Tina Modotti, donna ed artista d’avanguardia.

Assunta Adelaide Luigia Modotti Mondini detta Tina era figlia di due artigiani residenti nel popolarissimo Borgo Pracchiuso di Udine. Nacque all’alba del nuovo secolo, il 17 agosto del 1896. Il padre Giuseppe, carpentiere e simpatizzante socialista, lasciò l’Italia per dirigersi verso la vicina Austria, a Klagenfurt, in cerca di lavoro. Nel 1905 era già di ritorno in Italia ma solo per una parentesi di pochi anni, perché nel 1913 emigrò in America, in attesa che la famiglia si unisse a lui definitivamente. Nel periodo in cui risiedeva ancora a Udine, Tina si distinse per la sua bravura a scuola e, a soli dodici anni, cominciò a lavorare come operaia in una filanda per contribuire al difficile sostentamento di una famiglia numerosa composta da sei fratelli. Grazie a questo senso di responsabilità e nonostante il poco tempo a disposizione a causa del faticoso lavoro, imparò i primi rudimenti della tecnica fotografica grazie a uno zio, Pietro Modotti, proprietario di uno studio in città.

Alcatraces.

La futura fotografa arriva a San Francisco nel 1913: è una predestinata, intelligente, bellissima e carismatica. A San Francisco trova lavoro in fabbrica, una delle tante industrie del boom economico americano nel settore tessile. Tina intanto non disdegna di sacrificarsi per quelli che sono gli interessi più importanti e affini alla sua sensibilità creativa: recita in teatro, frequenta mostre e musei, apprende insaziabile la lingua e conosce culture che sono determinate da quell’umanità multietnica e variegata dei quartieri di migranti delle grandi città americane, fra cui Little Italy. Non a caso, in una delle sue visite alla Panama–Pacific International Exposition (PPIE), incontra una giovane promessa della poesia e dell’arte, il pittore Roubaix de l’Abrie Richey, denominato dai suoi amici e frequentatori Robo. Nel 1917, il rapporto diventa più intimo e Tina si trasferisce insieme a lui a Los Angeles. In una foto d’epoca, i due vengono immortalati mentre in casa dipingono tessuti con la tecnica del batik, una delle attività artistiche che consentono loro di sostenersi economicamente. Il proprio appartamento è meta di artisti e intellettuali, mentre i due calamitano personaggi di rango culturale e artistico di primissimo piano. Uno degli incontri più importanti è proprio con il fotografo americano Edward Weston, con il quale Tina Modotti intraprenderà una storia sentimentale intensa e vorticosa. Robo è ferito e affranto per questo ménage di Tina con Edward Weston e lascia gli Stati Uniti, dirigendosi verso il Messico in un primo momento con Tina poi rimane da solo perché la donna deve rispettare il contratto che la vede attrice in un film: I can’t explain. Nella sua solitudine Robo contrae il vaiolo e muore. Tina, intanto, ritorna precipitosamente in Messico per raggiungere Robo e prendersi cura di lui: ormai è tardi, infatti fa appena in tempo ad arrivare al suo funerale con la madre del giovane sventurato. Nel rientrare a San Francisco, viene colpita da un altro lutto, questa volta a mancare è il padre Giuseppe.

Di questa relazione con Robo rimane oggi una testimonianza commovente, scritta da Tina in memoria di quest’uomo così sensibile e delicato. Verrà pubblicata nella raccolta di versi e prose: The Book of Robo.

Tina e Robo.

Tina ne parla con gli occhi di chi ha conosciuto realmente questo artista ingiustamente dimenticato:

Per quanto solitaria e desolata si possa essere dimostrata questa vita per un ragazzo precocemente consapevole delle sfumature dell’esistenza, essa tuttavia lo aiutò a sviluppare il dono innato della raffinatezza, della bellezza e della conoscenza di quelle rare essenze che sono realtà solo per i sognatori e visionari.

