ho pensato che per una volta si poteva tornare a dormire tutti insieme sotto lo stesso tetto. Ho chiuso a chiave la porta di casa. Ho controllato che i fornelli fossero spenti. Poi ho aperto e disteso le coperte sopra i loro corpi infreddoliti. Prima di sdraiarmi sul tap-peto ho buttato un occhio fuori dalla finestra, dove le luci arancioni dei lampioni lungo la strada arrivavano fino al nostro piano. Con gli occhi fissi sul bianco del soffitto, ve-devo le luci dei fanali delle auto passare di striscio. Mia nonna chissà cosa sarà, ora. Non avendola potuta sentire al telefono, mi sono immaginato la sua voce che mi ricordava di rispettare mia madre, la sua voce che mi confidava quant’ero carino. Me lo diceva con un sorriso a mille denti, ed era bello sentirselo dire.

Al mattino vengo svegliato dall’odore del caffè, e con il caffè in casa era tornata la lucidità che serviva per affrontare la situazione. Mio padre e mia madre stavano discutendo in cucina, mio fratello e mia sorella erano ancora abbracciati ai cuscini. Quando li sveglio non mi riconoscono, erano anni che non vedevano il mio volto appena svegli. Dopo un’ora ci ritroviamo tutti quanti seduti attorno al tavolo della cucina, mentre fuori continua a piovere.

«Io chiamerei la polizia, è la cosa migliore», dice mia sorella. «Sì, ma poi magari ci prendono in giro», pensa mio padre. «Lo so, ma almeno ci aiutano a trovare quella stupida deficiente rincoglionita che si è messa a fare uno scherzo del genere». E io comincio ad avere i brividi alla schiena quando mia madre avvia un ragionamento in fondo plausibile: «Come poteva sapere tutte quelle informazioni così private? Io lo so che mia madre è morta, ho visto il suo corpo dentro una bara di legno, il coperchio l’hanno sigillato alla cassa, e hanno infilato tutto in un loculo del cimitero. So che i miei occhi hanno visto tutto questo. Io c’ero quando ha smesso di respirare. Ma questa persona come poteva sapere di quella volta che babbo ha chiamato a casa nostra, io avrò avuto poco più di vent’anni, e quando ha chiesto di me gli ho risposto che aveva sbagliato nu-mero? Gli ho detto che io mi chiamavo in un altro modo. Come poteva sapere di quel piccolo fatto? Era una cosa che non sapeva nessuno, tranne mia madre».

E allora i miei genitori hanno cominciato a pensare a tutte le persone a cui magari avevano raccontato quella storia, alle immagini dei volti che scorrevano nella loro mente veniva associata una carica d’odio che ben presto si dissolveva e riappariva sopra il volto di qualcun altro. Io sarò stato in silenzio per più di mezz’ora, solo dopo mi sono accorto che giravo la testa di qua e di là per ascoltare le diverse ipotesi, i giudizi sui caratteri dei vari amici e parenti che potevano aver architettato quello scherzo. Poi anche mio padre ha cominciato a chiedersi come quella persona al telefono potesse avere una voce così identica, come potesse conoscere tutti quei dettagli sulla loro vita. Proprio in quel momento abbiamo sentito che un po’ tutti, chi più chi meno, cominciavamo a cedere alla tenta-zione di credere alle suggestioni che la stravaganza di quella situazione aveva suscitato in noi. Al punto che dopo un po’ ci siamo ammutoliti e siamo tornati in sala, ci siamo distesi sul divano mentre mio padre accendeva il camino e mia madre preparava un altro caffè. Io mio fratello e mia sorella ci siamo guardati, accennando un sorriso che ci aiutasse a sdrammatizzare. Ma quel sorriso tornava presto una bocca seria e silenziosa, gli occhi tornavano a fissare il fuoco che aveva già cominciato a prendere. Nessuno di noi figli aveva più voglia di tornarsene a casa, e i genitori sembravano comunicare a distanza, l’uno in sala l’altra in cucina. Continuava a piovere e noi continuavamo a star fermi, la paura si era trasformata nella speranza che tutto fosse vero. Nessuno aveva il coraggio di dirselo, ma tutti ci guardavamo nella speranza che tutto rimanesse in quel modo per sempre.

A cena abbiamo mangiato gli spaghetti alla carbonara, be-vendo tre bottiglie di vino in cinque. La televisione era spenta, qualche volta ci siamo messi a ridere di niente. Stavamo bevendo il caffè quando squilla il telefono. Immobili abbiamo lasciato che squillasse senza risposta. Nel frattempo continuavamo a parlare di altro, facendo finta che non fosse successo nulla. Qualcuno ha perfino proposto di giocare a carte, quando il telefono ha squillato di nuovo.

Mia madre si alza di scatto. Simulando una calma apparente l’abbiamo seguita mentre si avvicinava al telefono. Dall’altra parte ha risposto una voce maschile. Era zio Bruno. Da alcuni mesi si era fidanzato con una ragazza molto più giovane di lui. E fin dal primo giorno aveva notato che la sua voce era uguale a quella di nostra nonna. E gli era venuto in mente di sfruttare quella coincidenza per farci uno scherzo. Per riderci sopra. Tanto per farsi risentire.

[Il racconto è tratto da Il grande rimbalzo, Exòrma 2014]