Inauguriamo oggi la rubrica Bussole, che cercherà di fornire delle coordinate per orientarci nella caotica vita sociale contemporanea, post-ideologica e multipolare. Iniziamo con Corporale di Paolo Volponi

 

Può la letteratura orientarci nella vita sociale? È una questione antica che nella modernità portò Manzoni ad affermare che la letteratura ha l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo. Dai Promessi sposi di Manzoni a I Malavoglia di Verga il romanzo assunse nell’Ottocento un ruolo conoscitivo centrale. La fiducia nel sapere positivo si rifletté nella struttura chiusa del romanzo, nella trama lineare che rappresentava lo sviluppo necessario delle vicende. E nel Novecento? La realtà non è più positiva né necessaria, ma possibile. In Opera aperta Umberto Eco ci ha spiegato perché la struttura chiusa del romanzo ottocentesco è divenuta anacronistica: la struttura aperta di Ulysses, che richiede l’intervento interpretativo del lettore, affronta la complessità e la molteplicità del reale con lo stesso approccio conoscitivo che condusse Heisenberg a elaborare il principio d’indeterminazione. Ciò che negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso fu chiamato anti-romanzo, ciò che ai contemporanei apparve illeggibile era tale perché affrontava la realtà in quanto caos e il linguaggio in quanto segno arbitrario. E siamo ancora all’interno di questo paradigma.
Così come gli anni Venti del Novecento erano figli dell’imperialismo e della crisi del positivismo di fine Ottocento, tanto che Joyce non esisterebbe senza Mallarmé, gli anni Venti del Duemila sono figli del consumismo, della finanziarizzazione dell’economia, della crisi petrolifera e della rivoluzione informatica di fine Novecento, tanto che il Siti di Troppi paradisi non esisterebbe senza il Pasolini di Petrolio. Eppure ancora oggi Corporale, il “romanzo centrale” di quel Volponi che più di altri contribuì a portare Pasolini verso Petrolio, risulta illeggibile ai più.
Così abbiamo chiesto a studiosi e studiose di letteratura contemporanea di fornirci bussole in grado di orientarci nella caotica vita sociale contemporanea, post-ideologica e multipolare. Bussole che possano sopperire all’assenza di stelle polari, oscurate dai fumi neri della produzione industriale.

 

(Valerio Cuccaroni)


 

Corporale Volponi

Una segnalazione d’allegoria

di Marcello Carlino

 

Segnalo Corporale di Paolo Volponi e, prima di un breve attraversamento dell’opera, ne elenco in punti le ragioni:

  1. È un romanzo difficile, di quelli che fanno pensare e liberano nel tempo nostro liberato l’intelligenza.
  2. È un romanzo che Calvino avrebbe potuto recuperare alla categoria del molteplice, che è condizione essenziale di conoscenza.
  3. È un romanzo, tra i più grandi del secondo Novecento, di uno scrittore grande, irrobustito da una forte idealità politica formatasi a diretto contatto con l’utopia di Olivetti.
  4. È un romanzo che si “sporca” nella storia ad esso contemporanea, ma conservando un impegno costruttivo sperimentale e una fedeltà alle leggi compositive di un’opera letteraria, che restano ragguardevoli e aggiungono significati a significati.
  5. È un romanzo che scava nel linguaggio, lo smuove e ne sollecita le forme e gli stili, anche sulla scorta di apporti linguistici di derivazione dalle altre arti.
  6. È un romanzo allegorico e le sue allegorie possono essere trasferite ai tempi nostri, così da renderci coscienti dei rischi che corriamo se, dopo lo tsunami che ci ha investito, non sappiamo pensare una svolta, se rinunciamo a progettare davvero altri rapporti internazionali, altre filosofie di produzione, altri presidi e altri governi comunitari, un’altra società mondiale.
  7. È un romanzo che nella rappresentazione della crisi delle utopie storicamente postulate profila a contrasto la necessità dell’utopia.