Tina è stata sinceramente innamorata di lui fino al ciclone che la coinvolse dopo l’incontro con Weston e ammirò sempre, fino all’ultimo giorno della sua vita, il Robo aristocratico e slanciato, sensibile e raffinato nei suoi modi e nella sua personalità: tutto di lui era nella sua persona. Alto, slanciato, i lineamenti delicati, attirava sempre l’attenzione per il fascino semplice e i modi gentili. Mai parte di una folla, mai lieto quando vi si trovava in mezzo, viveva al meglio in compagnia di pochi amici intimi e sensibili. Bellissimo in questo racconto struggente l’interpretazione che Tina dà, del sentimento di rivolta verso la vita in Robo:

Non fu mai amico della vita. La affrontava con ostilità e cercava sempre di sfuggire alle sue realtà, di vivere con il cuore senza badare al modo comune di sentire le cose. Forse furono la consapevolezza dell’inconscia crudeltà e indifferenza della vita e della propria impotenza a conquistarla che lo portarono a ribellarsi a essa.

Tina ha chiaramente caratteristiche e attitudini diverse da Robo: Tina è una combattente, energica e incredibilmente brillante nel quotidiano. Per questo, apprezzò il sentimento sincero e vulnerabile di quest’uomo:

L’amore era la necessità più grande della sua vita. […] Il passato esercitò sempre su di lui un fascino che il futuro non poté mai eguagliare. Non posso sollevare un dito senza che i fantasmi e i sogni di ieri mi entrino nella mente sussurrando. C’è una bellezza vaga e terribile nei loro occhi che chiedono, ed essi esercitano un tocco lieve sulle mie mani, impedendomi di muoverle. Il soggetto di conversazione preferito da Roubaix de l’Abrie Richey era l’antico tema che da sempre perseguita i poeti: il modo di vivere nella bellezza.

Queste parole su Robo furono scritte a Los Angeles nel dicembre del 1922.

Quando Tina Modotti arriva negli Stati Uniti, le appare un mondo così diverso e incredibilmente vasto: rappresenta per la giovane la possibilità di una vita che risponde alla sua visione di futuro e alla incredibile sete di conoscenza. Nel quartiere italiano di North Beach c’erano almeno due teatri, fra i più importanti il Washington Square Theatre e il Liberty Theatre. Si rappresentavano testi teatrali popolari e melodrammi e, nel 1918, Modotti interpretò il ruolo della figlia del carcerato nella Morte civile di Giacometti per la compagnia Città di Firenze, di Alfredo Aratoli e poi con la compagnia di Bruno Seragnoli. Ormai famosa nella comunità italiana interpreta Regina Engstrand, negli Spettri di Ibsen, un dramma contro le convenzioni borghesi del matrimonio. Arriva il grande successo con il personaggio di Scampolo, di Niccodemi. Lascia San Francisco dove risiedono la sorella Mercedes e il padre, ormai integrati ed economicamente solidi nelle attività professionali di artigiani. A Los Angeles, l’incontro con Robo e il lavoro di cucitrice, lo stesso che svolgeva con la sorella a San Francisco.

Margrethe Mather e Weston.

Nel 1920 cominciano le riprese del film The Tiger’s Coat, Tina viene proposta come attrice e interpreta Maria de la Guarda, una giovane cameriera messicana figlia di peones. Ѐ un film-presagio perché la prima donna che fotograferà in Messico sarà proprio la figlia di un peon, la famosa domestica Elisa. Robo disegna gli abiti di scena per Tina, elegantissimi e di seta, mentre la sua casa pullula di incontri fra intellettuali e artisti di ogni tipo. Edward Weston è uno di questi, ha una moglie e quattro figli, fotografa i suoi amici bohémien e ha una relazione furiosa con Margrethe Mather, personaggio unico e raro nel mondo dell’arte americana. In questo importante humus di relazioni, Tina viene nuovamente contattata da Hollywood, richiesta come bellezza esotica nei panni di Rosa Carilla nel western Riding with Death. Sui manifesti, nella leggera e commerciale visione di Hollywood, Tina viene definita come L’esotico fascino tentatore di Tina Modotti. Margrethe Mather e Weston frequentano circoli anarchici, in una lettera a un fotografo libertario Johan Hagemeyer scrive:

Le fotografie che ritengo siano specialmente buone sono quelle fatte a Tina de Richey, una deliziosa ragazza italiana.

In realtà, Weston si è innamorato di Tina. Modotti posa per le fotografie sia di Johan Hagemeyer che di Edward Weston. Nel 1922 Tina scrive a Weston sul Messico:

Ci sono tali e tanti soggetti qui che un artista si potrebbe ubriacare: la polvere dorata sulle strade, vulcani che sputano nuvole di fumo, señoritas dalle lunghe ciglia.

