Argo pubblica la traduzione inedita di alcune pagine di The Invisible Prison. Scenes from an Irish Childhood, il romanzo dello scrittore irlandese Pat Boran, la cui versione italiana è in preparazione per le Edizioni Kolibris.

L’introduzione e la traduzione in italiano sono a cura di Chiara De Luca.

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Pat Boran ripercorre la propria infanzia nella piccola città di Portlaoise, dove vive assieme ai genitori, a due fratelli e due sorelle, tra gli spifferi e le volute irregolari della grande casa di Main Street. Con un andamento fluviale ed inclusivo e il nitore dello sguardo visionario del poeta, in uno stile screziato di ironia sottile e venato di nostalgia dolente, Boran racconta la storia della sua famiglia, che s’intreccia con quella di un’intera generazione, in un’Irlanda in trasformazione, al suo ingresso nella modernità. Pur ammettendo la fallibilità della memoria e la potenza della suggestione, Boran rifugge gli espedienti narrativi propri dell’autofiction, optando per la fedeltà del memoir. Con la precisione e l’esattezza del cronista, ricostruisce gli eventi e le situazioni in modo straordinariamente dettagliato, basandosi sui propri ricordi degli eventi e sui racconti delle persone che li hanno vissuti con lui, o accanto a lui. I protagonisti principali sono i membri della famiglia Boran e gli abitanti di Portlaoise, gli amici e i conoscenti, i parenti vicini e quelli ritrovati, i cari estinti, sempre presenti nel ricordo, e tutta unaserie di personaggi, più o meno improbabili – o apparentemente marginali – cui la narrazione restituisce dignità poetica e grandezza umana, senza dimenticare i matti, gli strambi, i passanti e i supereroi che ogni piccolo centro celebra, riconosce, o teme. Ognuno di loro è descritto con tratti vividi e con l’affetto che contribuisce a renderli reali, tanto presenti. La prigione invisibile si compone di una serie di quadri, mediamente brevi, ciascuno dei quali è strutturato come una short story. La successione dei quadri compone il disegno di un romanzo di formazione, in cui seguiamo la crescita del piccolo Pat fin dalla culla, passando per l’adolescenza, per arrivare nell’età adulta, accorgendoci soltanto in quel momento di avere compiuto un viaggio a ritroso in un passato ormai dissolto. Perché abbiamo assistito all’avvento della modernità in presa diretta, con gli occhi spalancati di un bambino, dibattuto tra curiosità e paura di fronte a tutti quei giocattoli nuovi: la prima TV in bianco e nero, che dava sempre l’impressione di poter esplodere da un momento all’altro; il primo semaforo cittadino, apparso in alto nel buio all’improvviso; la “luce eterna” non troppo eterna delle prime torce elettriche; il primo frigorifero, che sostituisce la vecchia cassaforte vittoriana in precedenza usata come “reparto freddo”; la pseudo televisione a colori, ancora più desiderio che realtà. E poi gli scioperi degli anni Settanta, gli albori della Rivoluzione, la penuria elettrica che si trasforma in un attesissimo viaggio nel Medio Evo, dove sfruttare la propria passione per le candele (e rischiare di bruciarela casa da cima a fondo). Il tutto intrecciato con flash back su un passato distante in cui il narratore scava per ritrovare le sue radici, tra indizi, coincidenze, misteri, curiose analogie, rivelazioni. Noi lettori seguiamo il piccolo poeta nei suoi voli: appeso alla corda del campanile della chiesa, dove ha accettato di fare il chierichetto soltanto per poter guardare all’interno della prigione dall’alto della torre campanaria; seduto all’amazzone sulla bicicletta, tra discese, sgommate e cadute; carponi sotto una pioggia di proiettili di torba nel grande giardino sul retro della casa in Main Street, durante la guerra contro i ‘nemici’. Seguiamo i bambini nelle loro scorribande, tra ingenuità, guai e pasticci, fino ai turbamenti dell’adolescenza, fino alle prime separazioni e alle prime sofferenze amorose. Ritroviamo in un’infanzia irlandese l’Infanzia di tutti come un luogo fuori dallo spazio e dal tempo, paese della fantasia e dell’invenzione, della visione e della proiezione, patria della poesia.

Da The Invisible Prison. Scenes from an Irish Childhood, Dedalus Press 2009, 2018


