Verso Antonella Anedda ⥀ Quarta tappa: la morte, l’identità e la memoria
Pubblichiamo la quarta tappa dell’itinerario condotto da Danila Saracini alla scoperta della poesia di Antonella Anedda per il pubblico del festival di poesia La Punta della Lingua 2025. La registrazione dell’incontro con Anedda e del suo reading, avvenuti il 30 giugno 2025 ad Ancona, sarà presto disponibile sul nostro canale YouTube (qui). Tutti i contributi sono raccolti qui
Come già emerso in precedenza, nella produzione di Anedda è centrale la riflessione sul rapporto vivi-morti e su un possibile dialogo tra loro, tanto che la poetessa in Cosa sono gli anni ipotizzava che «noi non esistiamo che per imparare l’alfabeto dei morti e per raggiungerli non appena saremo in grado di parlare la loro lingua»1. Dunque l’intera esistenza umana è segnata sia da un desiderio di comunicare con i defunti, di imparare la loro lingua per riportarli in vita, come aveva tentato vanamente di fare con Narciso la ninfa Eco nella lirica a lei dedicata2, sia dalla necessità inesausta di scoprire in qualche modo il significato del nostro essere mortali. Tale tematica subisce comunque ulteriori sviluppi in uno dei testi con cui si conclude la raccolta Salva con nome, Video, dove le idee precedentemente espresse sembrerebbero in parte ribaltate perché vi viene introdotta l’ipotesi che i morti non vogliano ritornare e che al contrario siano i vivi ad attribuire loro questo desiderio.
Video
(Bill Viola, Ocean Without a Shore, Venezia, Biennale 2007)
Chi se ne è andato non desidera tornare.
Pensiamo che si strugga per il mondo
prestandogli la nostra nostalgia.
L’oleandro che trema, l’abete
che si sfrangia più latteo della luna
e tutta la bellezza incomprensibile
che ci ostiniamo a raccontare.Se i morti vedono ci guardano scrutare l’illusione di un muro
bussare per entrare o chiamare
come i pazzi che cullano pietre
bisbigliando loro: amore3.
Il testo si apre con un’affermazione tassativa che riporta le conclusioni delle riflessioni fatte dall’io poetico sull’argomento che è oggetto della lirica: i morti non hanno il desiderio di tornare in terra; al contrario siamo noi che, avendo nostalgia dei nostri cari estinti, attribuiamo loro questo sentimento e ci costruiamo un oltretomba inesistente convinti che anelino a restare ancora con noi. Invece l’aldilà che ostinatamente immaginiamo esiste solo nei nostri racconti. I morti, qualora abbiano la possibilità di vederci, ci guardano illuderci dell’esistenza di un muro che ci separa da loro e di un luogo dotato di una porta d’accesso alla quale bussare; ci osservano quasi con stupore mentre, bisbigliandogli il nostro amore, li chiamiamo come fanno i matti che cullano le pietre attribuendogli un’anima.
Il titolo e la sottostante citazione fanno riferimento a un’opera che fu presentata alla Biennale di Venezia nel 2007 e collocata nella chiesa di San Gallo, Ocean Without a Shore (oceano senza sponde), creata dall’artista statunitense Bill Viola, uno fra i più apprezzati esponenti della videoarte. Essa era costituita da un’installazione video e sonora formata da tre schermi su cui si vedevano apparire su sfondo nero alcune figure umane che, passando progressivamente dall’oscurità alla luce, avanzavano lentamente verso gli spettatori. Bagnate da una cascata d’acqua scrosciante, sembravano fantasmi reincarnati nel mondo fisico che poi ritornavano nuovamente nel vuoto da cui erano venuti. Il video era anche accompagnato da un intertesto scritto dal senegalese Birago Diop in cui tra l’altro si diceva: «Ascolta le cose / più che gli esseri / senti la voce del fuoco, / la voce dell’acqua. / Ascolta nel vento il cespuglio in singhiozzi: / è il respiro degli avi. // I morti non sono mai partiti / sono nell’ombra che rischiara / e nell’ombra che s’addensa. / I morti non sono nella terra: / sono nell’albero che freme, / sono nel bosco che geme, / sono nell’acqua che scorre, / sono nell’acqua che dorme, […] / i morti non sono morti. […] // I morti non sono mai partiti / sono nel seno della donna, / sono nel bambino che piange / e nel tizzone che si infiamma. / I morti non sono nella terra: / sono nel fuoco che si spegne, / sono nelle erbe che piangono, / sono nella roccia che geme, / sono nella foresta, sono nella dimora, / i morti non sono morti. […]»4.
