Presentiamo ai lettori di Argo la traduzione, ad opera di Domenico Brancale, di alcuni frammenti tratti dal volume Fenêtre sur le Rien (Collection Arcade, Gallimard, 2019), pubblicato recentemente in Francia e ancora inedito in Italia. Buona Lettura.

Nel 1944 Cioran in una delle sue più lunghe crisi interiori raccoglie su 300 fogli volanti una serie di frammenti (oggi conservati nella Bibliotèque littéraire Jacques-Doucet di Parigi) scritti nella sua lingua materna, il rumeno, con l’idea di farne un libro. Alla fine ne pubblicò soltanto una scelta su Luceafărul, rivista degli scrittori rumeni in esilio fondata da Mircea Eliade (con N. I. Herescu e Virgil Ierunca). Il manoscritto non porta nessun titolo: Finestra sul Nulla titolo attribuito al libro uscito da qualche mese nella traduzione francese per le edizioni Gallimard è estratto dalla prima pagina. Il motivo del Nulla abita l’insieme di questi frammenti, ogni pagina bianca è una finestra aperta sull’infinito, sulla possibilità del fallimento, di riconquistare quello status del Nulla.

D.B.


Finestra sul Nulla

Traduzione di Domenico Brancale

 

L’imbecille fonda la sua esistenza su ciò che è. Non ha scoperto il possibile, questa finestra sul Nulla…
L’imbecillità è il radicamento supremo, innato, una indistinzione dalla natura che trae la sua gloria dai pericoli che ignora. Poiché non c’è nulla di più oppresso che l’imbecille, l’oppressione è il segno di un destino lontano dalla mollezza e dall’anonimato della felicità.

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I gelosi soffrono di un eccesso d’immaginazione. Si compiacciono in ciò che non vedono. La gelosia non è che il tormento dei sensi nell’invisibile. Nulla la turba più della certezza. Un geloso assolutamente sicuro di non essere tradito non può amare, poiché non sarebbe in grado di fare nulla senza la tortura del probabile. In un’epoca di supplizi in cui la tentazione della donna non definirebbe il suo respiro, questo sarebbe un martirio.
Nella gelosia c’è un desiderio (nostalgico) di soffrire a tutti i costi.

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Il minimo pensiero presente nella sessualità tradisce un’insincerità. Le donne sanno troppo bene perché hanno orrore dei filosofi.

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La maggior parte della gente la cui bocca si deprava nasconde la vergogna che prova nel dire cuore. Sguazza nella pornografia per eccesso di pudore. Ho trovato più lacrime nei cinici che in quelli che hanno i sogni sulle labbra

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La nostra incapacità di urlare fa di noi degli assassini virtuali.

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Camminando nella strada m’interrogo spesso sullo sforzo culturale che priva i mortali degli sputi di disgusto o di pietà che ispirano, e mi domando se la sincerità abbia un nemico più grande della decenza.

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Queste melodie banali che trasformano l’ultimo elemento del nostro sangue in simbolo di lacrime, e città squamose in Venezia, intossicano con la loro irrealtà il nostro respiro.

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Al di fuori dell’amore e della sofferenza, l’universo ha l’effetto di una triste cornice forgiata dall’immaginazione di qualche talpa.

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Nessuna parola sotto il sole è all’altezza dell’anima. E quando manca la chiave della follia sonora troviamo nel rammarico (nostalgico) delle lacrime una consolazione a questa impotenza della parola.

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Il sublime perde ogni cosa dal momento in cui è espresso. Non ha stile. Nella parola umana gli ultimi paesaggi della natura o del cuore somigliano a disastri di cattivo gusto, oppure a terribili scempiaggini. La perfezione esclude ogni fruscio.

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Queste ore che vivi consumato dall’ardente rimorso di non aver trovato un luogo dove morire, di aver sciupato la tua fine per pigrizia… Sono le ore dell’amore.

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La morte è il prolungamento – senza coscienza – di un’insonnia implacabile…, una veglia eterna fuori dallo spirito.

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L’amore è la demenza delle narici. Profumo effimero di carne e di putrefazione…
… Ma senza ciò, respirare sarebbe una depravazione indicibile.

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Le donne mi hanno ispirato il sentimento della mia scomparsa più di tutti i cimiteri della Terra. Senza ciò, non avrei moltiplicato gli argomenti per scusare queste creature accidentali contro l’evidenza del vuoto.

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Il tempo è un ragazzo bastardo del nostro cuore stupefatto, venuto al mondo per far seccare il nostro sangue.

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Il linguaggio muto dell’orrore è la lingua materna del silenzio.

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La malattia è la cima suprema alla quale possa accedere un corpo orientato verso lo spirito. Il grado di resistenza alle sue tentazioni indica il livello di coscienza raggiunto, così la quantità di positivo di cui si è capaci. Saper estrarre le virtù da una carne intrisa di morte, ottenere frutti da un pensiero malato.

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Sentire la nostra putrefazione interiore, viverla come una malattia ci dà l’illusione della salute. Poiché la malattia è attiva, ha un nome, un destino, la sfilacciatura delle nostremembra ci estrae fuori dal quadro degli atti. Sopportare un male che abbiamo compreso significa prendere parte al ritmo del divenire; sopportarne uno che sarebbe inqualificabile ci getta nelle tenebre anonime della materia. Ecco perché forse la malattia è un rimedio efficace contro la noia, mentre la nostra putrefazione interiore ci ingloba in sé.

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La salute è una malattia incompleta.

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Tutto è reversibile, tranne il dolore.

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La musica svela l’antinomia di un infinito attuale.

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La musica, solo lei, che lenisce il rimorso insito in ogni esistenza, mi consola di non essere mai stato.

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La musica? Il prolungamento sonoro dell’ultimo verso di un sonetto; la perfezione dell’indefinito allo stato permanente.

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A parte il sangue, tutto nell’universo è pretesto.

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Da quando Beethoven ha fatto scendere la musica in terra, l’altro mondo è scomparso, il Sublime è divenuto verificabile. Tutto è finito nel sentimento.

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Al di fuori di Bach ogni slancio sonoro somiglia a una canzonetta biascicata.

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Abbiamo un bel amare Mozart, dobbiamo riconoscere che non sa tutto. Esiste una musica così poco gravata dal Peccato?
Ciò che non tocca la feccia dell’anima rimane estraneo alla Conoscenza.

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Chopin ha elevato il pianoforte al rango della tisi.

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La poesia si riduce a una somma di esagerazioni ben ordinate: i piccoli nulla del cuore portati a delle dimensioni incommensurabili. Tra tutti, Shakespeare è colui che ha più esagerato; è anche il poeta più grande.

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La paura del ridicolo ti vieta la poesia ma non esclude l’assurdo.

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La cultura si riduce a un utilizzo raffinato dell’aggettivo.

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Non posso poggiare la mano su nessun oggetto: una fiamma si nasconde dietro. Tutto brucerà. L’universo è un incendio virtuale.

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Di tutte le evidenze la disperazione è la più difficile da sopportare.

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L’anima non conosce la parola. La scrittura è un esercizio nell’impossibile, come tutto ciò che si inserisce tra il silenzio e il grido, tra l’assenza d’espressione e il suo assurdo limite.

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Il vuoto della vita non si rivela che nell’assenza di tormento.