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The queen of Chinatown | racconto di Francesco Muzzopappa

 

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Sono arrivato in via Paolo Sarpi, la Chinatown milanese, nel suo momento peggiore, quando ancora la via non era stata pedonalizzata e migliorata esteticamente con la distesa di sanpietrini, aiuole e dehor. Sono pugliese e, devo ammettere che in famiglia non abbiamo mai avuto molta dimestichezza con il popolo cinese. Quando una sera, chiamando casa, annunciai ai miei genitori che sarei andato fuori con amici a mangiare riso alla cantonese, mio padre pensò subito al Canton Ticino.
Per lui si trattava di risotto svizzero.

In quegli anni le leggende metropolitane sul mio quartiere si moltiplicavano ed erano tutte più o meno attendibili. Domenico, un mio amico agente immobiliare, mi raccontò di aver venduto un appartamento con cantina a una famiglia cinese di quattro persone. Nel giro di due mesi le quattro persone divennero diciotto e nello scantinato, al momento dello sgombero, furono rinvenute sessanta bombole di gas. Fu sempre Domenico a raccontarmi di quel ristorante dodici vetrine in zona Aleardi chiuso dalla polizia in seguito al ritrovamento in cucina di ceneri umane.
Dite quello che volete, ma a Lambrate cose del genere non accadono. Al di là dell’interregionale da Genova in ritardo sul binario 2, di vicende eclatanti non ce ne sono.

Eppure, escludendo questi piccoli inconvenienti, a me i vicini di quartiere piacciono molto. Il senso del surreale che io coltivo da anni, loro ce l’hanno nel sangue.
In Paolo Sarpi, per esempio, noi non abbiamo Tiffany & Co., troppo pretenzioso e scontato. Abbiamo Anelly & Co., con un’insegna che ne imita perfettamente colore e lettering.
Nel caso mi servissero un paio di occhiali avrei l’imbarazzo della scelta: potrei entrare da Amici, l’emporio che in sette metri quadri, come recita l’insegna, ha un “vasto assortimento di bigiotteria, profumeria, pelletteria e occhialia”. Oppure da Simpatia, il negozio all’angolo della traversa in cui abito, specializzato sia in ottica che in tastiere per computer. Ha misteriosamente a catalogo entrambe le categorie merceologiche.
Non mi scandalizzo, in fondo anche Armani ha nello stesso palazzo sia fiori che tappeti. Penso anzi sia questa la nuova frontiera dei negozi: libreria e igiene intima, panzerotti e tergicristalli, infissi e animali da giardino.
Il futuro è nel meltin pot.

Di fronte al balcone di casa mia ho tre centri massaggi.
Nati come importanti studi di riflessologia plantare, ogni sera si riempiono di ragazzini che, fino alle due di notte, hanno bisogno di cure specifiche per il loro piede gonfio.
La caratteristica principale di questi centri di nuova generazione sono le massaggiatrici in abiti succinti, tacchi a spillo e trucco vistoso che attendono i clienti passeggiando davanti alla porta d’ingresso, a volte invitando alla prova. Tutte giovanissime, spudorate e piene di acne, non perdono tempo a mostrarmi il dito medio quando talvolta mi affaccio dalla finestra. Ma io sorrido e mi ritengo fortunato. Non voglio immaginare il dolore che si prova quando a regalarti il lieto fine è una cinesina con l’apparecchio.

Girare per via Paolo Sarpi di notte è come fare una visita al set dei Sopranos.
Davanti alle macellerie è un via vai di lussuose Audi tirate a lucido solitamente guidate da ragazzi ancora alle prese con la pubertà, di norma pettinati come Lorenzo Lamas. Escono dall’auto e con passo trafelato aprono il bagagliaio e scaricano interi quarti di bue ancora grondanti di sangue.
Uno come Dario Argento da scene simili ci tira fuori una trilogia.

