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Trittico marchigiano | di Gianni D’Elia | Fabio Orecchini

Gianni D’Elia / Conversazione in atto

 

Gli orfani di Davide Nota (Oédipus, 2016)

Il confine, oggi, della parola poetica si potrebbe definire il silenzio. Un silenzio offensivo da parte dell’in-civiltà dello spettacolo o anche della a-società dello spettacolo. È proprio questo il segno-valore che domina: lo spettacolo, la televisione, il virtuale. Il segno-valore che toglie valore a qualunque cosa di altro tipo. La letteratura, quella vera, sia che si tratti di racconti, o come nel caso di Davide Nota racconti poetici, in quanto c’è un’immaginazione che lavora sulla lingua, vive nel silenzio che viene decretato dallo statuto esistenziale dello spettacolo stesso, che serve se stesso e basta, e porta a una situazione di simulazione della letteratura. Ecco, noi viviamo nell’epoca della simulazione della letteratura. In Davide Nota il tema che erompe sia nelle sue poesie che nei suoi racconti è quello che lui definisce: il non potere. Questa citazione viene da Jacopo da Lentini: lo non poter mi turba.  Ovviamente lui parla della poesia d’amore. È l’impotenza dell’innamorato. Ora, questo tema dell’impotenza, del non potere (titolo anche del compendio di tutti i libri di poesia di Davide Nota), è centrale nel discorso che sto cercando di portare avanti. Se per noi della generazione del ’77 o per me, in particolare da Non per chi va, la parola poetica di fondo era mancanza, intrecciata con la parola vita, il tema del non potere si avvicina molto al tema affrontato da questa generazione. Anzi, è ancora più radicalizzato, perché non significa tanto una mancanza di cui si sente nostalgia, per i modelli vicini come Roversi e Pasolini, ma va inteso nel senso proprio di un ảδύνατον. Dal greco: essere impotente, non essere in grado, nella percezione stessa di manchevolezza. Questo tema è il tema di Davide Nota e dei racconti, di questa biografia che sconfina e calpesta l’ombra dell’adolescenza con proiezioni futuristiche addirittura in un quadro post-nucleare, o con immaginazioni che regrediscono alla selva, al bosco, alle figure archetipiche della favola, però senza mai decidersi tra favola e racconto, interponendo il vissuto tra Ascoli, Roma, la precarietà, il tema degli amici, dell’amico morto, della mancanza per antonomasia di una generazione che non ce l’ha fatta, per una sua parte. Tutti questi fili sono nei racconti come a disegnare il contrario di questa manchevolezza nel reale, che si traduce in un essere capace nell’arte, in una δύναμις: una forza artistica che contrasta con la presa d’atto di coscienza per una generazione “senza”.

Il titolo stesso, Gli orfani, ci riporta alla mente i privi, i senza sostegno. La cosa che a me ha ricordato di più è Sartre, La nausea. Sembra La nausea scritta oggi. C’è interesse per gli oggetti, gli oggetti vengono continuamente interrogati, e questa interrogazione della presenza o della memoria, catapulta nel futuro o nel passato, o si disloca lungo la periferia romana, o per i boschi, nell’Appennino marchigiano, in sprofondi d’acque. Il tema dell’acqua e della Grande Madre è molto forte nel testo. Una reificazione della propria biografia e del fatto che ci si senta quasi alla fine, mentre si è solo all’inizio. L’impasto dei frammenti e di una adolescenza di cui si continua a calpestare l’ombra.

 

 

Poema della residenza di Loris Ferri (Sigismundus, 2016)

 

Sul Poema della residenza potrei dire che è un avvenimento letterario. È difficile che escano libri di poesia così ricchi, densi e corposi. Questo libro, rispetto all’orizzonte contemporaneo del poetico,  rispetto alle opere che vengono pubblicate da Mondadori, Einaudi, è molto generoso, anche debordante ma costruito, tenuto nella materia, in quanto è retto da una quartina narrativa di stampo romantico.

