Genere: Commedia

Durata: 97 min.

Cast: Kim Rossi Stuart, Jasmine Trinca, Cristina Capotondi, Renato Scarpa, Camilla Diana   

Paese: Italia

Anno: 2016

Tommaso è, come il suo interprete, un attore di successo che può permettersi di abbozzare soggetti per poi avviarne la realizzazione (anche quando, nella fattispecie, l’idea è fragile e potrebbe portare a un nulla di fatto). Il suo background psicologico viene dal precedente film da regista di Stuart, Anche libero va bene: lì Tommaso era un adolescente abbandonato dalla madre e in balia di un padre violento. In ogni modo Tommaso è un film a sé, non un seguito.

Questo figlio che assomiglia come una goccia d’acqua al padre (Rossi Stuart interpretava là il genitore qui Tommaso adulto) è però un uomo non violento, che non smette di ribadirci la sua fragilità. È ipocrita, spigoloso, pignolo. Kim Rossi Stuart ha il coraggio di non buttarla in commedia, e di rendere il suo protagonista piuttosto antipatico. Se davvero si dovesse attribuirgli una qualche qualità si faticherebbe a trovarla (per quello che ci viene mostrato non sembra neanche particolarmente dedito alla carriera, anzi fa di tutto per sabotarla), non di meno questa caratteristica che per alcuni è la parte debole del film trovo sia deliberata e centrale: non ci viene mostrato tutto l’uomo – se è arrivato a quel punto della sua professione qualcosa di buono deve aver pur combinato – ma il suo tracollo: un individuo in analisi che mentre ricerca le origini del suo malessere nell’infanzia torna ad essere puerile.

La ricerca del bambino è un ripetersi bambini, via gli orpelli, le sovrastrutture dei rapporti con gli altri, in maniera più pratica però: ecco che l’ipocrisia è in un certo senso un farla breve, un chiudere con la controparte evitando lunghi e tormentati chiarimenti. Il bambino vuole o non vuole per istintivo capriccio, non saprebbe dare conto né dell’una né dell’altra volontà. Tommaso non è, come in molte rappresentazioni dell’uomo che ha un debole per le belle donne, né particolarmente affascinante (tra i tipi mi viene in mente il regista Guido Anselmi di Otto e mezzo), né gentile fino al servilismo (il Gianni De Gregorio di Gianni e le donne), né tantomeno un intellettuale libertino che se ne fugge ululando alla luna piuttosto che rinchiudersi nelle maglie di una relazione (l’Apicella di Moretti in Sogni d’oro); è piuttosto un uomo bello e di successo cui queste qualità non facilitano la promiscuità che va cercando.

Questo è un po’ forzato: com’è possibile che nessuna lo riconosca? (non lo riconosce la ragazza del libro, quella dei giardini, non sembra riconoscerlo nemmeno la cameriera per cui Tommaso si prende una sbandata). Ma il discorso è un altro, e pare vero anche nella misura in cui Stuart dichiara che questo è il suo film più personale: il successo non è sempre veicolo di irresistibilità, specie quando non viene riconosciuto.

Al di là delle derive freudiane presenti fin dalla locandina, Tommaso è ossessionato dalla civiltà delle immagini, non solo dalla bellezza che piace a tutti, ma dall’elemento di provocazione che scatena un immaginario più pornografico che erotico (il pompino, la pecorina: fantasie dominanti che lo sorprendono davanti alla farmacista). Tutto diventa spersonalizzato, dettaglio di corpo femminile: provocante, ossessivo, irraggiungibile mercanzia di un’emancipazione che mette in mostra con estrema consapevolezza. Si pensi alla giovane cameriera interpretata da Camilla Diana, una donna che già sa tutto, è scritto nel DNA della sua avvenenza, e allora si intrattiene coi propri attendenti grazie all’esuberanza della gioventù e alla noia di una relazione che pure sa che finirà in matrimonio, perché in fondo le sta bene il suo Giuliano, capace di amarla per quello che è (o forse di venerarla) e non solo di volersela portare a letto. Curioso che questo personaggio sia quello più verace, quello che piace di più: sarà ancora una volta perché è giovane, bella, procace, pane al pane?

Eppure è anche lei vittima del gioco delle parti: è quella che se la tira perché tutti la vogliono, ma se la tira alla maniera della borgatara, non della snob, lei vuole giocare, tendere i nervi dei maschi con cui ha a che fare per renderli sue marionette. Neanche qui Tommaso ha un moto di rivalsa (ce lo ha, ma piccolo: lei sa come quietarlo), e questo perché è un uomo che subisce l’irresistibile ascendente del sesso, soprattutto quando sembra a portata di mano. La psicanalisi è quasi accessoria in questo film, basterebbero tutte le lamentazioni del caso, i piccoli difetti fisici sui quali Tommaso si fissa che sono inconfessabili, l’eterna storia che ci raccontiamo dell’uomo che non vuole crescere, tutto ciò è sufficiente a motivare l’esasperazione di chi patisce l’influsso della carne.

Non vuole crescere, oppure il mondo intorno a lui si è allestito, propedeuticamente alle fantasie indotte, come il grande set di un film pornografico? Mettiamola così: per ogni uomo che non vuole crescere c’è almeno una giovane ninfetta che guarda film solo per adulti. Magari l’equazione non è scientifica, ma l’elemento perturbante e simbolico del film, il nido di processionarie che Tommaso trova in cima a un pino della sua tenuta (insetto pericoloso e distruttivo, oltre che repellente), fa un po’ da cassa di risonanza all’ossessione del nostro antieroe: questa è l’origine di una nuova mandata di farfalle notturne.

In questo senso Tommaso è una vittima del desiderio, della moltiplicazione delle ninfe/crisalidi e del loro ascendente su questa parte di mondo. Nel finale si sceglie la via più facile: quando si ha l’acqua alla gola, imbattersi in fortuite coincidenze è di buon auspicio per cominciare di nuovo. Si finisce sempre col parlare delle proprie ossessioni private, anche quando l’inconscio dal quale attingono ha del collettivo. Del resto il collettivo non è sempre includente, quindi è bene non allargarsi troppo.