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Tommy Emmanuel al Teatro Rossini di Pesaro | Lorenzo Franceschini

Pesaro, teatro Rossini, 6 ottobre 2016, ore 21. Siamo qui per il concerto di una delle leggende viventi della musica folk e blues, il chitarrista australiano Tommy Emmanuel, classe 1955. A dividere il palco con lui c’è l’americano Andy McKee, di 24 anni più giovane. Il teatro è quasi pieno.
Entrambi i musicisti suonano in stile fingerpicking: si tratta di un modo particolare di suonare la chitarra acustica, utilizzando le dita, e non il plettro, oppure utilizzando le dita e un particolare tipo di penna che si aggancia al pollice della mano che pizzica le corde. Si tratta di una tecnica simile a quella dei chitarristi classici, ma usata non per brani classici, bensì pop, folk, blues, rock o jazz. Proprio grazie a virtuosi come Tommy Emmanuel, nel tempo questo stile chitarristico si è arricchito di varie tecniche che ne hanno dilatato enormemente le possibilità espressive. In particolare, Emmanuel, che è annoverato tra i cinque chitarristi più influenti del mondo, ha esplorato le possibilità percussive della chitarra acustica in modo del tutto originale.
La serata è aperta dall’ospite, Andy McKee. Tecnicamente molto bravo, sfodera tapping, varie accordature aperte e tutte le tecniche della chitarra fingerpicking. Bassi molto profondi, impeccabili armonici a percussione, suona spesso con entrambe le mani sul manico dello strumento. Ha un suono potente, fluido ed elegante, dai bei legati, e dagli acuti graffianti, i colpi che dà alla grancassa ti entrano dentro.
Tra un brano e l’altro, l’apripista si concede qualche digressione sulla sua formazione, dice di aver iniziato con il metal, per poi darsi anima e corpo alla chitarra acustica. Parla anche del padre, perso nel 2005 in seguito a una malattia, e al quale dedica una canzone che commuove tutta la sala. Fu proprio lui a mettergli in mano la prima chitarra.
La musica di McKee ricorda le melodie celtiche, ma è molto più complessa della musica popolare: è come se la sua scrittura musicale volesse mostrare il segno dei ripensamenti, della riflessione del compositore sulla struttura dei suoi brani.
Lo stile è molto intimistico, ma comunque piacevole. In particolare, in un brano fa una lunga chiusa di falsi armonici che incanta letteralmente la sala. A un certo punto, McKee sfodera uno strumento piuttosto curioso, si tratta di una harp guitar, una chitarra a cui sono state fissate in diagonale delle corde aggiuntive, più gravi delle sei canoniche.
Dopo un brano suonato con questo strumento, McKee esce e lascia la scena alla star della serata. Tommy Emmanuel entra con grande disinvoltura, strimpellando la chitarra non ancora amplificata e camminando in modo molto rilassato. Poi collega il cavo dell’amplificazione allo strumento, e inizia un brano. Mentre suona tiene il tempo con tutto il corpo, a passo di danza.
Nella musica di Emmanuel prevalgono suoni e ritmi country, blues, jazz, rag-time, e molti altri, sapientemente rielaborati ed adattati al suo stile. Da subito ci affascina la grande varietà delle sue capacità espressive, in uno stesso brano passa da parti lente e delicate ad altre aggressive, con scale suonate a velocità supersonica. Sa racchiudere un intero universo musicale dentro a un solo strumento. Nel modo in cui distribuisce gli accenti nei brani si coglie la sua profonda ed istintiva sapienza ritmica. Dà l’idea di poter fare qualsiasi cosa con la chitarra, e senza alcuno sforzo; ma ciò che fa sul palco è certamente frutto di un inesausto lavoro su se stesso.
È davvero un grande show-man, sa tenerci in sospeso con le note, ma anche con le espressioni del volto e i movimenti del corpo. Si muove con l’esuberanza e la disinvoltura di un ragazzino. Sa anche cantare, ha una bella voce baritonale, suadente ma mai stucchevole. Anche lui, come McKee, dedica una canzone al padre, la canta accompagnandosi con accordi arpeggiati. Ci racconta di quando, da bambino, ascoltando la radio insieme al genitore, si imbatté in un brano di Chet Atkins, e rimase folgorato, si rivolse al padre e gli disse: «Ecco, voglio suonare come lui!». Da lì, dice, iniziò tutto.
Dopo un esordio molto movimentato, ora esegue brani più romantici, e anche qui sfoggia una tecnica sopraffina, ma mai ostentata: sempre funzionale all’espressione della sua arte. Anche suonando brani lenti, continua a muoversi, a ballare sulle sue note. È come se non riuscisse a stare fermo, sente la musica in modo davvero totale, e si percepisce molto bene il suo amore per lo strumento che suona. La sua chitarra ha un suono tanto nitido e potente da ricordare quello di un pianoforte. Quando percuote la cassa armonica dello strumento, emette suoni gravi tanto intensi da far tremare il palco su cui ci troviamo.
Alterna momenti seri a momenti più comici. Riesce a divertire anche con accelerazioni e rallentamenti improvvisi, suoni che non ti aspetti possano essere emessi da una chitarra. Intrattiene il pubblico, tra un brano e l’altro, con simpatiche battute; canticchia i Pooh, ricordando la collaborazione con Dodi Battaglia: «Si può essere amici per sempre…». Poi apostrofa i presenti: «Ci sono dei fan dei Rolling Stones, tra voi?»; dal pubblico si alzano commenti di approvazione; «Bene, eccovi dei brani dei Beatles». Più tardi si profonde in una digressione sui vari modi di usare l’espressione italiana “cazzarola”, e chiosa: «There are many kinds of cazzarola».
Poco prima di uscire di scena e lasciare il palco al “very special guest”, Emmanuel si lancia in un country davvero scatenato, poi esegue un pezzo interamente percussivo, qualcosa di fenomenale. Quando torna sul palco McKee, i due suonano insieme un brano dei Toto. Poi l’ospite rimane da solo.
Il concerto si chiude con Tommy Emmanuel, tornato sul palco per eseguire altri pezzi. Gli applausi che accompagnano gli ultimi brani lo costringono ad uscire per ben due volte dalle quinte. È un’ovazione.
Ci rendiamo tutti conto di trovarci di fronte a qualcosa di davvero unico.

Foto di Carlo Bragoni

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