Una serie di poesie e prose di Isacco Boldini – un uomo chiuso in una stanza, una teacher di inglese che cova odio e un uomo cavallo per rappresentare l’italiano medio

 

Sei testi editi e inediti, quelli che presentiamo, in cui tutto sembra fermo e sempre sul punto di accadere, in cui il senso di attesa trova la propria ragion d’essere soltanto nell’inesorabilità della caduta e nell’imminenza della catastrofe che non risparmia neppure lo strano circo dei protagonisti.

C’è l’ uomo chiuso nella claustrofobia della stanza, destinato a uno stato di eterna veglia che non gli permette di abbassare la guardia e le palpebre. A dargli respiro, o a levarglielo del tutto, solo pochi intermezzi privi di punteggiatura, lunghe liste di parole che somigliano a dei mantra e che spezzano l’ordito della trama e velocizzano il tempo della sospensione. C’è Franco Rossi, uomo qualunque a cominciare dal nome, sostituibile e mimetico. La Teacher Wanda, insegnante d’inglese di perfette apparenze che viene dalla provincia brianzola e che da sempre cova e reprime l’odio dentro di sé. E poi l’Uomo Cavallo, dietro cui si nasconde la fotografia, nitida e certo poco lusinghiera, dell’italiano medio.

Ironia e gesti involontari vanno, qui, di pari passo. Le piccole ossessioni, i tic, le manie del corpo («completamente sigillato», «e pensavo allo stomaco che digerisce se stesso») e il pulsare delle tempie che incede come in un triello morriconiano sono elementi caratterizzanti di questa poetica costellata di ritratti ironici e amareggiati che insieme alla lingua, – incalzante, concitata, enunciativa – lascia trasparire un intento, oltre che introspettivo, anche politico.

(Cecilia Monina)

 


 

 

CONVERSAZIONE SULLO SPAZIO

 

 

No – diceva – il buco nero è una regione dello spazio-tempo che attira tutto a sé: i pianeti, gli oceani e tutto quello che hanno dentro (acqua, pesci, sabbia, scogli, sassi, barche e palombari), le persone e i loro averi.

Ha un campo gravitazionale talmente forte e intenso che niente

può veramente pensare di sfuggirgli, nemmeno la luce. Il passato e il futuro, i numeri contati uno ad uno, i libri di astrofisica, nemmeno la luce. (Il buco nero è nero come lo schermo di un computer spento.) Tu e io, saremo un giorno – diceva – assieme nel buco nero. Un giorno. Non so dire quando e a quante cose assieme. Proprio non lo so. Non so se saremo vivi per accorgerci o morti e silenziosi. È solo questione di attendere – e lo diceva con il dubbio se fosse o meno una cosa buona; il dubbio se fosse o meno una cosa giusta –  io e te assieme nel buco nero. (E vabbè.) È una cosa come sono tante altre cose, una cosa che è così, alla fin’fine. È come fossimo – diceva – su un piano inclinato di pochissimi gradi che, di certo sbagliandosi, si direbbe orizzontale; i corpi, anche se non lo sanno, scivolano lentamente; più o meno lentamente verso il buco nero. (Non si danno giudizi. Lo si dice. Non dirlo è peccato; peccato anche il dirlo troppo ad alta voce. Tenerne di conto, bisogna.)

 

Io – ricordo – non risposi; e pensavo allo stomaco che digerisce se stesso; o pensavo, forse, alle responsabilità del generale Paulus (davanti alle truppe e ai comandanti della sesta Armata, come anche davanti al popolo tedesco, sono – diceva – responsabile di avere eseguito fino alla catastrofe gli ordini di resistenza impartiti dal comando supremo).

 

 

I GIAPPONESI HANNO PERDONATO

 

 

 

“And a rock feels no pain.

And an island never cries.”

Simon & Garfunkel. I am a rock.

 

La pressione è lenta e costante; costante nell’aumentare, lentamente. Sempre più alto sopra di sé l’edificio d’acqua: una moneta gettata nella fossa della Marianne; espresso il desiderio. Quello che neppure deve succedere è l’abitudine. L’uomo nella stanza lo sa.