In Video Anedda stabilisce dunque un dialogo con questa rappresentazione visionaria di fantasmi che ha stimolato la sua sensibilità e che, forse, l’ha spinta a riflettere ulteriormente sulla distanza esistente tra vivi e morti, sull’impossibile ritorno di chi ci ha lasciato e sull’insensatezza delle nostre pretese di vivi che pure continuano a ossessionarci. A riguardo è interessante ricordare un passo della Vita dei dettagli dedicato proprio a Bill Viola, dove Anedda scriveva: «Avevo sette anni quando ho visto morire una persona che amavo. Da allora per semplice destino, mi è capitato di trovarmi vicino a chi moriva. Ogni volta l’assenza, la trasformazione del corpo in un cadavere, il vuoto, gli oggetti abbandonati, il silenzio, tutto ciò che noi vivi chiamiamo morte, non ha mai smesso quietamente, inutilmente, di ossessionarmi»5.
Questa ossessione è, in effetti, centrale in tutta la produzione della poetessa ma in particolare nella raccolta che stiamo prendendo in esame, dove lo sguardo poetico è concentrato soprattutto sui concetti di perdita, identità e memoria. Nella poesia Orto, per esempio, attraverso una incalzante richiesta di aiuto a un platano, l’io lirico esprime il proprio assillante desiderio di riportare in vita chi non c’è più, di rivederne i lineamenti del volto e di conoscere il luogo in cui l’estinto ha alla fine trovato dimora. E, nonostante le parole sussurrategli da una voce interiore continuino a invitarlo a deporre la sua presuntuosa ricerca, si ostina a chiedere alla pianta di concedere alla notte di fargli da «legno», di traghettarlo cioè fino alle porte dell’invisibile.
Dammi coraggio platano, posami due foglie sugli occhi
Fai che scavando con le tue radici trovi l’umido che mi culla.
Guardandoti m’illudo che abbia un senso questo cercare
morti in vita, questo che faccio chiedendo
perfino a te; dov’è il viso che il mondo ha scacciato?
come mai questa pioggia non ha i suoi tratti e l’acqua
scroscia dentro la voce che ripete: «L’hanno portato via e tu
smetti l’arroganza del capire».
Dammi silenzio. Rendi le foglie pietre.
Prega la notte che mi faccia legno6.
In questa accorata preghiera chiede al platano di dargli il coraggio e la forza d’animo per affrontare il dolore provocato dall’impossibilità di rivedere il volto dell’amato estinto e dalla fallimentare ricerca del luogo dove ora risiede. Questo cercare «morti in vita» è però in realtà privo di senso, è un desiderio illusorio, come la poetessa sente ripetere dalla sua voce interiore che le spiega che in sostanza quello che lei considera coraggio, una forma quasi di nobiltà d’animo, è in verità semplice arroganza: è infatti presuntuoso credere di poter capire quello che non è comprensibile.
Il tema del rapporto vivi-morti è spesso affiancato da una riflessione sull’identità umana, una tematica che in Salva con nome viene introdotta sin dalla prosa iniziale.
Cos’è un nome? Nulla. Un suono che chiama un corpo, un campanello che ti aggioga. Ricevere un nome è la prima prova che siamo in balia degli altri. Non avere nome significa fuggire: pochi hanno il coraggio di andarsene dal nome che hanno fino al nome che sono.
Il nome è una tragedia senza sangue che si consuma quotidianamente. Ci chiamano, noi rispondiamo, dobbiamo rispondere, dobbiamo voltarci a rischio della follia. Chi e dove sono, cosa succede se decido di disfarmi del nome, di farmi chiamare in un altro modo? E quante persone dovrei ammaestrare?
Se il destino è nel nome, il mio sta impallidendo fino a spegnersi e forse si disfa: una sconosciuta in un posto sconosciuto. Il nome scivolerà via con il corpo, ci saranno dei segni su una pietra per un tempo che giustamente fa sorridere i fisici, poi l’unica corrispondenza sarà l’aria.
In questo libro i nomi possono essere dati arbitrariamente da chi legge, possono essere associati a vecchie foto di visi che colleziono negli anni e di cui non so il nome. Hölderlin aveva capito che nella firma Scardanelli c’erano scaglie di pace. Scardanelli scardinava il passato.
Ho lasciato i nomi dei luoghi, mi piace osservare come gli esseri umani cadano inghiottiti dai paesaggi7.
