Uno spunto di riflessione: quando l’uomo in Asia smise di sedersi a terra e si issò sulla sedia, nel suo corpo e nel suo cuore avvenne una rivoluzione. A terra, seduto un tempo, l’uomo sentiva il corpo; sulla sedia, ora, forse è più vicino al cielo. Un cambiamento di prospettiva… e un’allegoria di ConversAsians.
Così comincia a comporsi il ricordo di ConversAsians 2012, tre giorni di spettacoli, di discussioni, e di laboratori intorno al Singapore Arts Festival 2012, uno dei più grandi festival di arti performative di tutta l’Asia. Nelle sfumature e nei grigi che popolano i ricordi, spicca la memoria netta della fantasmagoria dei colori e dei suoni degli spettacoli di ConversAsians. Tornano in tutta la loro evidenza le storie, le immagini, i ritmi che suggeriscono come la rappresentazione dell’essere umano abbia la possibilità di situarsi al di sopra di qualsiasi diversità e attaccamento culturale. Riemerge forte il motivo conduttore: la creatività, intesa come negoziazione tra le culture. Che la tradizione non sia fissità, ma una creatura in fieri, aperta al rinnovamento.
Il filo dei ricordi si riavvolge su Vertical Road dell’Akram Khan Company, una coreografia sul tema delle ascensioni e sul mito degli angeli nelle diverse religioni, e su Lear Draeming di Ong Keng Sen, una messa in scena del King Lear basata sul dialogo tra le diverse tradizioni musicali orientali (Cina, Corea, Giappone, Indonesia, Bali). Tra i membri della produzione, dove non giungeva la comprensione della lingua, il punto di contatto era l’affetto, raccontava Keng Sen. Risuonano le parole dell’ intervista a Rahayu Supanggah, musicista gamelan presente al Festival dei due mondi di Spoleto 2013 e alla Biennale Arte 2013 di Venezia, e di quella a Tim Yip, vincitore dell’Oscar come migliore scenografia per La tigre e il dragone: in comune l’attenzione per il modo in cui la cultura è legata alla fisicità del corpo. Vedere non solo con gli occhi, ma con tutto il corpo, affermava deciso Tim Yip. E ancora più belle delle fotografie dei costumi esotici e dei set creati da Tim Yip, universalmente riconosciuto come l’iniziatore del New Orientalism, la grazia del ricordo di Rahayu quando dormiva sul retro dei teatri aspettando il padre musicista. Quando Rahayu era bambino, la musica, la danza e il teatro erano parte integrante della vita quotidiana di ogni indonesiano, e non era inusuale che un pescatore o un carpentiere fosse anche un burattinaio o un musicista; allora la tradizione era sempre contemporanea. Il contatto con l’Occidente non ha solo trasformato il gamelan in un’arte individuale, e commerciale, ma ha anche contribuito a una sua vasta diffusione e rifunzionalizzazione. Dal pozzo dei ricordi escono i movimenti veloci delle coreografie del giapponese Hiroaki Umeda, e da acqua torbida riemergono le ombre e i toni cupi delle danze e del battere veloce, delle mani sulle pance e sui tamburi, dei capelli e dei piedi sulla terra, dei ballerini della compagnia indonesiana Nam Jonmbang. Tarian Malam (“Danze notturne”) evocava il terremoto di Sumatra del 2009, e, al contempo, quello della creatività degli artisti venuti in contatto con i paesi industrializzati.
Così, chiudendo in un ricordo la memoria di ConversAsians 2012, torna il motivo della sedia: come per le tradizioni artistiche, quando in Asia fu adottata la sedia, qualcosa cambiò, qualcosa si perse e qualcosa si rinnovò.

Singapore, Esplanade – Theatres on the Bay

Immagine: logo di ConversAsians 2012

Dal 31 maggio al 2 giugno 2012
http://www.conversasians.com.sg/2012/index.html