In occasione della proiezione dei film-poemi di Umberto Piersanti, il 7 luglio 2021 a Recanati, all’interno del festival La punta della lingua, un’intervista-racconto ripercorre le tappe della produzione che il poeta ha realizzato con le immagini e col cinema, dove permangono e si rinforzano gli elementi principali della sua poetica

 

Oltre ad essere uno dei poeti più significativi del panorama italiano contemporaneo, Umberto Piersanti, con la sua vasta opera in versi – e non solo –, si è fatto portavoce di un paesaggio caratteristico della nostra penisola: quello marchigiano delle Cesane. Le Cesane, infatti, abitano i versi delle sue numerose raccolte e i romanzi, ma Piersanti non si è accontentato di celebrarle solo con la parola poetica stampata sulla pagina, ha deciso così di sperimentare, anni fa, il linguaggio del cinema, dimostrando un’altra dote peculiare di tanti artisti nati in quella terra feconda.

Con la sua spiccata attitudine al racconto, il poeta ci illustra, in un’intervista, la sua esperienza da regista e il senso cha ha per lui l’immagine, attraverso tutta la sua opera creativa: dalla diapositiva alla pellicola, dal verso orale improvvisato alla poesia impressa su carta.

Si parte dal principio, ripercorrendo le tappe che riguardano il suo lavoro con l’immagine, inaugurato nel 1969 quando Piersanti realizza un vero e proprio film, assai particolare e suggestivo, dal titolo L’età breve, che diverrà più tardi anche il titolo di una sezione del recente libro Campi d’ostinato amore.

 

Frame tratto da Sulle Cesane

 

«Avevo ventotto anni ed ero innamorato di un certo tipo di cinema: la Nouvelle Vague francese, certi film di Bergman, il cinema dei paesi dell’Est in cui vi è una dimensione lirica, esistenziale che condivido e che sentivo il bisogno di raccontare attraverso le immagini. Ero innamorato delle immagini. In quegli anni, in una città come Urbino, girare un film poteva essere considerato un gesto azzardato, quasi impossibile. Ma credendo profondamente nel mio progetto, trovai le persone giuste. Avevo cercato gli attori tra i conoscenti e non: una ragazza l’avevo incontrata in un dancing di Fano, un’altra era fuggita di casa e noi l’abbiamo nascosta… Io mettevo le multe a chi arrivava tardi, anche se non era pagato nessuno! È stata una avventura nell’avventura, ad esempio le riprese in movimento si facevano con una Seicento dalle ruote sgonfie… Sono due le cose che mi affascinavano di questo film: la prima è l’idea dell’iniziazione, per il protagonista, un ragazzo che vive in un mondo magico, nell’Italia centrale, che insieme ad un gruppo di amici parla di letteratura e cammina alla ricerca di vulcani spenti. La seconda è l’amore inteso come ricerca continua di situazioni meravigliose. Questa dimensione adolescenziale precede di poco il Sessantotto, ma il protagonista del film si distingue dai giovani del suo tempo, perché lui ha una visione diversa, intima, solitaria: Fermati attimo, sei bello. Per lui l’amore è una ricerca continua di situazioni magiche.

Nel secondo tempo il giovane protagonista si trasferisce in una città grande – le scene sono girate presso il noto quartiere EUR di Roma –, si avvicina ai gruppi della contestazione, ma non ama le loro ossessioni politiche; crede alla poesia e si allontana da certi gruppi che ritiene fanatici. A proposito di questo, ci sarà una frase pronunciata nel film – L’arte al di sopra della lotta di classe – che farà molto scalpore, soprattutto perché nata da un artista fortemente impegnato nella contestazione, anche se su posizioni più moderate e pluraliste (non ritenevo possibile che certi esperimenti politici potessero essere applicati nel contesto italiano). Infine, quando il protagonista del film torna nel suo mondo magico, scopre che questo ambiente in realtà è meschino e che la rivoluzione era solo apparente. L’ultima scena, con un rimando esplicito all’opera di Michelangelo Antonioni, celebra la sconfitta per il giovane sognatore: né il mondo magico e provinciale dell’adolescenza, né il mondo adulto più dinamico e cittadino, con tutte le sue ramificazioni, lo hanno soddisfatto o realizzato. Questo è il film L’Età breve

In seconda battuta, negli Anni Ottanta, Umberto Piersanti progetta e realizza quelli che lui definisce i film-poemi: Sulle Cesane, Un’altra estate, Ritorno d’autunno. Queste opere raccontano di situazioni, vicende, tempi che sono fondamentali per la sua poesia.

