Riportiamo di seguito per i lettori di Argo una recensione di Fabio Pedone ad After Lorca (Gwynplaine/ARGO, 2018) di Jack Spicer, apparsa sull’ultimo numero di Testo a Fronte (numero 59 – La serialità trasposta. Adattamento, traduzione, transmedialità).

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Pubblicando La pietra lunare, Tommaso Landolfi fece seguire al romanzo un’appendice intitolata Dal giudizio del Signor Giacomo Leopardi sulla presente opera. Era una pseudorecensione spettrale, un collage di brani dallo Zibaldone che a cent’anni dalla morte del Recanatese si attagliava splendidamente alla fantasmagoria visionaria escogitata da Landolfi, scrittore non a caso catturato nelle reti del tradurre e non a caso ossessionato dal problema della mediazione fra un dato reale inattingibile o intollerabile e la sua rifrazione nel simulacro delusivo della parola. Tutto appare maniera, parola seconda, recitata, rifatta e rifratta. Con Jack Spicer, figura importante della San Francisco Renaissance, omosessuale e libertario, siamo nella stessa cornice di questa ispirazione singolare, e anzi in un rilancio ulteriore, per cui ciò che è detto non ha un “padrone”, il concetto di originalità sfuma fino a disperdersi e i vivi e i morti collaborano, al di là delle frontiere del tempo, al formarsi di una poesia intesa come creazione di nuove possibilità di reale. Siamo nel cerchio di quelle voci che hanno inteso la poesia come un “dettare” o una ricezione radio da altre imperscrutabili fonti; siamo, ancora, nel solco dell’auspicio espresso da Lautréamont quando scrisse che “la poesia deve essere fatta da tutti, non da uno solo”, auspicio poi tesaurizzato dal movimento surrealista.
Per Spicer tutto è traduzione. Fin dal titolo, After Lorca, eccoci nel campo di un’evocazione in cui il tradurre è il movimento cruciale. Il libro, apparso nel 1957, è il suo d’esordio: si compone di vere traduzioni o pseudotraduzioni di Spicer da Lorca, con vari versi liberamente interpolati, ma anche di poesie scritte da Spicer spacciate per traduzioni di versi lorchiani, di curiosi intermezzi dialogici con protagonista un Buster Keaton intricato in buffe oniriche vicissitudini, e di sei intense lettere indirizzate al suo ispiratore. Il lettore si trova quindi preso in un gioco di ombre, in cui si parodia il cliché dell’esordio del giovane poeta appoggiato da un autore più maturo e carico di gloria; aleggia sempre la forma spettrale del “già scritto”, e la percezione di un’originalità sorgiva, di vera voce, è semplicemente inafferrabile. A tenere il posto dello choc, della sorpresa, è dunque un’impressione di calco tonale, di serialità: quel che leggiamo potrebbe essere eco o riflesso traduttivo di una parola prima (da Lorca), oppure, contrabbandandosi per traduzione, potrebbe in realtà mascherare uno scritto “originale” che si irradia dalle tonalità che l’esperienza di Lorca ha portato nel linguaggio della poesia (dopo Lorca). L’atto traduttivo diventa così un doppio passaggio, una doppia mediazione, memore di un’ombra possibile, o forse solo sospettata, dietro le parole.La macchinazione di Spicer contro «la grande bugia del personale» è allora un ennesimo, radicale intervento vòlto a fare poesia contro la poesia. Con una tensione nodale: «Vorrei fare poesie di oggetti reali. Che il limone fosse un limone che il lettore possa aprire o spremere o assaggiare». Ma di reale ci sono solo le parole, gusci, relitti, epperò tutto ciò che abbiamo. Da questo interstizio si districa una lingua italiana che potrebbe correre il rischio di restare separata in uno spazio d’ombra, indeciso, illuminato da un “fuoco freddo” in cui ogni cosa che si guardi “è diventata doppia” (Canzone delle due finestre). Nella sua nota, Andrea Franzoni parla del «gioco di specchi» a cui deve obbedire il traduttore, delle parole che «si guardano e si parlano tra loro» e dell’esigenza di attestarsi in uno spazio di tensione fra il prima e il dopo, senza rifarsi solo all’originale lorchiano né soggiacere allo scimmiottamento della “cadenza americana”. Forse proprio quell’ombra intride l’italiano scelto per questa traduzione, che si smarca nei momenti migliori ma sa che il rischio è di restare impigliato nella ragnatela del gioco di Spicer, il quale a ogni verso mostra una marca di “già tradotto”, confondendo le piste di un’opera comunque meritevole di essere riportata in luce. A pesare è l’ombra di una presenza alle nostre spalle e di uno scritto fantasmatico, un ghost writing pienamente riconducibile alla poetica spiceriana e di cui bisogna ascoltare la voce rifatta, correndo tutti i rischi a cui l’ascolto ci espone.

 

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Jack Spicer, After Lorca, a cura di Andrea Franzoni e Fabio Orecchini, traduzione e nota di Andrea Franzoni, postfazione di Peter Gizzi, Gwynplaine edizioni/ Argo, Camerano (AN), 2018

 

 

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