Il Messico si rivela in tutta la sua bellezza, reale e non artificiosa di Hollywood e delle commerciali pubblicità esotiche. Tina mostra a Gomez Robelo, amico anche di Robo, una serie di fotografie che producono una mostra che si terrà all’Accademia di Belle Arti, con un buon successo di visitatori: Tina intanto viene introdotta nell’entourage dei muralisti e Weston, uno dei fotografi americani coinvolti nell’esposizione, vende tutte le sue foto ammirato da tutti. Comincia una nuova rivoluzione espressiva in Weston, lontano dal vorticoso mondo commerciale, in Messico, dove l’esotismo, il romanticismo sono tratti reali e condivisibili, l’ambiente è libero e sperimentale, un clima che consente di affrontare nuove tematiche sociali ed artistiche. Weston esprime il desiderio di andarsene proprio nel paese centroamericano, con Tina e il figlio Chandler, anche perché il rapporto con la moglie Flora è al capolinea. L’ambiente a Los Angeles è comunque ricco di fermenti culturali e Tina partecipa a una battuta fotografica in una fabbrica di piastrelle dove sono presenti Edward, Hagemeyer e Margrethe: nei locali notturni si ascoltano i versi di quel genio della nuova poesia moderna che è T. S. Eliot, dal suo ultimo lavoro La terra desolata.

Pelle di Tigre con Tina Modotti. 1920.

Tina ama la fotografia, ma sarebbe sbagliato pensare a lei come un’artista che si occupa solo di una singola arte; è attrice, fotografa, scrittrice: compone versi e scrive memorie importantissime dedicate a Robo. Alcune poesie vengono pubblicate sulla rivista The Dial:

I like to swing from the sky/ and drop down on Europe/ Bounce up again like a rubber ball,/ reach a hand down on the roof of the Kremlin,/ steal a tile/ and throw it to the kaiser./ be good;/ I will divide the moon in three parts,/ the biggest will be yours./ Dont it too fast.

In questo stesso numero della rivista che a New York pubblicava gli scritti di Ezra Pound corrispondente da Parigi dal 1921. A chi si riferivano le tre parti della luna in questa poesia che porta il nome di Plenipotentiary? Si prepara forse a un grande viaggio citando il Cremlino (e avverrà sette anni dopo)? Intanto Weston produce le sue magnifiche foto con Margrethe Mather sulla spiaggia di Hermosa Beach, ultimo incontro con questo ambiguo quanto complesso personaggio femminile che ci lascia dei nudi fotografici sublimi, esposti in una prima mostra a Città del Messico. Finalmente, Weston, Tina e il figlio di lui Chandler, si imbarcano per il Messico: è il 1923.

Già alla fine del 1924, Weston fa rientro a Los Angeles, dopo una convivenza con Tina di circa un anno e mezzo a Città del Messico. La storia vive di alti e bassi e comunque Weston scrive spesso alla moglie dal Messico riferendosi a Tina come un’amica particolare:

Non vuole più ritornare al teatro e la fotografia la renderebbe, in una certa misura, indipendente.

Weston è effettivamente un maestro stupefacente ma in privato è un uomo possessivo nei confronti di Tina che è straordinariamente fascinosa e la gelosia è per lui un tarlo silenzioso. Il fotografo farà una serie di ritratti che rappresentano la loro storia tumultuosa, come quella di Tina con una lacrima sulla guancia. Nei The Daybooks, Weston scrive la situazione ambientale di quel giorno:

La mattina è arrivata chiara e brillante. Ti farò dei ritratti oggi, Zinnia (era il soprannome affettuoso di Tina). Il sole del Messico, ho pensato, rivelerà ogni cosa. Parte della tragedia della nostra attuale vita potrebbe venire catturata, niente si può nascondere sotto questo cielo crudele e senza nubi. Si è appoggiata contro un muro bianco. Mi sono avvicinato … e l’ho baciata. Una lacrima è scivolata lungo la sua guancia – e allora ho fermato quel momento per sempre.

Le cronache raccontano delle «disubbidienze» di Tina agli insegnamenti fotografici di Weston, lei è un talento naturale e lo stesso fotografo lo ammette:

Tina ha stampato la sua più interessante astrazione fatta nel campanile di Tepotzotlàn. Ne è molto felice e ha ragione. Io stesso sarei felice di averla fatta.

