Alcuni spunti e analisi di Roberto Ciccarelli sulla crisi di governo, che è anche una crisi di sistema

Primo tempo della crisi con un governo azzoppato. Presentata in termini clinici – “follia”; oppure morali – “irresponsabili” e “immaturi” quegli altri, “responsabili” gli altri; volontaristici – la sinistra definizione di “volenterosi”; con il lavoro edile – i “costruttori”. Ora, forse, c’è spazio per qualche considerazione politica.

C’è una crisi politica più profonda, di sistema si sarebbe detto. Inciderà nella gestione dei fondi europei, motivo dello scontro con Renzi. Si è scommesso sulla capacità di questa maggioranza nel gestirli. Per questo hanno dato 209 miliardi. Italia, paese più colpito dalla pandemia, in crisi profonda. C’è anche l’idea che sia quello più esposto politicamente, e per questo dev’essere “ristorato”. Ma in questi giorni è emerso un problema che non avevano previsto. La crisi di governo ha dimostrato che la politica non si fa in base ai fondi a disposizione, né questi garantiscono una “stabilità” di governo. E, forse, nemmeno a livello europeo.

Non è una crisi solo “politicista”, non è solo una sfida tra personalità, è crisi interna alla “governabilità”. Una crisi di sistema, già latente, amplificata dall’epidemia che sta causando contraccolpi in serie.
La si vede nel rapporto tra stato e regioni nella sanità e nella scuola. A pezzi entrambi i sistemi “nazionali” che garantiscono l’uguaglianza. Se ne è reso conto anche l’avvocato il cui governo ha cercato, inutilmente, di coordinarsi con le regioni. Invece di avocare la responsabilità politica in uno stato di emergenza sanitario, come del resto previsto dalla costituzione riformata, ha riconosciuto alle regioni la possibilità di varare ordinanze più restrittive. Nella scuola, nei fatti, si è creata un’autonomia differenziata. E un conflitto con i Tar. Un caos. L’avvocato ieri ha alluso a un intervento di riforma costituzionale sulle competenze sulla sanità (non si sa se anche sull’istruzione). C’è da dubitare che riesca a farlo. Qualora lui, o un altro lo faccia (difficile), si prevede un duro conflitto con le regioni governate dai nazional-populisti che credono nel “sovranismo” regionalizzato. Così lo scontro potrebbe radicalizzarsi.

La crisi si vede, tremenda, nella gestione della sanità, nell’incapacità di produrre i dati, dunque di decidere in ragione di essi, questione già affrontata da molti, inascoltati. Oppure sul piano dei vaccini, ancora sconosciuto, o conosciuto da pochi. Potenzialmente fonte di scontri senza fine. E si dipende dalle case produttrici. O nella capacità di creare un sistema di tracciamento. E nel conflitto tra Pil e vita. L’ultima versione è stata di quella che ha chiesto di distribuire il vaccino in base alla ricchezza delle regioni. Oppure nelle uscite su chi deve sopravvivere, ed essere curati, i “produttivi” contro i “non produttivi”: gli anziani. In una forma più mediata, e civilizzata, le ragioni del Pil hanno portato al circolo vizioso “del chiudere-non chiudere”.

Tutto è rinviato al piano europeo dei fondi sulla “prossima generazione europea”. Un piano ci salverà. Ma cos’è questo piano? Un’analisi del movimento “Priorità alla scuola” è utile per comprendere come si vuole usare la crisi in direzione di una ristrutturazione neoliberale della società e dell’economia.

Qui una sintesi:

  • Il sistema introduce condizionalità più stringenti: se non c’è capacità di spesa sugli obiettivi i fondi saranno ritirati.
  •  Una forte spesa di investimento a supporto delle imprese private, cioè ancora una volta una politica dell’offerta, che parte dal presupposto che la domanda sia in grado di adeguarsi.
  • La riforma della “pubblica amministrazione” sarà fatta in base al paradigma già vigente: il “new public management” ovvero la gestione orientata al risultato economico. Invece di fissare gli obiettivi di un’istituzione in base ai suoi scopi (tipo curare i malati per la sanità, istruire per la scuola), si stabilisce uno standard il benchmark per aumentare la sua produttività. La “digitalizzazione-smart working è gestito in questa cornice.
  • Sulla sanità implementati i fondi, ma non risulta nulla per la prevenzione, per il presidio territoriale . Non si mette in discussione il sistema pubblico-privato, supplente a fronte della inesistenza di intervento pubblico.
  • Scuola: risorse sull’edilizia, quasi la metà messe sul rapporto con le imprese. Approccio coniugato con una forte spinta verso “l’istruzione professionalizzante rivolta al mondo del lavoro” e le discipline STEM, cioè quelle che appaiono immediatamente spendibili sul mercato del lavoro senza un percorso di studi universitario. Disuguaglianze e disparità, anche di genere, nel mondo del lavoro sono ricondotte non alla struttura classista e sessista della società, ma alla mancanza di “competenze avanzate”, la cui acquisizione nella scuola risolverà magicamente i problemi strutturali per le generazioni future. Per intendersi, è la stessa logica introdotta nella scuola-università dalla legge “Berlinguer-Zecchino” alla “Buona scuola” di Renzi.
  • Sulla transizione ecologica buona parte della cifra viene utilizzata per il finanziamento del super bonus del 110%, a vantaggio dell’edilizia privata, Poco o nulla, invece, viene lasciato alla sistemazione dell’edilizia pubblica, una politica per la casa.
  • Non si cambiano le leggi sul mercato del lavoro, si perfeziona il sistema delle politiche attive del lavoro, e formazione, già delineato nel cosiddetto “reddito di cittadinanza”. Un sistema di workfare che sarà razionalizzato e potenziato, senza interrogarsi sui problemi che ha causato da 30 anni. Un sistema per di più applicato in prospettiva di una recessione che può trasformarsi in stagnazione.

La crisi di governo, per ora, non riguarda la comprensione e il rovesciamento di questi, e altri criteri. Ma la gestione efficiente degli obiettivi, nell’ambito della stessa teoria economica condivisa dalla stragrande maggioranza degli attori politici.
Questo sarebbe un modo per rendere meno “incomprensibile” una crisi interna a questo paradigma. Una crisi gestita dall’alto, senza società, con la quale si vuole ristrutturare la società, terremotandola. Senza interrogarsi su cosa sia questa società. Una crisi di sistema.

(Roberto Ciccarelli)