È inutile cercare un tema in comune tra le opere dei quaranta artisti esposte al Parasophia, International Festival of Contemporary Culture 2015, si rimarrebbe delusi. Per figurarsi cosa sia Parasophia occorre considerare il genere del festival, dando rilievo al suo legame con la città di Kyoto, e ripensare l’aggettivo “internazionale”. Prima di tutto la forma del festival: essa coinvolge tutto lo spettro delle arti, anche le performative (memorabile il sensualissimo spettacolo di pole dance Nichirin no tsubasa di Miwa Yanagi), e offre la possibilità di un programma con numerosi eventi satellitari, dalle conferenze nelle numerose università della città, alle feste al Metro Club, uno dei locali storici di Kyoto, dalle esposizioni nelle gallerie cittadine ai paralleli festival di danza (Hot Summer in Kyoto) e di fotografia (Kyotographie). Una rete di eventi che disegnano una nuova mappa della città. Coinvolgere l’intera Kyoto significa dare rilievo agli eventi artistici che avvengono solitamente a Kyoto, rifunzionalizzare gli spazi, e organizzare un sistema di volontari che facciano da guide. Kyoto torna così a riprendersi il ruolo di capitale culturale del Giappone, e a rivaleggiare con Tokyo. Ma c’è di più. È l’aggettivo “internazionale” a chiarire un aspetto non irrilevante di Parasophia. Seppure numerosissime mostre o festival in Giappone ospitino artisti provenienti da ogni angolo del globo, è la prima volta che la parola “internazionale” viene a coincidere con “inclusivo”, in uno sforzo comune di problematizzazione della realtà. Esso investe anche il titolo del festival, Parasophia, parola composta dal prefisso para (“presso, accanto, al lato di”) e dal nome sophia (“saggezza”): “verso, in prossimità della saggezza”, come a voler dire che la saggezza può essere afferrata soltanto parzialmente, perché non univoca. Superare e travalicare qualunque filosofia o ideologia, abbattere i confini: in una parola Parasophia. Si prendano l’installazione The Bumbs on the Earth, di Tadasu Takamine, artista visivamente felliniano, che invita ironicamente a immaginare le diversità come bernoccoli sulla testa del mondo, o le due video-istallazioni di Pipilotti Rist, Evolutionary Training (Horikawa Worry Will Vanish), e Gigantic Pear Log, le quali, nate negli spazi di Horikawa House Complex, annullano i confini tra interno ed esterno, che sia di una casa o del corpo umano. Diversamente le trame della storia, nascoste da una politica revisionista, sono le protagoniste in Music While We Work, di Hong-Kai Wang, opera sul colonialismo giapponese a Taiwan, e coinvolgono The Great Art History di Gustavo Speridião, un “editing” dell’immaginario figurativo del Novecento. La raccolta di frammenti di granate di ceramica di Emiko Kasahara potrebbe esserne il coronamento. Ogni artista è un universo a sè, sembrano suggerire le opere di Parasophia, ed è demandato allo spettatore entravi, percorrerlo, uscirvi, e indicare le analogie tematiche che fungono da collegamento. Non resta che concludere con l’opera di William Kentridge, percorrendo a ritroso le stanze del Kyoto Municipal Museum of Art. L’indagine sulle stratificazioni semantiche create dalla connessione tra segno grafico e immagine suggerita dalla parola sembra alludere agli ideogrammi, e forse rappresenta un sottile omaggio alla civiltà giapponese.

Kyoto Municipal Museum of Art, The Museum of Kyoto, Kyoto Art Center, Horikawa Housing Complex, Kamo River Delta, Books Ogaki Karasuma Sanjo, area near the cross streets of Kawaramachi and Shiokoji Streets.

Dal 7 marzo al 10 maggio 2015
http://www.parasophia.jp/en/

Crediti fotografici: fotogramma da Pipilotti Rist, Gigantic Pear Log, 2014. Video installation. Per gentile concessione dell’artista, Luhring Augustine, New York, and Hauser & Wirth