Le rotaie francesi del TGV non conoscono interruzioni, il treno scivola liscio come su una scia di sapone. Se i campi di granturco si trasformassero in nuvole direi che stiamo volando. Quasi quattrocento chilometri all’ora, dopo Lione, nella tratta ad alta velocità. D’altronde, il paesaggio è monotono e non c’è granché per cui valga la pena fermarsi a guardare. E pensare che solo due ore fa, attraversando le Alpi, questo stesso treno sembrava quasi indugiare e si muoveva con lentezza, fuori e dentro i tunnel, nei cambi di direzione o di pendenza, lungo il cammino di ferro. Appoggio una mano sul mento e ripenso a quel frammento di viaggio, attraverso il confine, a quell’andatura ritmica, claudicante, che scuote il treno a intervalli regolari – clac-a-tàc – quando le ruote metalliche passano sulla saldatura tra un troncone e l’altro delle rotaie – clac-a-tàc – scandendo la distanza che ci separa dalla destinazione.
E che destinazione… perché io signorina, Parigi la conosco, mi creda… e lei avrà sicuramente bisogno di una guida. Ma diamoci del tu. È la prima volta che ci vieni? No, non ce la posso fare. E poi l’ho appena vista di spalle. Magari mi pento e poi mi tocca far finta di dormire come l’ultima volta. Devo concentrarmi sull’articolo. Lo devo consegnare tra pochi giorni e ho scritto solo poche righe. Però la batteria è quasi scarica, meglio se lascio il computer in stand-by e butto giù qualche appunto sul Moleskine.
Fuori ormai è quasi buio. Cerco di scorgere qualcosa del paesaggio, in cerca di un appiglio, ma il vetro non fa che riflettere il mio sguardo.
Finalmente cedo e appoggio, con un po’ di ribrezzo, la testa sul bordo dello schienale. Gli occhi mi si chiudono, ma solo per un istante. Ho sempre odiato l’idea di dormire in treno, alla mercé degli altri viaggiatori. Poi all’improvviso mi giunge alle narici un forte odore di urina, un odore acre, insistente. Non mi pareva di essere così vicino alle toilettes. Ed ecco che delle nuvole cominciano ad alzarsi dal granoturco. Prima come una foschia lieve e diffusa, poi come delle nuvolette compatte, che escono dalle pannocchie come da tanti caminetti. Adesso il treno ha rallentato – clac-a-tàc – e le nuvolette si tingono di mille colori – clac-a-tàc – come in un cartone animato degli anni settanta – clac-a-tàc – come in Yellow Submarine dei Beatles. Ciuf ciuuuuuuuuuf. Rumore di freni ferrosi, un’enorme sbuffata di vapore verdastro invade tutto il vagone. Il treno si è fermato del tutto.
Apro gli occhi e vedo che lo schermo del computer è tutto nero, come l’avevo lasciato, ma una piccola immagine lo sta attraversando in senso orizzontale. Guardo più da vicino: è un minuscolo uccello che vola di profilo, sbattendo le ali con grazia informatica. Attraversa lentamente i quindici pollici, scomparendo sulla sinistra e riapparendo sulla destra, incurante di tutto. Rimango a guardarlo a bocca aperta. Pensavo di essere uscito dal sogno, ma forse è solo l’inizio. Tiro un lungo sospiro, sfioro il tasto “invio” e il treno riprende il suo cammino.