 

 

nodi  viadotti   nessi  pellegrinaggi  anni luce  traiettorie missilistiche  piste ciclabili   eoni  strade  scale mobili  cicli di vita della cicale   linee del telefono  triangoli  vicoli ciechi  cardi  programmi ministeriali   confini  ritardi  tempi di decadenza di isotopi radioattivi   processioni  percorsi dei giorni feriali    path

 

 

L’uomo è nella stanza e non può uscire. Non ci sono porte, non ci sono finestre nella stanza: quattro pareti azzurrine, un pavimento di parquet scuro, un soffitto. Il calorifero è sulla parete corta, una delle due: l’inverno a questa latitudine fa parecchio freddo, il vento

si insinua in ogni fessura. L’arredo è quello che ti aspetti (letto-comodino-scrivania-sedia-armadio-; un attaccapanni di ferro verniciato; un tappeto al centro della stanza). Qualche presa della corrente, bassa, appena sopra il battiscopa. L’uomo attende. L’interruttore della luce accende e spegne la lampadina in mezzo al soffitto ma non c’è una porta, non ci sono finestre e l’uomo non può uscire. L’orologio da polso segna le nove e uno.

 

 

Come un corpo completamente sigillato. (ogni orifizio: la bocca, gli occhi, le narici, le orecchie, l’ano; ogni poro della pelle è sigillato e non c’è nessuna cicatrice, nessun segno; niente che faccia presagire che ci sia stato un momento in cui qualcosa di aperto è stato chiuso; sigillato. Una lunga distesa di pelle, liscia, e nient’altro.) Come un corpo completamente sigillato da sempre completamente sigillato.

 

 

Sto bene. Mio figlio studia. Mia figlia ha trovato un lavoro.

 

 

I muri hanno la forza di un’evidenza: non ci sono porte, non ci sono finestre: l’uomo non può uscire.

 

 

strade  tempi di decomposizione dei rifiuti   sensi unici  tubi idraulici  orografie  apici  protocolli  argini  tratte migratorie verso sud  terminali  sistemi fognari  indici  settimane sante  campi magnetici  strisce bianche lungo l’asse della carreggiata  spiagge  fossi  scale a chiocciola ordini   cicli mestruali   cavi elettrici  litoranee   programmi tv

 

 

L’uomo fuma una sigaretta seduto sul letto, la schiena alla parete e attende. Fa cadere la cenere dentro una tazzina. Qualche mozzicone, la cenere impastata con il fondo del caffè. I piedi penzolano da sopra il letto. L’uomo guarda dritto in fronte a se, verso la parete lunga, una delle due. Nella parete c’è una crepa ma è solo nell’intonaco, dietro, il muro è intatto. L’uomo lo sa. Affianco alla crepa una cartina di Milano. L’uomo è nella stanza e attende.

 

 

Solo questo lo trattiene dal non essere un elemento dell’arredo: che l’uomo attende. L’orologio da polso segna le nove e tre.

 

 

Solo il lustrascarpe e il suo cliente rimangono fermi abbastanza a lungo.

 

 

Come uno sfumare, lento (come sono lente spesso tante cose: il crescere dei capelli, il crollo dell’impero romano, l’erosione costiera…); un perdere consistenza e scomparire. Sfarsi (il lento dell’acqua che sbianca, fa tondi gli spigoli ai sassi.). Come le cose che scompaiono sotto l’erba, sotto altre cose accatastate, sotto la polvere. Uno sfumare. Diventare l’arredamento. Sformarsi. Smettere; non di punto in bianco, ma lento che non puoi vederlo. Nemmeno capire che non si sa

quando finiscono le dita, le ginocchia, le palme dei piedi e incomincia il pavimento. Smettere. Come il rallenty di un’esplosione. L’uomo nella stanza lo sa.

 

 

Smettere è una soluzione. Una buona soluzione, l’uomo nella stanza lo sa. Può chiudere gli occhi e cominciare a scomparire, è facile. (Sul più bello i mistici scompaiono. E nell’aria un odore di buono e di fiori e di bucato ad asciugare. Come Majorana.) È facile.

 

 

Le automobili si muovono, i palazzi rimangono fermi. Solo i palazzi rimangono fermi abbastanza a lungo.

 

 

L’uomo ha le scarpe ai piedi; seduto sul letto. È vestito come se dovesse uscire, bene – dignitosamente quanto meno. Ma non c’è una porta, non ci sono finestre e l’uomo non può uscire. Il telefono tace. Sono le nove e ventiquattro.