Corpo a corpo

Sono supino, con il naso a poco più di un centimetro dalla ghiaia, proiettili ronzano pochi centimetri sopra la mia testa, il filo spinato di convolvolo e ramoscelli che mi blocca la strada per il bunker nemico sulla porta del capanno n° 2.Poiché il giardino e i campi erano stati esumati per costruire il Fintan Lalor Avenue, i mucchi di fango secco mescolato si erano rivelati le munizioni perfette per inscenare giochi di guerra: a forma di pugno e portatili, facevano esplodere all’impatto ghiaia e fine argilla e, per bonus, lasciavano un segno esattamente uguale a quello di una conchiglia.Di colpo si fece silenzio. Forse stanno ricaricando le armi. Ma in quella tregua di cinque o dieci secondi mi tirano addosso un pezzo di legno vecchio attraverso il filo spinato, e in una grandine di mine antiuomo d’argilla sono sul ponte al di sopra di un fiume in fiamme di petrolio, procedo a zig zag tra colpi di pistola, entro ed esco dalle porte scansando i proiettili, tecnica che ho affinato guardando alla televisione le truppe britanniche nel nord.E anche se adesso sono separato dalla mia unità, ce l’ho fatta da solo, un’ala scorticata e una ferita da scheggia mi rallentano appena.E poi sono alla porta, una granata stordente mi piove davanti, ma io mi accingo, sprezzante del pericolo, a rastrellare e sgombrare i detriti, gridando, “Mani in alto! Mani sopra la testa, porci!” Brandendo la mia carabina Lee Enfield, o il mitra della mia racchetta da tennis con il percussore (a loro insaputa) bloccato.E dopo, dopo aver fatto marciare fuori i miei prigionieri, dopo averli consegnati alle guardie in attesa, grate che ci sia qualcuno come me a fare il lavoro sporco per loro, perfino dopo averli sconfitti, mostro ai miei nemici un certo rispetto, fermandomi a salutare l’ufficiale alla testa delle loro truppe.“Capitano”.“Che mi dici di te?” mi fa lui. “Che cosa dobbiamo fare per le sigarette, eh? E dove sono i tavoli da biliardo di cui abbiamo tanto sentito parlare?”E poi il sole calante mi dice che l’ora del tè ci chiama e attraverso di corsa il cortile fino a casa.

Ma non c’era nulla di semplice a lezione con Chippy, al servizio di Chippy, nel mondo di Chippy, forse. Un riconoscimento doveva essere guadagnato, anche se le regole erano a volte bel lontane dall’essere chiare. Il Capitano, per esempio, era sempre superiore al Barone? Il Colonnello continuava a godere del supporto dei suoi uomini nonostante si fosse ferito un braccio in un incidente in bicicletta (“un diabolico attentato”, come avrebbe detto Chippy)?Alla fine forse fu quello il suo vero lascito, malgrado tutta la sua dedizione alla vita militare: una catena di comando che, quando vista da vicino, si rivelava in fondo illusoria.

i.m. Michael ‘Chippy’ O’Brien, d. 22 Novembre 2008

 

La sala di ritrovo di una piccola città

Le grondaie gocciolano. Le grondaie gocciolano e le senti gocciolare tanto che, dopo questa settimana di pioggia infinita, la sala al confine della città è come una nave al termine della tempesta, un vascello battuto e sferzato e lavato ora, e brillante, se arrabbiato, sotto un cielo di piombo.E noi siamo i marinai adolescenti, equipaggio e terza classe, trasformati in avventurieri dal giro della chiave che ha in mano Jo Hannon, dall’oscillazione verso l’interno della porta scricchiolante, che trasforma la Macra na Feirme Hall in una nave, per accogliere tutti a bordo.Siamo venti, o giù di lì, ancora nella prima e media adolescenza, ragazzi e ragazze, in cerca (come me) di attenzioni, introversi e casinisti, tutti combattenti in prima linea nella guerra tra ormoni e storia, traduzione e, ok, nuovi fremiti. La colonna sonora delle nostre vite è altamente sessualizzata, tutta tunch tunch tunch, più Hit Me With Your Rhythm Stick che (data la sede) Do You Want Your Old Lobby Washed Down?Ma anche se siamo adolescenti e diamo l’impressione di essere rumorosi e noiosi e scortesi e permalosi e inclini a chiuderci nell’irascibilità, insistiamo a voler essere presi sul serio: dopotutto, presto avremo il doppio degli anni che aveva Dante quando s’innamorò di Beatrice.Eppure, siamo ragazzi dell’entroterra, ragazzi di una piccola città, e perciò (dicono alcuni) abbastanza al sicuro dai disordini che in questi giorni bui dilagano nel paese: in altre circostanze saremmo abbastanza vecchi per giocare a fare i soldati e lasciare che ci portino in una sala come questa, al confine di una città, dove esercitarci e prepararci a uccidere o farci uccidere…Romanticismo e guerra, amore e morte, Eros e Thanatos, le attrazioni gemelle che ogni adolescente sente in modo tanto più intenso quanto più sono nuove per lui, per lei, come spettri che infestano le strade delle città dell’entroterra, o stanno in agguato agli angoli di una stanza laterale, in una sala di campagna, un microsecondo dopo che è scattato l’interruttore – ecco su cosa siamo venuti a indagare. È per questo che ci definiamo un club.L’infinita pazienza e tolleranza degli adulti: Tom e Anne e Jo siedono tutti su gelide sedie di plastica impilabili, in una stanza dove al calar del buio si vede la condensa dei respiri, a discutere di scelte, politica, sessualità e pace con una gang di brufolosi adolescenti impacciati, come se fossero stati richiamati dal pianeta della propria stessa adolescenza per sopportare il tormento di fregarsene sul serio.Giochi di pensiero, giochi di testa, animazioni di vario tipo e grado di sfida. Jo con una sciarpa avvolta fino alle orecchie e un cappotto a spina di pesce, con bottoni grandi e colletto ampio; Anne in un lungo cappotto di tweed con cintura; Tom con una giacca di tweed, con toppe di cuoio sui gomiti, una tazza di tè annacquato tenuta sotto il mento, probabilmente solo per riscaldarsi …E cosa si diceva, e chi diceva cosa, o chi diceva cosa a chi, tutto questo è andato perduto ora, lavato via ora, come le acque della tempesta assorbite dalla terra quella notte, all’insaputa di tutti noi, ricominciando da capo il loro viaggio di ritorno al mare… Ma dal mare al cielo, e dal cielo, goccia dopo incerta goccia, torna sulla terraferma, davanti a me che qui, due decenni dopo, mi ritrovo a guardare la pioggia che torna – come come se soltanto adesso stesse completando il suo ciclico viaggio. E lungo questa lastra di vetro davanti a me corre una singola goccia, una singola perfetta lacrima, oltre la quale riesco a malapena a distinguere le ombre e le sagome di un gruppo di giovanotti il cui silenzio, nella sala al buio di una piccola città, cela gli enormi cambiamenti che stanno avvenendo nelle loro vite.


