Ungovernment ⥀ Lo sciopero del 3 ottobre in un racconto di Fabio Masetti

Fabio Masetti risponde all’appello di Argo a condividere il proprio racconto dello sciopero generale organizzato il 3 ottobre dopo il fermo della Global Sumud Flotilla (qui)

 

Sono gli ultimi giorni di settembre, mangio fagioli e verdura. Sparecchio la tavola. Il telegiornale rovescia nella stanza numeri e nomi di morte. Il bilancio sale, mi verso il vino. Siamo in famiglia, ma mi sento solo. Guardo i miei figli e una bomba esplode sullo schermo.Dalla nuvola di fumo esce un ragazzino, con la faccia insanguinata, proprio alle spalle di mia figlia, che non è a tavola, ma stavo immaginando davanti a me. Ha in braccio un altro ragazzino, più piccolo, il bambino, forse il fratello, con la testa che penzola, le gambe che penzolano, le braccia che penzolano dalle sue, tutto cola come le lacrime, come il sangue, come il muco. Le urla escono dagli angoli della bocca ricurvi verso il basso e la faccia è grigia come le macerie, come la nuvola dalla quale è uscito il bambino. La faccia sembra quella di una statua, di creta, una maschera.Mi verso altro vino, non so cosa fare. Scendo in piazza, scrivo su Facebook, ne parlo con altri in famiglia, cerco di convincerli che non si può continuare con un massacro, che non esistono ragioni storiche, razionali, religiose, geopolitiche, economiche che possano giustificare un genocidio. Non devono esistere. Cerco di convincerli come se loro non ne fossero convinti, cerco di comprendere quello che succede perché loro lo comprendano, ragionando ad alta voce, puerilmente, a volte con arroganza, commettendo errori, a volte marchiani. Cerco di convincermi, ma non so davvero cosa fare.Il militante, lo scrittore, il sindacalista. Non riesco a praticare la nonviolenza, non riesco nemmeno più a immaginarla. Tutto sembra inutile. Non riesco a praticare la violenza, non ne sono capace. Resto fermo e muto, come se il boato avesse paralizzato anche me che sono comodo, al tavolo da pranzo.Poi arriva la flottiglia, come in un libro per ragazzi. Un gruppo di persone che si è stufato di aspettare e contro ogni ragione prende il mare. Sembrano un fumetto, con il loro abbigliamento colorato, con dei sorrisi tesi come nei manga. Dei Peter Pan, dei Jack Sparrow.E qualcosa dal fondo delle sentine risale, sbuca dal pagliolo, si arrampica sulle paratie, esce in coperta, s’inerpica sul sartiame fino in testa d’albero e come da un’antenna spicca il volo, buca le nuvole, atterra in altre antenne, si infila in fibre ottiche, esplode in punti di luce e colore, mi buca la cornea e disegna nella mia mente qualcosa che mette in pace il mio cuore.Non so cosa sia stato, non so come, ma il 22 settembre ho partecipato, sono sceso in piazza, come tante altre volte, ma non ero il solito io: questa volta ero un altro, ero diverso. La flottiglia ha composto una serie di gesti che hanno squarciato veli che nascondevano parti di me. Hanno mollato cime, immaginato rotte, filato sagole, guardato l’orizzonte e poi prue, poi di nuovo l’orizzonte, poi cercato il vento, drizzato vele, hanno preso il mare. Ed era da tanto tempo che l’attivismo non prendeva il mare, come un’utopia.Non so come la pensiate voi, ma io a quelli della flottiglia voglio dire grazie. Non so cosa pensiate di fronte alle immagini dello strazio di Gaza, ma io a quelli della flottiglia voglio dire grazie. Grazie perché dopo aver assistito per oltre due anni a scene di guerra in Palestina come in Ucraina, ma che dico, ancora prima, nei decenni passati, in Siria, Yemen, Congo e su su, a ritroso nel tempo, in Afghanistan, Iraq, Mali, Ruanda, Jugoslavia, dopo aver assistito ad attentati terroristici, rapimenti, sequestri, decapitazioni, esecuzioni (Vittorio Arrigoni, ce lo ricordiamo Vittorio Arrigoni?), avevo perso la speranza e la fiducia nella nonviolenza, nell’idea di poter fare qualcosa, qualsiasi cosa. E quelli della flottiglia cosa fanno? Fanno una cosa inaudita, una cosa da pazzi, una cosa che appare ai più impossibile, velleitaria, utopica: ci hanno messo il corpo, si sono stufati di assistere inermi e di ripetere “cosa posso fare?” di fronte alle TV, sui social network. Hanno mollato tutto e si sono messi in mare, e Dio solo sa quanto io ami il mare e navigare. Hanno intrapreso una contromigrazione per raggiungere una delle spiagge più insanguinate della storia.Lo hanno fatto con imbarcazioni piccole, private, gusci di noci che, messi accanto al ferro e all’acciaio delle fregate da guerra, sembrano assurde, quasi ridicole, uno straniamento. Hanno disegnato una rotta andando alla deriva, come novelli Magellano hanno scoperto un nuovo continente a poche miglia dalle nostre coste. Gaza non è più solo Gaza. Gaza non è più solo un luogo. Gaza è una nuova materia con cui forgiare una nuova umanità. All’improvviso i giganti del potere, resi ancor più magnifici