 

Frame tratto da Sulle Cesane

 

Il film poema Sulle Cesane è di certo il più sperimentale – anche se distante dall’idea di sperimentazione classica –: è la rappresentazione del luogo incantato, e tanto caro all’infanzia e al ricordo del poeta, delle Cesane, attraverso un susseguirsi di quadri-immagine che accompagnano la voce, senza però poter esaurire quel mondo così vasto nella sua semplicità. La voce pare anche un po’ in affanno, sembra quella di un bambino stupito: è forse la voce del fanciullino pascoliano che vuole pronunciare la meraviglia, la magia dei luoghi del cuore. Ma essa è talmente vasta e radicata nel suo animo che forse raccontarla in modo totale risulta complicato. D’altronde questi luoghi contengono mondi e civiltà che non esistono più e che per alcune generazioni di giovani sono persino difficili da pensare o da immaginare. Così ci racconta il regista-poeta:

«Due fotografi si recarono nei miei campi, nella casa diroccata di mia nonna e mentre loro fotografavano, io parlavo al registratore e improvvisavo, parlavo coi versi, componendo varie sequenze: i racconti di mio nonno Madìo, il gelo nella campagna, la vendemmia, le fantasie erotiche sotto il noce. Una serie di immagini in cui non compare nessun essere umano, tranne la voce di mia madre all’inizio, e nell’ultima scena mia nonna di quasi cent’anni, che parlava di queste Cesane, dicendo che non c’erano più le mele di una volta. La nonna parlava un dialetto che è difficile da definire. Tutte queste immagini sono state trasformate in pellicola. Questo è il film-poema più poema, molti intellettuali ne restarono colpiti e ne scrissero critiche positive: Amelia Rosselli disse che questo film non copiava dalle avanguardie newyorkesi, perché la mia forza era questo radicamento, questo attaccamento totale alla terra. I versi pronunciati nel film-poema sono poi stati inseriti nel mio primo libro, Luoghi persi, pubblicato per la casa editrice Einaudi, con l’indicazione: Questi versi sono stati prima detti oralmente e poi trascritti.

Nel secondo film-poema, intitolato Un’altra estate, è molto forte il sentimento della nostalgia e in esso viene pronunciata questa espressione: Vorrei che anche il tempo si fermasse. Qui ritorna l’idea di un mondo magico, l’idea dell’amore che finisce ma mentre dura brucia, e a proposito di questo mi piace citare una celebre espressione di Goethe: Fermati istante, sei perfetto. Il film-poema racconta dell’incontro tra un ragazzo e una ragazza, in una giornata magica, ambientata tra un Castello – la rocca di Sasso Corvaro – e le Cesane, all’inizio dell’estate. Loro attraversano i boschi, si rotolano nell’erba, si dirigono nel castello, mentre un attore recita i miei versi, da me improvvisati davanti alle immagini e a lui riferiti. Finché la ragazza deve partire, l’estate è finita e il villaggio in pietra viene abbandonato.

Lo stesso concetto è ripreso in Ritorno d’autunno, il terzo film-poema, girato a Corinaldo, paese noto per Santa Maria Goretti, che ha delle mura bellissime. Anche in questa opera c’è il tema del ritorno, dell’amore, del tempo che finisce. Il protagonista, dopo essere stato in una città, ritorna e ricorda i suoi amori. Ma cosa lega queste opere tra loro? È l’idea molto romantica – ma di un romanticismo nordico – di una totalità dell’amore che il tempo non può non intaccare: l’dea dell’amore perfetto, tra un uomo e una donna che stanno in uno spazio loro, che sono come dentro all’universo. Intorno a questa idea si intreccia l’amore per la natura, per gli antichi borghi, per la dimensione della bellezza, per i cammini negli spazi verdi.»

 

Frame tratto da Sulle Cesane

 

Il cinema di Piersanti, così come la sua produzione in poesia e in prosa, esprime un amore viscerale per l’antico mondo contadino. «Tutto ciò che finisce irrevocabilmente non può che commuoverci e coinvolgerci» ribadisce più volte l’autore durante la nostra conversazione, dimostrando il suo attaccamento radicale a un mondo che perdiamo ineluttabilmente e che non può tornare.

Si possono pertanto individuare due elementi alla base della sua poetica (nel cinema e nella scrittura): il tempo e i luoghi. Noi dobbiamo amare questo tempo, che lui definisce differente, lontano, che è quello in cui siamo stati bene e abbiamo imparato a sentire la vita. Così come i luoghi, che Piersanti definisce persi, sono quelli che ci hanno segnato profondamente: sono i luoghi del cuore e dell’anima, in cui il poeta ha imparato a percepire il mondo.

La dimensione che Piersanti rappresenta, attraverso l’immagine e la poesia, è quella che lui ha perso, insieme alla sua infanzia. Non c’è un’intenzione polemica verso la contemporaneità, c’è solo il bisogno di ricordare, di dare voce e riportare la bellezza di quell’incanto.

 

 

L’anima*

io no avevo mai capito
da dove l’anima viene tra gli spini
ma l’anima è piccola, fatta d’aria,
passa tra gli spini e non si graffia

 

Questa poesia è nata oralmente e spontaneamente davanti a un cespuglio di rovi; è una delle poesie più belle di Umberto Piersanti, che mostra la sua chiara attitudine all’oralità.