Corporale vede la luce nel 1974; si tratta del romanzo più ambizioso e complesso, forse il capolavoro di Paolo Volponi.

Intorno a Gerolamo Aspri, il protagonista che è un dirigente politico del partito storico della sinistra, gravita un ammasso pulviscolare di idee e di piani, che trovano riscontro nel dibattito ideologico del decennio dei Sessanta, periodo che termina con lo sgonfiarsi del boom economico e con il contemporaneo spengersi di una vivacità politica e culturale mai prima sperimentata.

Nella sua città Gerolamo è stato propugnatore di un progetto politico-sociale, dalla chiara matrice olivettiana, che confidava nel ruolo trainante di un’industria di ricerca a misura d’uomo; ma è finito sconfitto: all’interno del partito la sua mozione desolatamente minoritaria è stata battuta, mentre gli imprenditori locali  hanno manifestato tutta la loro arretratezza, profondendo ogni energia in attività di speculazione edilizia e in scelte finanziarie parassitarie (si apprezzano, dallo specchio di Corporale, la miopia e la miseria culturale di una borghesia imprenditoriale mai all’altezza dei suoi compiti, in periferia come in centro: limiti che tuttora appaiono palesi, penalizzanti).

Agli occhi di Gerolamo, quel tratto di microstoria pubblica, nel segno di una inerzia e di una povertà di ideali che solo sanno calcolare il presente e su di esso concentrano una ottusa, collusa, ordinarissima amministrazione, è un indice irrefutabile della crisi più generale della sinistra: non più capace di teoria politica e di progetto, ritardataria e deficitaria nella ridefinizione del suo ruolo nella tarda modernità, talvolta affaristica e spesso incapace di pensare il futuro, essa rappresenta per il protagonista un’altra capitale delusione. Vi si aggiunge poi il carico di una paura, che in Aspri ha punte parossistiche: il timore, con fissazioni monomaniacali, di un conflitto atomico (ancora un’allegoria che ci richiama la guerra fredda e l’esaurirsi di qualunque spinta propulsiva, o il declinare delle speranze di vero cambiamento, nella palta dei misteri di stato e nelle panie dell’equilibrio del terrore, costruito su di uno sviluppo incontrollato della politica degli armamenti, con uno storno e uno spreco dissennato di risorse). Come se non bastasse, Gerolamo (tanto che sia un effetto, tanto che sia una concausa dei suoi sbotti fobici) vive una crisi familiare e una crisi esistenziale arrivate fino alle soglie del disagio e della sofferenza mentali.

Per conseguenza il romanzo si dipana tra un piano di realtà (e di delineata ragione narrativa) e un piano di irrealtà visionaria (e di finzione letteraria caricata di mosse sperimentali, spinta fino ad uno straniamento brechtiano). Gli accadimenti (un’esplosione, una tromba d’aria che ha la forza devastante di un maremoto, le sedute di un consiglio comunale, una riunione di segreteria, la corsa dei cani in un cinodromo) rimangono in bilico: è ben probabile che alcuni di essi siano da attribuire alle fantasie deliranti del protagonista. Di altri episodi non è certo se siano le sequenze trascritte di un film, tra noir e thriller, con malavitosi in primo piano; e analogamente non è detto da dove provengano e quale sia la reale fisionomia di personaggi avventurosi che perseguono sedicenti obiettivi rivoluzionari, oppure hanno mire di restaurazione di regimi dittatoriali, e si procacciano allo scopo i necessari finanziamenti. Di sicuro, la narrazione alterna la prima e la terza persona e cambia scenari di continuo, proponendo angolazioni e punti di vista diversi; e di sicuro le forti sollecitazioni della struttura narrativa e la moltiplicazione delle sue diramazioni prospettiche segnano e accentuano la scissione del protagonista. Rotto, diviso, sdoppiato, incapace di distinguere tra realtà e fantasmi della psiche, Gerolamo Aspri non può che mutare la natura del suo progetto. Non più un obiettivo politico e di pubblico interesse, ma un obiettivo raccorciato sulle misure di sé e dei suoi incubi laceranti; non più un’apertura, ma una difesa dal futuro; non più una finalità di vita, ma un esorcismo della morte che vale come un’assuefazione alla morte. Gerolamo Aspri progetta la realizzazione di un bunker antiatomico dove solo, in un mondo morto, egli possa rinchiudersi per sfuggire alle radiazioni di una guerra nucleare.