Ѐ la sua prima grande fotografia; a seguire, interni, fiori sinuosi, archi e giochi di ombre stupefacenti. L’esperimento dell’interno del campanile è un esempio della sua sfida concettuale e tecnica. Tina è innovativa, forse più di Weston, decreta l’abbandono definitivo della fotografia pittorica con l’idea di definire nettamente ogni contorno, mai una sfumatura al fine di mettere in risalto oggetti e luoghi vivi, reali, immortalando emblemi e simboli della Revolutiòn, falci, martelli, cartucciere, chitarre, murales, mani e mitici sombreros. Ѐ il punto più alto nel modo di concepire la sua vita dove politica e arte sembrano mescolarsi in una osmosi autentica e imprescindibile. Sempre dai diari di Weston appare una Tina in perenne tumulto, colpita da una tristezza quasi inspiegabile e immersa nel cerchio bianco di una solarità tipica del Messico:

C’è una certa inevitabile tristezza nella vita di una donna bella e molto ricercata come Tina specialmente [] .

Quando lo stesso fotografo la lascia per tornare negli USA, Tina cerca di esorcizzare l’assenza fotografando e dedicandosi al lavoro, testimoniando questa sua infelicità con la fotografia di un manito, una pianta che si erge verso l’alto in forme talvolta contorte alla stregua di mani digrignanti.

Non è ben chiaro per quale motivo ma Tina, nel dicembre del 1924, scrive il suo testamento:

Io – Tina Modotti – con questo esprimo la mia volontà di lasciare a Edward Weston dopo la mia morte tutto quanto mi appartiene: mobilio, libri, fotografie, ecc., tutto l’equipaggiamento fotografico: obiettivi, macchine fotografiche, ecc. Può tenere per sé tutto quello che desidera e distribuire il resto alla mia famiglia e ai miei amici. Io intendo qui esprimere anche il mio desiderio di essere cremata. (Città del Messico, dicembre 1924).

In un solo anno e mezzo Tina si immerge nel contesto culturale messicano e ne diventa protagonista a pieno titolo nel fervente clima culturale e rivoluzionario. Presenta a Weston, il grande caposcuola dei muralisti Diego Rivera che cerca nell’arte fotografica spunti per le sue opere pittoriche. Egli riproporrà un nudo di Tina per raffigurare la Terra in un suo enorme murale, divenuto famoso, a Chapingo. Nel 1923, il Messico è in subbuglio, mentre rivolte si scatenano ovunque nel Paese dilaniato dalla povertà. La situazione è un po’ paradossale perché il governo Obregón ha un ministro per l’educazione pubblica, tal Josè Vasconcelos, in rapporti di amicizia con Zapata e Villa e ha favorito quello che viene definito come il Rinascimento messicano. In realtà, il governo resiste alle sommosse orchestrate da Adolfo de la Huerta, ex presidente, avversato anche dai comunisti che addirittura si schierano con il potere costituito. Gli intellettuali e lo stesso Rivera, definito da Weston il Lenin messicano, sono tutti iscritti (o orbitanti attorno) al Partito comunista, i muralisti si riuniscono in un sindacato dei tecnici, scultori e pittori con un organo di stampa dal nome emblematico, El Machete, che metteva in risalto la cultura india e il gruppo degli estridentisti, letterati d’avanguardia che avevano in comune riferimenti culturali del movimento Dada. Tina è un punto di riferimento per intellettuali e rivoluzionari, organizza la prima mostra di Weston alla galleria Aztec Land. Fra tutti, vi sono Diego Rivera, Jean Charlot muralista francese, Xavier Guerrero pittore indio, Miguel Covarrubias disegnatore e archeologo, Élena Torres leader femminista e una schiera di intellettuali del radicalismo americano che si sono trasferiti in massa in Messico. Di quel periodo sono i meravigliosi nudi di Weston che verranno chiamati Nudi sull’azotea: Tina viene ritratta in totale libertà sulla terrazza bianca della loro casa, un cerchio bianco illuminato dal sole messicano. Nel diario, Weston racconta di questa storica seduta fotografica in cui Tina, con le sue espressioni e pose, faceva davvero confluire in un fascino inestimabile poesia, arte pittorica, bellezza fisica, teatro e cinema.

Edward Wetson, foto. Soggetto: Tina Modotti.