Il nome è, dunque, un’entità astratta, un suono con cui siamo soliti chiamare un corpo che da esso è poi soggiogato tanto da essere ridotto in balia degli altri. Il soggetto che lo porta diventa non persona ma personaggio, schiavo di una maschera di cui pochi hanno la capacità di liberarsi per pervenire alla propria vera identità. Per questo il nome è definito la tragedia quotidiana di ciascuno, in quanto è ciò a cui ogni giorno siamo tutti costretti a rispondere. Il tragico nasce dal fatto che di esso non ci si può disfare sebbene la sua natura non sia eterna e sia destinato a perire come perirà il corpo. Della sua esistenza rimarrà segno solo su una lapide il cui tempo di resistenza è un soffio rispetto all’eternità. Esso pertanto è un «Nulla»; la sua evanescenza stigmatizza l’inconsistenza del soggetto che da lui è identificato, ne sottolinea la transitorietà, il suo non esistere ed essere, appunto, un nulla. Alla luce di questo i nomi presenti nel libro possono essere dati arbitrariamente da chi legge e venire associati a vecchie foto o a volti di cui non si conosce l’identità. Si introduce in questo modo un elemento caratterizzante della raccolta: la presenza anche visiva di ritagli di memoria, di particolari di vecchie foto ritagliati, raccolti quasi in una collezione e poi ricuciti fra loro in un estremo tentativo di ridargli una nuova vita e un altro nome. Alla fine della prosa viene inserita, con l’esempio di Hölderlin, una riflessione sulla pace derivante dal liberarsi dalla gabbia del nome.
Questo tema è sviluppato nella prosa successiva, intitolata emblematicamente Senza nome. Sartiglia e posta a introduzione della sezione Aria. In essa si descrive la Sartiglia, una festa sarda di carnevale, il periodo dell’anno in cui tutte le normali regole sociali sono programmaticamente ribaltate. Nella Sartiglia spagnola il re della festa è figura neutra, senza età, sesso e nome, che ha il compito di guidare i cavalieri del suo gruppo a infilzare una stella con una lancia. Anche lo scopo della gara è simbolico perché indica che il senza nome porta alla conquista delle stelle.
A Oristano, sulla costa occidentale della Sardegna oltre la quale c’è solo la Spagna, il martedì di Carnevale si tiene uno dei riti più antichi dell’isola: Sa Sartiglia. Un uomo chiamato “su Componidori” viene vestito da tre donne che gli applicano sul viso una maschera di legno senza nessuna caratteristica: liscia, bianca e androgina. È una maschera che annulla l’identità del singolo e non ha espressione. Almeno fino a pochissimo tempo fa, lo stesso nome della persona che avrebbe rivestito il ruolo del Componidori era segreto. Il Componidori dunque non ha sesso, non ha età, non ha nome. Il suo compito è guidare i cavalieri del suo gruppo, del suo gremio, tutti ugualmente mascherati in una corsa che ha come fine quello di infilzare con la lancia una stella, in spagnolo sartiglia, sospesa a un filo sottile. La vestizione si svolge nel più assoluto silenzio. Una volta finita, il corpo del Componidori non può più toccare terra. Sale a cavallo direttamente da un tavolo che è quasi un altare chiamato “sa mesida”. Da quel momento non dovrà più mettere piede a terra. Per non cadere, per combattere la paura e l’impotenza, farà affidamento solo sulla forza delle gambe. Vivrà come in sogno diventando tutti gli uomini e le donne che è stato e i cui nomi si confondono fino a essere perduti8.
Il carnevalesco sovvertimento delle norme sociali della Sartiglia apre alla possibilità di liberarsi della maschera impostaci dal nome e il «Componidori», privato completamente della propria identità grazie a una maschera di legno androgina e inespressiva, diventa il re della festa, un senza nome in cui si possono identificare tutti e, proprio per questo, capace di condurre chi lo segue alla vittoria. Egli, una volta indossata la maschera, senza più toccare la terra, sale in groppa al suo cavallo e vive nell’aria, libero finalmente dal nome che lo rendeva schiavo.