È sintomatico che il bunker-bara sia localizzato ad Urbino, la terra natale. Per Gerolamo è come una regressione alla madre, un rientro nel suo grembo: è la scelta per una vita non ancora vita, per una vita morta prima di essere vita. È la conclusione preannunciata di una crisi senza possibilità di riscatto, di una caduta che non ha arresto. Di una frana che non è arginata neppure dal corpo, dalla sua coscienza sensoriale, dalla sua tattile dimensione: una dimensione, sottolineata già nel titolo del romanzo, su cui si concentrano i disperati tentativi di consistenza, gli spasimi vitali, gli ultimi sussulti dell’esistenza stessa di Gerolamo. E sul corpo e tra i corpi posano e passano gli scorci di luce notturna, il pronunciato chiaroscuro di un realismo potente e barocco, sostenuto dalla particolare sensibilità di Volponi, la cui scrittura narrativa sa di cinema (c’è molto di cinematografico nei tagli del romanzo) e sa di pittura italiana (in specie marchigiana e urbinate) tra Cinque e Seicento.

 


Marcello Carlino è stato docente di Letteratura italiana contemporanea presso la “Sapienza Università di Roma”; è esperto di Letteratura italiana del Novecento ed è stato uno dei primi a dedicarsi alla ricerca dei rapporti funzionali tra letteratura ed arte. Figura poliedrica e dalla formazione multidisciplinare, è stato incaricato del Corso di Linguaggi multimediali presso l’Accademia di Belle Arti di Frosinone, ambito che ha sempre curato con attenzione ed interesse studiando le forme dell’intermedialità dell’arte, tra sperimentalismo ed avanguardia, dalla poesia sonora alla poesia visiva, dalla “flash opera” alla video-arte. Grande conoscitore della poetica di Tommaso Landolfi, sull’opera del quale è intervenuto a più riprese fin dai primi anni Ottanta, Carlino ha contribuito in maniera decisiva alla piena rivalutazione dello scrittore di origine ciociara, considerato uno degli autori italiani di maggior rilievo del Novecento. Ha fatto parte del gruppo «Quaderni di critica» con il quale ha curato diversi numeri mongrafici, di taglio critico e teorico, su Gadda e sulla teoria letteraria nella Scuola di Francoforte e il volume Ipotesi di scrittura materialistica (1981). Oltre a numerosi saggi su varie riviste, ha pubblicato, inoltre: Come leggere “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati (1976); “La letteratura italiana del primo Novecento”, in collaborazione con Francesco Muzzioli (1976); “Alberto Savinio. La scrittura in stato di assedio” (1979). Ha anche curato (1984) l’edizione delle lettere di Carlo Emilio Gadda a Bonavetura Tecchi, dal titolo “A un amico fraterno”. È stato presidente del Conservatorio “Licinio Refice” di Frosinone. Autore di numerose pubblicazioni, fine critico letterario, ha già collaborato con il Conservatorio di Frosinone nell’ambito di diverse manifestazioni artistiche e culturali. È stato presidente della “Dante Alighieri” di Frosinone e per circa dieci anni responsabile dell’amministrazione della stessa società culturale. Alle spalle anche un’esperienza di tre anni come consigliere comunale a Frosinone.

 

*L’immagine di copertina è un disegno di Luigi Bartolini. Qui la fonte originale.