Tina Modotti utilizzerà i ritratti che Weston studia e realizza per lei per tutti i suoi documenti, dal passaporto italiano rilasciato dal consolato di Città del Messico, alla tessera dell’Unionfoto a Berlino, addirittura anche per il visto per l’Unione Sovietica. Un vero e proprio ritratto artistico di Tina verrà utilizzato ai suoi funerali nel 1942, a Città del Messico. La Secretaría de Educación Pública intanto organizza una mostra in cui esporranno Weston e Modotti insieme. Il fotografo americano ammette nel suo diario:

Sono molto orgoglioso della mia cara «apprendista». Le sue fotografie non perdono nulla al confronto con le mie, sono la sua diretta espressione.

Infatti, le immagini di Tina riscuotono un successo incredibile, i Fili del Telegrafo sono fotografie sublimi: rappresentano fasci di linee infinite nel cielo, mandano in visibilio il fondatore del movimento estridentista Germán List Arzubide. Ѐ presente anche il Presidente della Repubblica del Messico, Obregón. Quando Edward parte, Tina recita ancora una volta una versione messicana di La Chauve-souris, ultima e sporadica rappresentazione sul palcoscenico da parte di questa artista che si dedicherà completamente alla fotografia e alla politica. Nel 1924, Weston è in treno verso la California:

Svegliandomi ho visto un cielo di una magnificenza tale che non mi era capitato di vedere in Messico… mi sembrava solo allora di capire che non stavo lasciando solo Tina, ma anche la mia terra adottiva.

La biografia di Tina Modotti rimane per certi aspetti misteriosa, non solo per gli anni dell’impegno politico e delle sue frequentazioni in Unione Sovietica, forse il periodo più buio prima di morire appena quarantenne. Gli anni più importanti come donna e artista d’avanguardia riguardano il decennio 1920-1930: una ricerca sempre innovativa, anche quando la forma sembra prevalere sui contenuti, come nelle sue meravigliose Conchiglie, esempio estetico di raffinatezza e armonia. Con la sua Graflex immortala campesinos e simboli della rivoluzione, guadagnandosi simpatie ma anche tantissime inimicizie che presto le si ritorceranno contro. Per le sue azioni antifasciste, verrà presto etichettata come sovversiva, odiata dai funzionari del Ministero degli affari esteri italiano che non disdegnarono di definire le sue posizioni come responsabili di aver convertito l’Italia in un grande carcere e un vasto cimitero. È grazie all’epistolario di Weston, fra mille roghi e riscritture, che viene fuori una personalità d’artista straordinaria, di donna inimitabile. Non accade lo stesso dagli scritti di Vittorio Vidali, personaggio oscuro legato ai servizi segreti russi e compagno ultimo di Tina, dalle cui parole traspare un generico interesse per l’arte di questa incommensurabile artista senza che ne abbia mai compreso il valore. Egli scrisse una biografia, Ritratto di donna pubblicato nel 1982, dove si narrano fatti inerenti alla vita privata della Modotti e dello stesso Weston, descritto ingiustamente come un nevrotico ossessionato da una patologica forma di gelosia per Tina. La verità è che l’ultima Tina è una donna invecchiata precocemente, stanca, abbattuta dall’omicidio del suo amore più importante quale fu Julio Antonio Mella, coinvolto in una esecuzione da parte di sicari fascisti. Mella viene ucciso per ordine del dittatore cubano Gerardo Macado, mentre rincasa insieme a Tina, il 10 gennaio 1929. La stampa reazionaria ordisce un tentativo di depistaggio accusando la Modotti per la fine tragica del compagno Mella, insinuando, con spregevoli allusioni di tipo intimo e moralistico, la povera Tina, distrutta dal dolore e dalla depressione. Ma Tina è donna forte e determinata e già, nel dicembre del 1929, appare in pubblico in una immagine emblematica dritta e vestita di nero, con un sorriso appena accennato sulle labbra contro il muro della Biblioteca nazionale dell’università. Tra le immagini c’è il profilo di Julio Antonio Mella con la sua forza e la sua passione: la prima mostra fotografica rivoluzionaria del Messico. Il clima politico in Messico era cambiato e tutte le organizzazioni antagoniste o comuniste messe fuori legge. Addirittura nel 1930 Tina viene accusata falsamente di aver ordito la morte del capo dello Stato Pasqual Ortiz Rubio. Per questo motivo fu espulsa dal Messico. Tina si dirige verso Rotterdam e con Vittorio Vidali arriva fino a Berlino. Entrano in contatto col fondatore del Partito comunista cecoslovacco Bohumìr Šmeral e cominciano a tessere una fitta rete di relazioni, fra cui lo scrittore Egon Erwin Kisch e la fotografa Lotte Jacobi. Il periodico Arbeiter-Illustrierte-Zeitung intanto pubblica più volte le foto della Modotti. In ottobre la fotografa raggiunge Vidali a Mosca. Qui comincia una nuova vita e una nuova storia non sempre narrata in modo lineare. Tina espone anche qualche sua opera ma ormai l’obiettivo è la militanza politica sul campo, infatti si iscrive al partito e si dedica completamente, abbandonando la fotografia, nel Soccorso Rosso Internazionale, che si occupa fra Mosca, Parigi, Varsavia e Vienna dei perseguitati politici di estrazione comunista. Nel 1936 è in Spagna, sempre con Vidali, già comandante del 5˚ Reggimento con lo pseudonimo di Carlos J. Contreras. Nella sua intensissima attività di combattente politica si dedica alla scrittura di articoli su Ayda e nel 1937 è componente dell’organizzazione del Congresso internazionale degli intellettuali contro il fascismo, riuscendo nella pubblicazione di Viento del Pueblo, poesia e la guerra scritti del poeta Miguel Hernandez. Intrattiene contatti con le Brigate internazionali facendo conoscenza con personaggi del calibro di Rafael Alberti e Malraux, Dolores Ibarruri e Hemingway, Robert Capa e Gerda Taro.