 

 

(ma non si riempie. Come la cisterna che non si vede il fondo e non sembra averlo. Non si riempie. L’acqua non si vede, solo il buio

e l’eco. L’eco è spaventosa.)

 

 

ponti  alberi genealogici   abitudini  ere che si susseguono ciclicamente  rotonde  canali di scolo orbite  zone di carico scarico  amicizie  calendari di serie A  sottopassaggi   idrografie  procedure di sicurezza  corridoi  itinerari turistici  rive  reti wifi  vettori  collegamenti satellitari  strade  percorsi dei cortei autorizzati dalla questura   cunicoli  pozzi verticali  età

 

 

il pavimento di moquette. La luce falsa delle lampade al neon. Come scendere una scala di Penrose a piedi nudi. Scendere o salire – scendere e salire: a questo punto non fa differenza. Non fa nemmeno freddo. Ogni passo è quello successivo è quello precedente, poi un angolo retto dal quale si attende una porta, ma non c’è una porta, non ci sono finestre. Incunearsi nell’abisso – ascendere i cieli: a questo punto non c’è differenza.  Non c’è una porta, non ci sono finestre, non c’è differenza.

 

 

L’uomo nella stanza accende e spegne l’accendino: un bic azzurro (azzurro perché l’azzurro è il colore dello spirito santo. Si noti: lo spirito santo non è azzurro perché il cielo è azzurro, ma il cielo è azzurro perché lo spirito santo è azzurro.). L’accende. Sfiora la fiamma– s’avvicina finché non sente il dolore; spegne l’accendino. L’orologio da polso segna le due e quarantasette.

 

 

L’uomo nella stanza vorrebbe smettere, ma ci sono cose più importanti. La gioia, ad esempio; l’odio.

 

 

linee  rapporti di lavoro  tratturi  nastri trasportatori  tempi di rotazione e rivoluzione dei pianeti  torrenti  parcheggi  mappe del tesoro  porti  fossi  obsolescenze programmate  momenti  autostrade  tempi di digestione   sentieri  mandati triennali  tangenziali  piani di fuga in caso d’incendio  marciapiedi  ritmi cardiaci  rastrelliere  binari del tram

 

 

L’uomo nella stanza si alza dal letto. Di fondo un accordo monotono, che è e non è il silenzio. Misura il perimetro coi passi, fa i suoi calcoli: avanti – indietro, le mani incrociate sulla schiena. Si gira. Tocca la parete con un dito, lo trascina sul ruvido. Guarda il pavimento di parquet scuro. Sale in piedi sul letto, tocca il soffitto. Scende. Tocca il calorifero: è freddo. Fa freddo. Si mette un maglione. Si risiede sul letto, la schiena alla parete. Attende.

 

 

(Come il gorilla dello zoo di Valencia. Non sta capendo, lo vedi sul volto che non sta capendo. Non ha bugie da raccontarsi – ne vorrebbe – ma non ne ha; ma è stanco, molto stanco.)

 

 

L’interruttore della luce accende e spegne la lampadina in mezzo al soffitto. Non ci sono vie di mezzo, sfumature, alternative fuori da – o la luce o il buio. È una linea ben marcata: o la luce o il buio (i loro pro, i loro contro: l’uomo nella stanza lo sa: o la luce o il buio; un indecidibile a cui non ci si può sottrarre, che urge, in ogni istante; (non è un bivio che puoi fermarti al crocicchio e mettere su famiglia.) non ci sono alternative, non c’è né lo spazio.). La luce è accesa.

(ma compiuto il giro non c’è differenza: un senso vale l’altro per quelli che girano intorno (in Italia si va a destra – in Inghilterra si va a sinistra, è così.): la luce è il buio bianco della bomba nucleare.)

 

 

La luce è giallastra, strana; quella che i dettagli sono sfuocati, le pieghe della coperta sono piatte.  Sempre la stessa. L’orologio da polso segna l’una. L’uomo si alza, spegne la luce, conta fino a 10 e la riaccende. Lo fa ogni cinque ore.