dalle lenti deformanti della televisione, sono apparsi dei nani, dei microbi balbettanti, carichi di un’indicibile vergogna.La flottiglia, piccola, come un’Armata Brancaleone, ha affrontato il Mediterraneo con perizia, ha subito intimidazioni e attacchi ed è arrivata a destinazione. L’hanno vista arrivare senza poter dire nulla che valesse qualcosa per arrestarla. Quelli della flottiglia sono arrivati e cosa hanno fatto? Hanno alzato le mani e parlato con voce ferma. Hanno detto BASTA! Hanno detto basta e si sono voltati. Dietro di loro centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza, hanno scioperato di giorno, sfilato e presidiato la notte.Io quelli della flottiglia li voglio ringraziare e non troverò mai le parole sufficienti per aver restituito un minimo di speranza, per aver riacceso un po’ quella voglia di partecipare, di fare qualcosa che, ogni anno che passa, si spegne sempre di più, di fronte all’apparente invincibilità del potere assassino degli Stati, della politica, del colonialismo (perché di questo si tratta). E contro il colonialismo le pratiche non violente sono nate.Li voglio ringraziare perché hanno anche rimesso in navigazione la pratica non violenta. Non solo si può fare qualcosa, lo si può fare pacificamente, perché chi vuole la fine della guerra e della violenza lo può chiedere solo abbandonando ogni violenza e con la speranza, alzando le mani e non le spalle. Lo hanno fatto prendendo il mare, come da sempre nel Mediterraneo si fanno le cose. Tracciando rotte. Una flottiglia per la pace.Li voglio ringraziare perché finalmente ho un esempio chiaro da indicare ai miei figli per un futuro nonviolento. Posso insegnare loro concretamente che qualcosa si può fare oltre a stare a guardare con pietà la gente che muore, bambini straziati, uccisi dalla fame, dallo spavento, dalle deflagrazioni. Cosa si può fare? Rifiuto e rinuncia. Rifiuto e rinuncia per avere qualcosa di più di una giornata di salario. Rifiuto e rinuncia per avere in cambio un futuro di pace.È il 2 ottobre e scendo di nuovo in piazza come tante volte, ma mi sembra diverso. La gente che incontro è la stessa di sempre, ma mi sembra diversa. È il 3 ottobre e saremo in tanti, di nuovo come un tempo, sempre di più. Sciopero, ancora sciopero generale. E guardo a che punto è la flottiglia. Si avvicina a Gaza, ancora, anche se l’hanno fermata. Ma è ripartita dalla Turchia, ritorna come una marea. Cos’è oggi Gaza? Non è più un luogo, non è più uno spazio. È un nuovo oggetto, una nuova parola. Gaza è oltre la storia. È un porto sepolto Gaza che riemerge.Mi torna la voglia di scrivere un appello, come quando ero studente, con la stessa ingenuità, da vecchio.Scioperiamo domani. Uniamoci tutti, scioperiamo, alziamo le mani e non le spalle.Non è uno sciopero come gli altri, è molto più importante, va oltre le rivendicazioni salariali, i diritti negati a noi, alle categorie. È uno sciopero umanitario, per la sopravvivenza della speranza, per trattenere con le unghie e con i denti un barlume di civiltà prima che ci trasciniamo tutti in un baratro di barbarie e di violenza. Non è solo uno sciopero per la Palestina, è uno sciopero contro la guerra, contro l’affacciarsi del genocidio sulle nostre vite, contro l’onda d’urto che rischia di travolgerci una volta per tutte. Non è uno sciopero contro il governo italiano o quello israeliano: è uno sciopero contro il Governo della Guerra, che ha già riacceso i motori e la sua economia.Le pratiche non violente hanno una lunga storia. Le lasciano cadere nell’oblio per fiaccare la speranza, la capacità di mobilitazione, ma sono uno strumento potentissimo. Oltre alla colomba da oggi abbiamo il gabbiano della pace. Rilanciamo, rafforziamo il movimento per la pace. Scendiamo in piazza contro ogni violenza: degli Stati, delle mafie, del patriarcato, delle morti sul lavoro. La battaglia che abbiamo di fronte è contro la violenza della storia. Basta sangue. Il 12 ottobre si è tenuta la marcia Perugia-Assisi: è stata oceanica, gigantesca.

Dedicato a Federica e a tutte le Flottille nel mondo.

 

 

 


Fabio Masetti è nato a Genova e ha 54 anni. Lavora alla Sapienza di Roma e si occupa di sostenibilità ambientale.
Come ghostwriter, ha scritto un romanzo di genere, pubblicato da un editore medio/piccolo. Ha vinto un poetry slam nel 2013, un testo teatrale dedicato a Pier Paolo Pasolini è finalista in un concorso al teatro Lo Spazio di Roma. Alcuni testi si trovano in un progetto di Gabriele Ferraresi: 7, libro con la copertina in vetro, omaggio a Dante Bighi. Pochi racconti all’attivo, uno finito in una raccolta di Wu Ming e un’altro in una di CrunchED nel 2022. Ha scritto un libro per smettere di guidare, autopubblicato, che ha venduto zero copie crede. Sta finendo una raccolta di racconti, un’estratto è finito su krill magazine.

 

Global Sumud Flotilla
Immagine di Micol Mancini.