Love me Tender, della regista Klaudia Reynicke, è uno dei film in concorso nella categoria Cineasti del Presente

Fin da subito lo spettatore si accorge di essere rimasto intrappolato nell’angusto mondo della giovane Seconda, protagonista assoluta di Love me tender. Nonostante sia atletica e ami ballare, Seconda è bloccata tra le quattro pareti dell’appartamento in cui vive con i genitori incapace di uscire. Agorafobia e disagio mentale portano la ragazza ad immaginare di vivere in una zona franca in cui non vi sono nè regole nè leggi. Nonostante la madre ed il padre vivano con Seconda e si occupino degli aspetti pratici della sua esistenza, la ragazza è comunque sola: poichè nessuno vigila su di lei,  smette di prendere i medicinali. Ciò rende il disagio della giovane sempre più evidente.

 

La morte della madre è un evento del tutto inaspettato ed un punto di svolta per Seconda

Di punto in bianco la protagonista si ritrova sola con un padre inetto e anaffettivo che ben presto sceglierà di fuggire lontano dal mondo claustrofobico della figlia abbandonandola al suo destino. Ora Seconda può contare solo ed esclusivamente su se stessa, infatti nonostante la malattia mentale è una giovane donna forte e coraggiosa e determinata. Da questo momento in poi il ritmo della pellicola diventa serrato: per ragioni tragicomiche gli stretti muri che Seconda si era costruita intorno a se crollano uno dopo l’altro consentendole di uscire e sperimentare sia l’amore che l’amicizia.

 

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Vi sono molti esempi di commedie da camera, ma pochi generano tanta ansia come Love me tender. Il ritmo del film varia notevolmente, prima lentissimo diventa verso la fine rapido e convulso. Nonostante Seconda, per necessità di ordine pratico prima, e per curiosità poi, si apra al mondo, conserva quella sua peculiare visione sempre originale e a tratti allucinata. È una donna, che per quanto sofferente e bisognosa di cure, non si piega alle regole della società civile.  Scegliendo ciò che ritiene meglio per se, va a prendere con la forza quello che ritiene suo di diritto.

Alcune domande alla regista Klaudia Reynicke

D: Seconda si chiude in una tuta blu per affrontare il mondo esterno. La tuta voleva rappresentare un mantello da supereroe?

R: I supereroi anticonformisti mi hanno sempre ispirato: quelli che si distinguono per il loro eccesso di umanità, i loro errori, le loro paure. Coloro che non stanno al passo, che sono ai margini e che ne fanno la loro forza. Questo tipo di supereroe o anti-supereroe è difficile da trovare nel genere femminile. Così ho deciso di crearne una.

D: Seconda sembra molto fragile e disturbata: è davvero così?

R:  Sicuramente è una anti-supereroina, un archetipo della complessità psicologica umana, un modello dell’essere vulnerabile che si trasforma con le proprie forze. Va avanti lottando contro i propri paradigmi e nulla la ferma.