 

 

centri  canali di telecomunicazione frontiere  piani quinquennali  prese della corrente  quadrati  anni sabbatici  correnti sottomarine  frontali strade tra i fossi  fasi del lutto  aeroporti  tunnel della metropolitana  appuntamenti all’ora stabilita  filari  piani di fuga in caso di attacco terroristico  internet  fasi anali  abitudini  tratte aeree  stop

 

 

(prendere consistenza sotto lo sguardo di qualcuno o di qualcosa. (che il rimbalzo della luce contro un corpo opaco non vada perduto nell’intrigo di rimbalzi ma incontri un sistema capace di interpretarne i dati; che i contorni siano ben segnati fra una cosa e ciò che quella cosa non è: lo sfondo marino.) Un essere a fuoco. Da qualche parte, in qualche tempo sia anche non qui o non ora.)

 

 

A Berlino nel 1884 si è tracciato

linee nere nel deserto. Linee nere con la squadra.

 

 

fossi  paralleli   viali alberati  rituali   periodi fertili durante le fasi dell’ovulazione  fosse  fili del tram  fogne  linee cronologiche  cavi dell’alta tensione  valli  falde acquifere  vie crucis  cicli di produzione  figli  fili del bucato  strade provinciali  cicli lunari  connessioni telepatiche  faglie  vie di ritorno al formicaio seguendo le tracce olfattive  decadi  tratte migratorie verso nord

 

 

L’armadio è chiuso; dentro l’armadio c’è uno specchio appeso ad un’anta. Non bisogna guardare nello specchio. Sebbene alle volte la tentazione si possa manifestare: non bisogna guardare nello specchio.

 

 

Ha delle ossa, dei muscoli, dei tendini, vene e arterie in cui scorre del sangue. Gli organi al loro posto. L’uomo non è un robot. Fuma una sigaretta seduto sul letto, (inspira: i polmoni si dilatano  – espira: i polmoni si contraggono. I differenti circuiti neurali analizzano le informazioni dei sensi.) il fumo esce dalla bocca. Eleganti, dalla punta della sigaretta le forme di fumo sono il risultato di complessi sistemi di variabili. L’uomo le guarda. Guarda la parete. Attende.

 

 

Non entra e non esce nulla: come un sasso. Come un sistema teorico.

 

 

L’orizzonte degli eventi è una linea che avanza oltre la quale non si può dire. Le dita del piede sono già di là. Pian-pianino entrerà il dorso, la caviglia, il polpaccio; l’ombelico è il punto più difficile, ogni capello della testa, contati uno a uno; o forse è immobile e aspetta il tuffo; o forse qualcos’altro: l’uomo seduto sul letto non lo sa. Nella stanza il presente si accumula

ma come l’inutile scartoffia che nessuno ha il coraggio o l’autorità per buttare via.  Sono le due e ventidue; è il dodici marzo. L’uomo attende.

 

 

L’uomo si alza. Prende i vestiti gettati sulla sedia, li appoggia sul letto e si siede davanti alla scrivania. Gira su se stesso. Fa avanti e indietro sulle rotelle che scricchiolano: sul parquet scuro i segni del gesto ripetuto sono dei binari biancastri. Mette i piedi sulla scrivania. Guarda il muro. Chiude gli occhi – apre gli occhi. Guarda il muro.  Si gira: gli angoli sono sempre otto. Niente di nuovo.

 

 

Il 7 ottobre 1944 è esploso il quarto forno.

 

 

Non lo prende mai. Willy il coyote non lo prende mai lo struzzo. Colpa e punizione sono diligentemente mescolate. Per quanto siano fini le tattiche, potenti le tecnologie, infinite le possibilità: non lo prende mai; e tutto di nuovo ricomincia:

sacramento – promessa e primizia; e il deserto.

 

 

Qui non si esiste se non domani; quello dopo, e cosi in successione. Uno dopo l’altro in coda alla posta il sabato mattina.  Lento fino allo sportello. La commessa sorride. Sorridi; e tanto basta. (Non è un sorriso professionale

conviene credere. È un sorriso a te che le sorridi – saluti – te ne vai. E tanto basta.)

 

 

I giapponesi hanno perdonato.