Continuo a pensare quello che scrissi per il suo primo libro, Borderlinea, nella nota introduttiva che si intitolava: Il poeta è un traduttore. In questo poema il progredire poetico recupera questo discorso, eppure continua sul paesaggio adriatico con una forza incredibile, sviluppando il tema romantico. Il vocativa è la grammatica di tutto il libro. Ci si rivolge sempre agli uomini, agli amici, ai lavoratori, alla strada. È un poema che apparentemente sembrerebbe contrario al tema esposto nel titolo –residenza-, nel senso che è un poema scritto in viaggio e che racconta il viaggio per tutta l’Italia. È una peregrinazione che illumina con squarci di paesaggio che stanno dentro un’ambizione più grande; non si tratta soltanto di una poesia paesaggistica, descrittiva, anche se uno dei modelli potrebbe essere quel famoso viaggio in prosa di Pasolini: La lunga strada di sabbia, del 1962. Il libro ha di più. Perché il libro si apre con un tema cosmologico, una materializzazione olografica, cosmogonica, geografica di una terra, quella italiana, che nasce e prende forma con impasto di magmi, colline, natura, di odori e profumi, di elementi, di materia e di materiali che si accalcano in tutto il libro e cantano la notte adriatica, le migrazioni, un certo maledettismo, anche degli incontri, con prostitute, teneramente accorati. Ci sono infiniti rivoli, versi eretici che alludono ad una storia rugginosa, nel senso guasto del tempo e di un’Italia che ha la stimmate di un potere oscuro.

Il tema dell’amore è molto sviluppato, non solo in senso fisico, sensuale, ma più universale. Amore per i luoghi, per gli uomini vivi, presenti. C’è una cosa da notare in questo libro di Loris Ferri: l’uso ripetuto dell’avverbio follemente, legato o a un verbo (naviga) o a un aggettivo. C’è questo incrocio nel testo, è troppo insistito per non essere voluto. Viene caricato l’avverbio con una marca decadente, che continuamente sceglie lo stampo del follemente come quello più ricorrente nel progredire poematico.

Questo eccesso è contrario alla poesia di oggi, che a sua volta è stitica, educata, molto calibrata, calcolata, frammentaria, per seguire i dettami critici e accademici. Priva di allargamenti. Qui siamo sulla riva opposta.

Qui ci si allaga, si scava in profondità, è l’idea di un poema totale, di un canto generale che vuole attraversare gli elementi e darci il cuore. Ecco l’idea ribaltata della residenza o forse più vicina alla sua etimologia prima. Risiedere nel mutamento, stare dentro il mutamento come condizione esistenziale.

Come se si rinascesse più volte. Con più radicamenti. A me ricorda naturalmente l’esperienza della radio, di Ancona, della RAI, appunto la trasmissione radiofonica del 1980, Residenza. Oltre a me, Scataglini, Scarabicchi, Raffaeli. Intervistammo, tra gli altri, Roversi, Volponi, Caproni.

Questa residenza marchigiana come appartata ma policentrica. Da Recanati al cosmo. Dalle Marche a tutta Europa. Gli scrittori di quella generazione hanno tenuto il paesaggio come cardine fondamentale e poetico, come un correlativo oggettivo dell’ideologia stessa. Del pensiero in atto, che si sviluppa mentre sta cantando.

 

 

Il villaggio di Stefano Sanchini (Sigismundus, 2016)

 

Il villaggio di Stefano Sanchini chiude un trittico che trova la sua origine in Via del Carnocchio per proseguire con La casa del filo di paglia. È una specie di corona di canzoni. Alla base c’è un verso abbastanza agile, dall’endecasillabo in giù o in su, che riferisce una serie di voci, in particolare nella chiusa finale, di una decina di personaggi che prendono la parola intorno a un fuoco o a una cena, e parlano e raccontano. Possono essere immigrati, amici, figure sociali o figure amicali che rintracciano un’utopia, che è quella di tornare di nuovo alla terra, al suo lavoro, a costruire un villaggio, un’utopia neo-ecologista, per rispondere alla reificazione contemporanea del nomadismo e della precarietà. È un libretto luminoso, composto da ventisei movimenti che vanno dal racconto al canto, in una direzione di intreccio. È anche una dimensione corale, finale, in cui le voci erompono dall’io della scrittura, che come nei libri precedenti, dalla poesia monologica si apre al discorso corale. Ritornano alcuni personaggi nell’eco della prima opera: Interrail. Figure plurime. Stefano Sanchini continua a scavare in questa idea della canzone. Ci sono degli apici, dei punti chiave, quasi evangelici. Come se Stefano Sanchini cercasse di costruire una nuova liturgia che può essere improntata sia sul vangelo cristiano e sulle radici, sia su un vangelo del vissuto esistenziale declinato al pacifismo e al recupero della dimensione terrigena, degli elementi e delle cose.

«…ora c’è tanto nel calderone / così torno ai miei studi a cercare la chiave / ma voi prima di proseguire prendete / queste pesche e agli amici portatene / di sopra, più in alto altro troverete / ma non questi frutti succosi, / che come il verde ulivo amano / i dolci e caldi suoni luminosi / delle colline, che da sempre attendono / i vostri passi, gli occhi e la vostra mano».

 

 

Trittico marchigiano. I poeti de “La Gru” (Libreria Il Catalogo, 11 giugno 2016)

         

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