Una giovane siracusana che fugge dal destino di riscatto sociale che la sua famiglia aveva progettato per lei è l’io narrante di una storia di dolore, del tentativo infinito e dell’unilaterale illusione di ricomporre un ideale di salvezza ed una realtà di miseria, narrata in tutta la sua durezza, ed in tutta la sua passione, nell’unione tra due mondi opposti di cui la protagonista ed il suo amante alcolizzato ed accattone Slawek si rendono unico, violento contatto.
Lo sperimentalismo linguistico di Veronica Tomassini si snoda in una netta contrapposizione di stili: il forbito, complesso linguaggio che faticosamente articola il tumultuoso pensiero di lei, che procede per nuclei intensi, come brandelli di un tessuto che non sa avvolgere la fragilità della protagonista, e per contro la povertà di lessico e di risorse, l’incisiva brevità sconnessa della voce di lui. Paralleli e non comunicanti, se non nella persona e dunque nella voce della stessa narratrice, la rassicurante, prevedibile stabilità dei luoghi italiani e “borghesi”, di quel “Natale” a cui si può sempre ritornare e l’altro mondo, sintetizzato, ma non esaurito dall’altro termine ricorrente del romanzo, in tutte le sue variazioni, la Polonia, il polacco, i polacchi, appunto, come Slawek, “l’altro”: la nudità del semaforo sotto cui lui chiede “poco spicci” e dei campi-satellite a cui il semaforo si intreccia, nella tragica e disperata verità umana dei personaggi che li attraversano. La miriade di personaggi che fanno da sfondo rientrano in uno solo dei due mondi, sono frammenti anch’essi, vi sono i personaggi autorevoli del mondo-bene (l’amica Psicologa, il Professore) e la tanta umanità disperata di “Polonia”, di tutto ciò che il mondo-bene non è. Il frutto di questa ossimorica penetrazione tra i due mondi nell’amore assurdo tra i protagonisti è un bambino dal doppio nome polacco ed italiano, inizialmente cresciuto dai nonni materni nell’ondivago e respingente cercarsi dei genitori, finché tra strappi e strattoni narrativi l’inquietudine, il nodo problematico sembra destinato a un apparente scioglimento, ed anche lo stile si ammorbidisce, la pagina è fluente, lo scritto è un mare calmo: la ragazza spera di integrare un recuperato Slawek in una nuova famiglia borghese, che con religiosa pietà lenisce lo stigma di incomprensione e condanna che viene opposto all’“altro mondo”, ma il movimento di Slawek verso il matrimonio dopo poco si ribalta in un contromovimento verso un nuovo nomadismo di geografie e di donne che lui si porta dentro, ed alla moglie non resta nient’altro che l’antica immagine di sé di venduta all’altro mondo, “puttana di Albania” ed il sangue di cane che scorre nelle vene di suo figlio.
Francesca Bertolani