Dopo la guerra civile in Spagna, tragicamente conclusasi a favore dei fascisti di Francisco Franco, Tina Modotti rientra nel suo amato Messico. È il 1939. Dopo dieci anni di lontananza sembra che gli amici quasi non la riconoscessero: invecchiata, ombrosa, immersa in una sorta di illeggibile tristezza. Tina raggiunge Vidali e i due si attrezzano per riannodare vecchi fili e cominciare nuove amicizie, personaggi come come Alfons Goldshmit, Pablo Neruda e Hanner Meyer che ha diretto il Bauhaus per due anni dal 1928 al 1930. Fu proprio a casa di Meyer che Tina ebbe un malore: salita sul taxi per tornare a casa, si spense in macchina in un silenzio assordante. Queste le parole di Neruda sulla sua lapide funeraria:

…sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l’anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.

Era il 5 gennaio del 1942.


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Francisco Soriano

Francisco Soriano nasce a Caracas nel 1965. Attualmente, vive a Ravenna e svolge la sua attività di docente.
È stato insegnante e dirigente scolastico per diversi anni nella Scuola Italiana di Teheran, “Pietro della Valle”, occupandosi di inclusione e didattica dell’italiano a stranieri. Ha pubblicato numerosi saggi storici e raccolte di poesie tradotte in persiano: “Dove il Sogno diventa Pietra”, “Vita e Morte di Mirza Reza Kermani”, “Nuova antologia poetica di Zahiroddoleh”, “Dalla Terra al Cielo. Tusi e la setta degli Assassini di Alamut”. Ha coordinato laboratori di poesia e traduzioni in lingua persiana e ha organizzato mostre di pittori e fotografi contemporanei di livello internazionale, serate dedicate alla poesia italiana e persiana con attrici e attori protagonisti del cinema internazionale. Attualmente scrive articoli di letteratura e si occupa di problematiche concernenti diritti umani e di genere per la Rivista “Argo”. Le sue ultime pubblicazioni sono: “Fra Metope e Calicanti”, edita dalla Casa Editrice “Lieto Colle”, nel 2013; “La Morte Violenta di Isabella Morra”, edita da “Stampa Alternativa”, nel 2017; “Haiku Ravegnani”, edita da “Eretica Edizioni”, nel 2018; “Noe Ito. Vita e morte di un’anarchica giapponese”, edita da “Mimesis Edizioni”, nel 2018.
Grazie al suo amore per il Medioriente, oltre a essere vissuto per molti anni in Iran, ha visitato il Libano, la Giordania, la Siria, l’Armenia, l’Azeirbajan e la Turchia.

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