*Pat Boran è nato a Portlaoise, e vive da tempo a Dublino. È stato più volte writer in residence in biblioteche e istituti scolastici e ha pubblicato più di una dozzina di libri di poesia e prosa. Tra i più recenti ricordiamo Then Again (2019), Waveforms: Bull Island Haiku (2016), con fotografie dell’autore, e A Man Is Only As Good: A Pocket Selected Poems (2017). Edizioni delle sue poesie sono state pubblicate in italiano, ungherese e macedone e una selezione di poesie è stata pubblicata di recente nella traduzione portoghese di Francisco José Craveiro de Carvalho. Tra le opere di non-fiction ricordiamo il popolare manuale di scrittura creativa The Portable Creative Writing Workshop (varie edizioni) e A Short History of Dublin. Il suo memoir The Invisible Prison: Scenes from an Irish Childhood è stato pubblicato e accolto molto favorevolmente nel 2009 e ripubblicato nel 2018. È stato editor di “Poetry Ireland Review” e presentatore del programma di poesia The Poetry Programme e di The Enchanted Way per RTÉ Radio 1. Ha curato numerose antologie, tra le quali Wingspan: A Dedalus Sampler (2006), Flowing, Still: Irish Poets on Irish Poetry (2009), The Bee-Loud Glade (2009), Shine On: scrittori irlandesi in supporto dei malati mentali (2011), If Ever You Go: A Map of Dublin in Poetry and Song (2014, in collaborazione con Gerard Smyth) e The Deep Heart’s Core: Irish Poets Revisit a Touchstone Poem (2017, in collaborazione con Eugene O’Connell). Tra i riconoscimenti ottenuti ricordiamo il Patrick Kavanagh Award nel 1989 e il premio statunitense Lawrence O’Shaughnessy Poetry Award nel 2008. È membro di Aosdána, l’unione degli artisti irlandesi. Il suo sito personale è www.patboran.com.

Chiara De Luca corre 15 km al giorno. Ha curato l’antologia di giovane poesia contemporanea Nella borsa del viandante (Fara, 2009) e pubblicato A margine dei versi. Appunti di poesia contemporanea (2015), raccolta di saggi, articoli e recensioni su un centinaio di poeti contemporanei italiani e stranieri, già pubblicati in precedenza su rivista, in volume o in antologia. Ha pubblicato i poemetti La notte salva (2008) e Il soffio del silenzio (2009) e la silloge Il mondo capovolto (2012). Ha pubblicato le raccolte poetiche per custodire l’amore (2004), in parole scarne (2005), A mia madre(2015), La corolla del ricordo (2009, 2010), The Corolla of Memory (2010, con una nota di John Deane e la prefazione di John Barnie), Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2010 (2010), Alfabeto dell’invisibile (2015), confinando l’inverno(2017), Il mondo è nato (2017), Grani del buio (2017). Ha pubblicato l’antologia bilingue La somma di ogni ritorno/The Sum od Each Return, con la traduzione di Gray Sutherland e la prefazione di Giancarlo Pontiggia e l’antologia bilingue La ronde du rêve, con la traduzione di Jean-Claude Tardif e Elisabetta Visconti-Barbier e la prefazione di Werner Lambersy. Traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e olandese. Ha pubblicato 8 romanzi e 75 raccolte poetiche di autori contemporanei in traduzione. Ha fondato e dirige Edizioni Kolibris e la rivista Iris News. È fotografa e videomaker. Il suo sito è www.chiaradeluca.net