Nel romanzo Pècmén, Fabrizio Venerandi racconta la nascita dell’era digitale che ha contraddistinto la sua generazione

 

Corre l’anno 1984. Nel circolo ACLI di Sant’Olcese, in provincia di Genova, arriva il primo Pac-Man. Nel 1984 smartphone e laptop ancora non esistono, e quindi il videogioco giapponese giunge, sotto forma di cabinato, a bordo di un Ape car. La solenne sfilata – un funerale al rovescio di un’entità inanimata pronta a prendere vita – avviene sotto gli sguardi incuriositi dei ragazzi, intenti a giocare a pallamuro col loro Super Tele. Tra questi c’è Fabrizio, protagonista e autore di questa storia, che Pac-Man lo conosceva già. Fabrizio è un ragazzino comune, preso dal giocare coi vermi nell’erba e incantato dai telequiz di Mike Bongiorno prima in RAI e poi su Canale 5, che però ha il potere di sbirciare nel futuro. Si ritrova a leggerlo tra le pagine delle riviste di informatica: su MCmicrocomputer, BIT, Nibble, SuperApple, Applicando, CHIP, Personal Computer, Home Computer, Videogiochi e Paper Soft, Fabrizio incontra la lingua del futuro. Fabrizio questa lingua la legge, la fa sua, e si ritrova a scriverla su un taccuino in scuolabus, poi sui suoi primi computer, e poi ancora a stamparla su un miniplotter. Così i caratteri alfanumerici si trasformano in stringhe di codice, che a loro volta si trasformano in segmenti, onde concentriche il cui movimento tende all’infinito.
Pècmén è innanzitutto un’autobiografia generazionale. Raccontandosi, Venerandi (classe 1970) racconta anche tutta la sua generazione, forse la prima a poter essere definita come nativa digitale; quantomeno, quella di Venerandi è stata senz’altro la prima generazione ad avvertire sulla propria pelle il cambio di paradigma che ha portato i ragazzi dalle figurine Panini ai videogiochi crackati, dal periferico all’interconnesso.

E in questo momento di passaggio, così delicato eppure così indelebile, il Fabrizio adolescente vive un ulteriore momento di passaggio: quello dell’età puberale. Per la generazione di Fabrizio, questo passaggio biologicamente obbligatorio è avvenuto in corrispondenza di quello – quasi antropologicamente obbligatorio – della digitalizzazione. In questa transizione il momento in cui il bambino non è più bambino, corrisponde a quello in cui l’umano non è quasi più umano:

«Io guardavo molti film di fantascienza, c’erano diverse storie in cui gli alieni scendevano sulla terra e nascostamente sostituivano gli umani con esseri apparentemente identici agli umani, ma in realtà con l’anima extraterrestre, con l’obiettivo di sostituire tutta l’umanità con una razza non-terrestre. Io li guardavo e ci credevo perché era quello che ci stava succedendo. Un’intera generazione di bambini sanguinari era progressivamente sostituita da esseri mutanti, che si trovavano di notte un pezzo di corpo che rispondeva a sconosciute onde radio provenienti dalla galassia, si induriva, picchiava contro le gambe, prendeva sangue al resto del corpo e poi – alla fine – restituiva un brivido del corpo mai provato prima, l’orgasmo.»

Il romanzo di Venerandi cattura una transizione anche lessicale, in cui la lingua con cui l’uomo per millenni ha parlato di sé si fa carico di motivi legati all’immaginario fantascientifico, universo che sarà destinato a pervadere in toto la piccola realtà di provincia. A metà anni Ottanta, a Sant’Olcese, una legione di avatar, alieni e astronavi pixellate sembra pronta a fagocitare qualsiasi oggetto che rechi traccia del non-futuribile: la pallamuro, il jukebox, il Super Tele.