 

 

bombe  tombini  bave di lumache  strade basse  catacombe  orari degli autobus  amicizie su facebook   code alla posta  ritmi circadiani  ferrovie  reti radio  meridiani  piani dettagliati di rimborso del mutuo calcolato rata per rata  trincee  vie della seta  strade  ere geologiche  link  spedizioni punitive   decumani  fibre ottiche  ramadam

 

 

L’uomo nella stanza non può dormire (come un ladro nella notte, così verrà il giorno del Signore.) chiude gli occhi – apre gli occhi. Si soffia il naso in un fazzoletto di carta. Chiude gli occhi – apre gli occhi. Sbadiglia. Fa scrocchiare le dita della mano. Sono le due e cinquanta. Accende una sigaretta.  Attende.

 

 

 

NON LA FERRARI MA UNA PANDA

 

 

 

Franco Rossi è un mediocre e te ne puoi dimenticare.
È di casa tra i senza infamia e senza lode
compagni suoi silenziosi e invisibili, mimetizzati nei paesaggi circostanti.
(Non degli ultimi e non dei primi,
non dei migliori e non dei peggiori, si parla ma dei medi.
Sono le schiere dei dimenticati
non per giudizio del potere, ma dimenticabili
per materialissimi problemi di spazio.)
Simpatico senza sfarzo e senza profondità. Lavora senza sforzo
un lavoro come un altro.  Sostituibile con qualsiasi altro.
Fa tutto quello che deve fare, non male – non bene.
Non ci prova e non ci ha mai provato.
Se ci ha creduto almeno una volta
– era in quarta o in quinta superiore
dopo un nove in matematica,
il voto più alto di tutta la classe,
e la professoressa che dice:
«ah Rossi. Lei, quando si impegna può.» –
ad oggi non ci crede più. Non ci crede
un po’ perché è stanco, un po’ perché vede
quanto poca ce n’è da guadagnarne di  vita qui nel mondo
(o crede di vedere ed è un mediocre
quindi può darsi sia solo una scusa)
e vede quanti fratelli come lui l’affanno gli fa strada qui nel mondo
(più di sette miliardi. C’è un sito web dove puoi vederne il numero aumentare in diretta).
Non alto né basso, non magro né grasso. La mediana è il suo dominio.
Guarda il suo Casio contare il suo tempo
che è un tempo solo, per tutti e per tutto,
senza interruzioni come il destino degli alberi
e di notte il silenzio è il rumore del frigorifero.

 

 

TEACHER WANDA E I SUOI RAGAZZI

 

 

 

Archiduc me confie qu’il a découvert sa vérité quand il a épousé la Résistance. Jusque-là il était un acteur de sa vie frondeur et soupçonneux. L’insincérité l’empoisonnait. Une tristesse stérile peu à peu le recouvrait. Aujourd’hui il aime, il se dépense, il est engagé, il va nu, il provoque. J’apprécie beaucoup cet alchimiste.

[R. Char – Feuilletts d’Hypnos]

 

I suoi ragazzi sono in the cortile per la ricreazione
corrono, schiamazzano, fanno merenda.
Sono tutti bellissimi, nessuno escluso.
Teacher Wanda li guarda giocare
like una videocamera a circuito chiuso.
Teacher Wanda è una maestra elementare.
È una brava maestra da quel che si dice,
le mamme non si lamentano, la preside neppure.
Insegna lingua inglese nella scuola di Maclodio,
but in the very very fondo of the soul she feels a little little odio.
È divorziata e odia suo marito. Odia
i pincher del vicino che abbaiano all the notte,
le code in the poste, gli automobilisti, tutti
i suoi colleghi. I suoi compaesani. Il sindaco e il prete.
I suoi ragazzi in the cortile tutti bellissimi nessuno escluso.
Ha un odio potentissimo e preciso like a drone
può uccidere un cavallo da migliaia di chilometri.

 

Rosse le gote quando s’arrabbia, la chioma rossa
Teacher Wanda di certo non lo sa
ma con tutto il buon’odio che ha
sarebbe stata un’incredibile camicia rossa.

 

 

THE VERY VERY VERY STRANGE STORY OF L’UOMO CAVALLO

 

 

 

 

«Fai pensare ai cavalli che hanno la testa grossa.»

