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Ultimo discorso registrato di Patrick | Racconto di Demetrio Paolin

Ti fermi e pigi il tasto rec del registratore, poi fai andare avanti una decina di secondi e poi torni indietro. Riavvolgi il nastro e senti i rumori e il tuo respiro. Schiacci stop e sei pronto. Controlli che tutti dormano. Fai un giro per casa, ti muovi piano a piedi nudi, la pianta del piede sente gelida la superficie dei pavimenti, il riscaldamento non è ancora partito e anche i muri sono freddi. Torni in camera; tu per primo fatichi a pensare ciò che farai, eppure ti è così chiaro nella mente, il motivo, il percorso e il gesto che compirai, ma non riesci ora a trovare le parole.
Hai comunque 11 anni, il tuo cervello e le tue sensazioni sono quelle di un bimbo di 11 anni, eppure qualcosa ti ha toccato. Ti ricordi di quei santi bambini che alla tua età fanno i miracoli, salvano i morti, corrono verso il martirio. Così hai raggiunto una consapevolezza, qualcosa che si è formata come una roccia nel liquido della tua esistenza.
Tu sei una cosa brutta, così come i santi sono una cosa bella.
Non sei solo quella cosa brutta, ma quella cosa brutta, che è te, crescerà, diventerà sempre più grande, sempre più dominante e finirà per essere tutto te nella età adulta. La cosa brutta non è di questo mondo, non è tua madre né tuo padre, né gli amici o la scuola. La cosa brutta era in te prima che tutto avvenisse, era in te prima che il mondo si facesse mondo: tu sei nato e la cosa brutta è nata con te.
La cosa brutta ti fa prendere l’acqua e allagare le tane delle talpe così da morire affogate. Ti fa catturare le lucertole vive e inchiodarle alle piccole assi di legno esposte al sole. Ad alcune dai fuoco con l’accendino, e vedi la vampa leggera cuocere la pelle verdastra e le guardi muoversi e poi essere avvolte dalla fiamma. E le stacchi sono quando sono nere e stecchite.
La cosa brutta è il piacere provato nel mettere i pesci dell’acquario in una pentola piena d’acqua e accendere il fuoco; così hai visto i pesci con il salire della temperatura muoversi sempre più velocemente e poi saltare fuori dall’acqua che quasi bolliva e li hai visti – la loro pelle rossa e fumante come i draghi dei film – agitarsi sul lavabo della cucina, e hai compreso quanto poco ci vuole a finire di vivere, e non importa che tu sia pesce o bambino.
Hai deciso di ribellarti alla cosa brutta, al tuo destino, alla tua condanna, perché tu in realtà al mondo vuoi bene, tutti penseranno di no, ma a questo mondo per il poco che hai veduto tu voi bene; ti piacciono i prati dove ti distendi in estate e pigli il fresco, il pane caldo che prendi dal fornaio, ti piace stare con i tuoi amici e giocare, correre, e quando inverno stare in casa o all’oratorio e ridere guardando la televisione. Poi arriva la cosa brutta e si mangia tutto: ti fa picchiare chi fino a un attimo prima volevi bene come un fratello, ti fa urlare. La tua testa diventa un groviglio di vermi, come quelli che vedi nel cibo buttato e avariato, e diventi incontrollabile, la cosa brutta ti prende mano e tu non riesci a trattenerla: ti vedi da fuori, ma negli attimi in cui lei è te, tu non hai voce, proprio come i pesci dell’acquario, sei chiuso in una bolla e nessuno può sentirti.
Eppure non è facile dire di no alla cosa brutta, perché essa è parte di te, molto di più di quello che tu immagini. È concreta la sua presenza, come un organo che invece di agire per il tuo bene, compie profondamente il tuo male. È la natura, ti sei detto, ci sono bimbi che nascono con una malformazione, e tu hai la cosa dentro.
Ogni tanto provi affetto per lei, e ti viene in mente che possa essere simile a un sacchetto di quelli che ti danno sugli aerei, quando ti viene il vomito; tu ci soffi dentro e questo si gonfia e si sgonfia. La cosa brutta è quando si sgonfia e le pareti aderiscono le une alle altre e in quel momento tutto smette di vivere. Il cielo azzurro non lo è più, il verde dei prati diventa grigio, il cibo diventa aghi e spine, la pelle diventa come una lebbra che ti ricopre.
Tu senti che la vita, quella che tutti hanno, e che hai anche tu, è profanata; non sarà mai possibile che sia la stessa degli altri: la vita è sacra, è bella, lo sai, ma tu non puoi averla, perché quando la cosa brutta ti prende è come se il cielo sopra di te si aprisse e vedessi chiaramente oltre e non c’è nulla, uno spazio nero e siderale, una luogo remoto in cui non è possibile sentire il vento che corre lungo le vigne.
Quindi ti dici che è ora, che è ora di andare, prima che tutti si sveglino. E schiacci rec e registri la tua voce e leggi quel brano, che hai sentito in chiesa un giorno; e mentre lo sentivi hai pensato che quello che ha scritto quel brano aveva la tua stessa cosa brutta; l’hai sentito come un fratello che ti diceva: “Io ho la tua stessa cosa, io ce l’ho. Ce l’abbiamo. È sempre esistita, che la cosa brutta è eterna come lo è Dio”. Così quel giorno a Messa hai preso il foglietto con le letture della domenica e l’hai conservato, l’hai piegato bene e l’hai tenuto lì fino ad oggi. Infine accendi la piccola lampada e apri il foglio e leggi:

Maledetto sia il giorno in cui io nacqui!
Il giorno in cui mia madre mi partorì non sia benedetto!
Maledetto sia l’uomo che portò a mio padre la notizia:
“Ti è nato un maschio”, e lo colmò di gioia!
Sia quell’uomo come le città che Yhwh ha messo sotto sopra senza pentirsi!
Ode gli  grida di aiuto al mattino, e grida di lamento a mezzogiorno.
Perché non mi ha ucciso nel grembo così mia madre
sarebbe stato il mio sepolcro
e il suo grembo gravido in eterno?
Perché questo? Son uscito dal grembo
per vedere affanno e afflizione, e per finire la mia vita nella vergogna?

Ora, dopo aver pronunciato queste parole in una lingua non tua, fai un sospiro lungo che il nastro registra e spegni. La luce nebbiosa del mattino è sopra la casa, strappi il foglio e te ne esci senza fare rumore, che la mamma e il papà dormono e sarà per loro un giorno lungo.

 

*

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