Se c’è però un posto da non perdere è la sartoria in cui porto a rammendare i miei pantaloni.
Invecchiando – la parola esatta è ingrassando – si rompono quasi sempre sul cavallo oppure sul sedere. Non sto parlando di piccoli buchi, ma di autentiche voragini che si aprono sul culo, a sorpresa e nei momenti più imbarazzanti.
Tempo fa, in occasione di una premio letterario, sono salito su un palco davanti a una platea di intellettuali pronti a impallinarti per una perifrastica di troppo. In quella situazione rassicurante, i miei pantaloni neri, ampi al punto di giusto da evitare strappi improvvisi, decisero di regalarmi comunque, a sorpresa, una presa d’aria sotto i testicoli.
Quella sera indossavo mutande chiare e portai avanti un lungo monologo sull’importanza della narrativa umoristica americana di stampo ebraico con un buco proprio lì.
Quella stessa sera fui invitato in trattoria da altri amici scrittori e giornalisti. Posai addirittura per qualche foto, seduto a gambe aperte mentre sorridevo pensando ai pamphlet satirici di Swift.
La mia compagna, che era con me, non ebbe la forza né il coraggio di raccontarmi del cerchio bianco che avevo nei calzoni. Solo recentemente, a due anni dall’accaduto, in una vacanza a Bilbao ha trovato le parole per raccontarmi tutto, vietandomi di comprare altri pantaloni confezionati con la carta velina. Io però, affezionato ai miei feticci, li porto di nascosto a riparare da Monica.
Monica, in realtà, non si chiama Monica. È il nome d’arte di una donnina cinese che ha rilevato il vecchio negozio del mio storico sarto siciliano.
A guardarla, Monica è una donnina pacifica, sorridente. Sarà alta un metro e quaranta. Nelle sue intenzioni, la grossa crocchia nera sulla testa dovrebbe probabilmente slanciarla, ma l’immagine che se ne ricava è quella di una signora schiacciata da un meteorite scuro ancora appollaiato sullo scalpo.
Il piccolo laboratorio è a vista: sullo sfondo si staglia una mezza dozzina di macchine da cucire, tutte professionali, gestite da ragazze di un’età indecifrabile. Potrebbero avere venticinque anni come anche undici. Ogni volta che entro nel negozio le trovo sempre ingobbite sulla loro postazione, accatastate l’una accanto all’altra come bastoncini dello Shangai mentre lavorano con cura al rammendo di abiti da riparare o al confezionamento di vestitini per bambini, prendisole estivi e cappelli con insulti alla moda tipo Nigga o Slut.
Tanto gentile verso di me, Monica si trasforma però nell’anticristo con i sottoposti.
Da perfetto ingenuo, ho sempre pensato che andare dal sarto non debba portare necessariamente all’arresto cardiaco, ma mi sbagliavo. Il suo tono di voce è di qualche tacca superiore alla sirena di un antifurto. A ogni urlo della virago, la mia aorta minaccia cessazione di attività. Certe volte mi chiedo come mai, dopo aver inventato le essenze di violetta e ciclamino, la Ambipur non si sia dedicata alla produzione di diffusori allo Xanax, fragranza di cui, per come la vedo io, in certi ambienti di lavoro si sente la mancanza.

Succede che un giorno ho portato a riparare i miei pantaloni camouflage, rotti anche stavolta sul didietro. La sartina ha fissato prima me e poi il buco tentando di trovare, lo intuivo dal suo sguardo sornione, un legame tra il grosso foro e le mie scelte sessuali.
Guardi, è l’usura. Li uso da anni e a un certo punto si sono rotti, le ho detto.
Niente. Seguitava ad ascoltarmi sorridendo, trattandomi come fossi un tizio che si sforza di raccontare storie che non stanno in piedi, tipo quelli che vanno in pronto soccorso con una melanzana nel culo millantando di esserci caduti sopra.
Per come la vedo io, nessun professionista in procinto di offrirti un servizio a pagamento dovrebbe mai ridere delle tue disgrazie. È come andare dal dermatologo per un problema di calvizie e sentirsi dare dello sfigato, prima di essere sommerso dalle risate. Non funziona così. Non si fa.
Tla sette giolni, va bene?, mi chiese sorridendo, ancora, lasciando passare il sottointeso che per rammendare una voragine del genere fosse necessaria una lunga settimana di lavoro. E che per qualche tempo avrei dovuto lasciar perdere i miei incontri gay in giro per le periferie di Milano.

Quando mi trovo in situazioni del genere cerco sempre di calmarmi da solo, ben sapendo che non appena la situazione degenera ho bisogno di tranquillanti per cavalli.
Il fatto è che io di quei pantaloni avevo proprio bisogno.
Nell’armadio avrò circa duecento t-shirt ma di pantaloni ne ho solo due paia, uno per l’inverno e uno per l’estate, corto, e girare per Milano con i calzoni corti a novembre come fossi alle Bahamas, non mi pareva una buona strategia.
Le dissi, così, che purtroppo, avrei dovuto cambiare sarto. Sette giorni erano troppi.
Immediatamente il suo volto cambiò. Da che faticava a trattenere le guance dal ridere, il sorriso di Monica si trasformò in un’espressione di morte.
TU CAMBI SARTO?, mi chiese con un italiano perfetto, smettendo accento cinese e ghigno sarcastico.
SÌ, risposi, con lunga pausa a effetto. Che faccio, le dissi, regalandole una nuova fiammante, lunga pausa. Vado via?
NO!, rispose, stringendo gli occhi in una espressione di sfida. OGGI POMELIGGIO, annunciò con forza, lasciando il resto del lavoro sporco al sopracciglio così alto da perdersi nell’attaccatura dei capelli.
Qualsiasi persona normale, a quel punto, sarebbe rimasta disgustata dal mio comportamento, e io per primo. Ma non feci una piega, lasciando la sartina a rigirarsi il buco dei calzoni tra le mani mentre io prendevo la porta ribadendo, con la stessa acidità di una ragazzina delle medie, “a oggi pomeriggio, allora!”.

Tornai a casa e immediatamente accesi il computer.
Volevo prendere appunti sull’episodio ma non riuscii. Pensai solo, davanti allo schermo acceso, che in una guerra tra psicopatici io potevo avere molte chance di vincere.
E che abitavo in un quartiere davvero multietnico, in cui cinesi che scaricano cadaveri dalle Audi riescono a integrarsi alla perfezione con italiani come me, che arrivano a ricattare una sarta per rammendare un paio di calzoni.

 

 

         

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