Nonostante i numerosi riferimenti a usi e costumi spazzati via dall’informatizzazione, Pècmén è tutto fuorché un necrologio dell’analogico. Nel romanzo l’attenzione dell’autore pare ruotare soprattutto attorno a tempi e modi con cui, grazie all’informatizzazione, la provincia si mette quasi alla pari col resto del mondo; non tanto perché il mondo è già interconnesso – l’exploit del World Wide Web richiederà ancora qualche anno – ma perché i macchinari che popolano le scrivanie degli uffici arrivano dritti dall’America e dal Giappone. Il processo di informatizzazione, oltre a costituire una narrazione trans-temporale, è anche una narrazione trans-spaziale, di cablaggi e pezzi di acciaio e di plastica che nascono in America e Giappone per poi finire a morire nel circolo ACLI di Sant’Olcese. Attraverso il Commodore 16, il VIC-20 e l’ATON ][, in provincia arrivano a braccetto il mondo esterno e il mondo del futuro, intrappolati nei loro circuiti:

«Pac-Man era l’America e il Giappone uniti che arrivavano a Sant’Olcese portandosi dietro un mondo di campus, di programmazione, di cartucce di espansioni ROM dal nome esotico cartridge, di odore di silicio leggermente tostato, di codici esadecimali, di suoni e rumori sintetizzati che avrebbero cambiato per sempre la mia vita.»

Pècmén è la storia di un microcosmo, e allo stesso tempo una storia universale. Attraverso i pezzi del proprio computer, Fabrizio può osservare, restando a casa, un mondo che per lui si fermava – perlomeno fisicamente – molto prima. Agli anni dell’arrivo di Pac-Man a Sant’Olcese corrisponde l’inizio dello studio dei fenomeni di glocalizzazione, al centro del dibattito sociologico contemporaneo: il rapporto tra centro e periferia, una volta più lineare, viene investito dalle dinamiche di interconnessione alla base del turbocapitalismo e dell’iperinformatizzazione.

Il giovane Fabrizio intuisce da subito il potenziale di questa intricata rete tesa al futuro; decide dunque di immergersi, in un considerevole slancio di consapevolezza adolescenziale, in questo mondo così apparentemente astratto e lontano. D’altro canto, come può un adolescente della provincia evitare di rimanere intrappolato in questa rete? La risposta di Venerandi è semplice e schietta: non se ne esce affatto. In questa rete che restano impigliati eventi personali e fatti storici, ricordi nitidi e vaghe memorie che si imprimono, gli uni sopra agli altri, fino a distorcere lo stesso passato di Fabrizio:

«Così, nella mia memoria, come layer di un programma di grafica, i livelli storici si sono sovrapposti e c’è questa realtà alternativa nella quale quando è stato ammazzato Aldo Moro io avevo tredici anni e stavo giocando a un livello abbastanza avanzato di Centipede.»

Il Pècmén di Venerandi è intriso di riflessioni sul tema dell’identità trans-temporale, il cui lessico è, ancora una volta, quello dell’iperinformatizzazione. L’identità di Fabrizio è costituita da singole controparti temporali in costante interconnessione, come i layer in un programma di grafica. Il Fabrizio che gioca a pallamuro è anche il Fabrizio che scrive in BASIC sullo scuolabus, così come quello che si iscrive al liceo classico, che sogna di diventare un supereroe, che prende l’ostia alla sua prima comunione, tutti legati da un filo invisibile capace di trapassare il tempo. Forgiate in gran parte dall’incontro col mondo digitale, queste controparti appese al filo invisibile dell’identità, si mostrano sempre diverse, eppure sempre uguali a se stesse: «Eravamo una legione, diciassette anni di generazione di Fabrizi che si sovrapponevano, come un ricalco, come quei tatuaggi che si attaccavano alla pelle mettendoli sotto l’acqua. Eravamo tutti uno sopra l’altro e quando parlavamo facevamo fatica a distinguere quello che diceva il Fabrizio liceale da quello che balbettava il Fabrizio della terza elementare: la voce era così simile, così impastata. Eravamo così affezionati a quello che avevamo fatto e avevamo pensato. Eravamo solo noi in quel momento, il nostro corpo mutava mostrando la natura aliena, mostrando il conflitto, l’inganno sociale. Ma eravamo tutti soli, una legione nel mezzo dei leoni, hic erant.»

Che siano rimaste vive un solo istante o che siano persistite per anni, le controparti temporali dei Fabrizio adolescenti hanno tutte contribuito alla realizzazione del Fabrizio Venerandi, autore, poeta elettronico e programmatore che oggi ci presenta Pècmén, autobiografia di una generazione.