 

 

L’Uomo Cavallo lo puoi trovare al bar
il fine settimana fino a ora tarda
seduto allo sgabello la birra media in mano,
il resto del tempo non sembra contare
(lavora un lavoro duro ma ciò non è importante
per nessuno, talmente che non lo è nemmeno per lui).
È al Bar dalle sette – la birra media in mano,
guarda i giovani negli anni sempre più giovani
passargli davanti come in aeroporto i bagagli sul nastro trasportatore.
Per anni e anni e negli anni sempre più stanco.
Ora – nascosto allo sguardo dei presenti
da un brutto separé – la birra media in mano,
gioca serio e rabbioso alle slot machine.
Un euro dopo l’altro per lunghe ore.
(«É legge, dopo un po’ deve pagare.»)
Ha votato Silvio e non si pente. Legge la Gazzetta e tifa Inter.
Lavora duramente ma ciò non si racconta,
non manca di timbrare dall’Aprile ‘33.
(Non sbaglia un rigore dal ’26, ma questa è un’altra storia.)

 

Per quello che conta, nel bene e nel male
l’Uomo Cavallo è il paese reale.

 

 

 

 

 

IL MAL DI TESTA

 

 

Prendiamo un esempio dall’enciclopedia del male, come quando l’universo converge in mezzo alla fronte.

 

Il mal di testa dà un appuntamento al quale è difficile sottrarsi.  Programmato ben prima, s’appressa con fare tranquillo. Alle volte può sembrare il prodotto di un istante, ma è solo perché – distratti – non s’è fatta la dovuta attenzione. Arriva da lontano e s’avvicina. Come una presenza all’orizzonte (pensate ad un film western perché a quello sto pensando) s’avvicina: prima un puntino sfuocato e minuscolo che potrebbe essere un errore della retina, un miraggio, un gioco della luce nella lontananza; ma non lo è. Chissà da quanto tempo tende la sua preda. Normale, per chi non è un attento osservatore o per chi non è un abitué del mal di testa, non notarne la presenza sullo sfondo. Poi, di ora in ora, appare sempre più chiaramente. Poi, di ora in ora, sempre più grande: il mal di testa. Se si stringono le palpebre se ne intuisce la forma. Il mal di testa ha la forma di un pixel nero che avanza o del famoso quadro di Malevič. Immobile (in apparenza) fra il deserto e il cielo azzurro; ma si muove verso di te. Adagio. Adagio. Fissandoti: quando lo si capisce è già troppo tardi. A questo punto scappare è inutile (forse lo è sempre stato): il mal di testa viene, e viene verso di te. Più precisamente punta al centro della tua fronte, appena sopra il naso; al centro della scena. Passano le ore.  La presenza si fa insistente prima, poi immensa. Nel silenzio che ha conquistato ogni cosa si riconosce il rumore del suo avanzare:        TUM          TUM          TUM        . Poco d’altro oramai si vede nel paesaggio. I margini si assottigliano, si fanno contorno e poi linee e poi più nulla. Il suo suono è tuo silenzio. Il mal di testa è giunto: una figura che occupa tutto lo sguardo. Davanti a te. Un muro.

 

Lenta, l’implosione del cielo stella a stella: il contro-big-bang. Ma con i tempi e i modi delle maree.

 

Dal centro della fronte dirama verso le tempie: viti inserite con cauta perizia. Con un senso di tiro alla fune o di elastico al limite delle possibilità di estensione. Una corrente. Un intrico di rami o di tentacoli. Un crampo ma immobile. O dall’esterno, una morsa.  L’inverso dell’essere concentrati: l’essere – le tempie – l’oggetto della concentrazione dell’universo.

 

Il mal di testa odia la luce e il rumore, la compagnia di altri da sé.  Gli odori forti come quello della benzina.

 

Verrebbe da pensare che ogni mal di testa sia iscritto nella storia del mondo. Ineluttabile quando giunge, sosta e se ne va; quando capita. Non si capisce, infatti, se funzioni secondo delle regole – come una cometa che torna precisa secondo i ritmi e le ragioni della sua traiettoria; forse regole troppo complesse per tentare una previsione, troppe variabili e troppo intricate (cibo, sonno, stato d’animo, meteo, flussi finanziari, movimenti geologici, conformazioni interplanetarie…)  – o se su tutto regni il caso. Chiunque si dica convinto di una di queste possibilità – medico o mago che sia – mente, che sappia o meno di mentire.

 

«Quel che è giunto se ne andrà» dice il saggio. E noi per esperienza gli crediamo. Ma nel frattempo?