Visto che il nome non dà consistenza al nostro esistere e finisce invece col fissare la precarietà umana, la perdita di questo elemento identitario, sebbene assai dolorosa, sembrerebbe auspicabile. L’uomo però è intimorito da questa prospettiva e non riesce a vedere i benefici che da essa potrebbero derivare. Il tema è sviluppato sempre in Salva con nome, in particolare nella sezione Concerto per paura, coro e voci, come si può vedere ad esempio in due liriche non a caso inserite una di seguito all’altra: Coro e Di colpo nel sogno lo spazio era una pietra. I due testi ci consentono anche di ricordare la presenza di cori e voci, introdotti da Anedda sin dalla raccolta Dal balcone del corpo. L’uso di questa tecnica è funzionale alla spersonalizzazione dell’io desideroso di essere, come il Componidori, tutti e nessuno in particolare. Il coro, secondo il modello tipico della tragedia greca, rappresenta infatti un io plurale che dialogando con più voci introduce uno sguardo scomposto che crea una pluralità di prospettive di osservazione della realtà.
Coro
La paura ci rende più forti?
Siamo mortali mortalmente spaventati
tremiamo come volpi e cani
diventando la muta di noi stessi.
Basta un sogno sbagliato
e la luce rode dove non c’è riparo.
Sbandiamo tra gli oggetti sperando siano veri.
Stringiamo gli occhi provando a dormire in pieno giorno
dicendo: qui e pensando laggiù
offrendo sacrifici mentre spostiamo mobili
e tronchiamo con le forbici i gerani.
La sera allunghiamo i tavoli per gli ospiti
e dal legno cominciamo ad appassire.
Posiamo con cura i tovagliolie dal lino si sollevano demoni.
Voltando la testa qui, pensiamo: laggiù
come succede davvero a ogni inseguito.
Spalanchiamo finestre con la scusa del fumo.Il vento sa d’immondizia, ma è una tregua.
Lo stesso vento nella bellezza è una rovina.
La saggezza ci confonde come cera.
Stentiamo a respirare.
Restiamo immobili.
Il sangue scatta tra la nuca e la schiena
torniamo serpi
ci puliamo intrecciandoci9.
Il coro in apertura domanda quali siano gli effetti del tremore che proviamo noi «mortali mortalmente spaventati», si chiede se questo sentimento ci renda più o meno forti e risponde alla questione con una minuziosa quanto amara disamina dei comportamenti generati dalla paura e dal senso di precarietà che attanaglia la nostra natura umana. Basta un niente per intimorirci e nel nostro tremare diventiamo contemporaneamente prede braccate e intente a fuggire da una realtà inappagante («dicendo: qui e pensando laggiù», «voltando la testa qui. Pensiamo: laggiù / come succede davvero ad ogni inseguito») e cacciatori in cerca di sé stessi. Spaventati, sbandiamo quasi colti da vertigini, siamo contraddittori e volubili, ci aggrappiamo alle nostre abitudini ma poi sentiamo mancarci l’aria. Allora annaspando ci precipitiamo ad aprire la finestra e veniamo inondati da un vento inquinato perché illusorio, ma capace di darci un momentaneo sollievo. Stentiamo a vivere divisi tra immobilità e guizzi improvvisi.
Solo liberandoci dal nome, da questa identità fittizia che assegniamo a noi stessi e alle cose del mondo fenomenico, il nostro stato di sofferenza interiore potrebbe, forse, trovare una soluzione, come sembra indicare il componimento successivo. Qui l’io, durante una notte invernale poco nuvolosa, resa fredda e asciutta dal vento di grecale (indicazioni climatiche e cronologiche tese a segnalare la condizione interna avvertita dal soggetto), si trova improvvisamente proiettato in uno spazio aperto e senza tempo, del tutto svincolato dalla provvisorietà della materia. In tale luogo i nomi con cui chiamiamo le cose non coincidono più con esse e, diventando delle semplici ombre, liberano non solo l’io ma l’intero universo dai suoi consueti tormenti.
Di colpo nel sogno lo spazio era una pietra
Notte 21:00-07:00
Poco nuvoloso
Grecale
Di colpo nel sogno lo spazio era una pietra.
Pensavo, qui nessuno è nato, nessuno è morto.
Il vento era senza folate
il lupo non aveva muso.
I nomi non coincidevano più con le cose
e neppure i corpi.
Erano passi e ombre sulla ghiaia del cortile.
A tutti, a te, a me, al mondo,
avevano tolto la spina del tormento10.
Finalmente libero dalla servitù del nome e proiettato ormai in uno spazio a lui totalmente ignoto, l’io può godere del vantaggio offertogli proprio da quella perdita che pure tanto temeva. Egli riesce infatti a uscire dal sé e, staccatosi dal tempo in cui si trovava fissato, acquista una nuova prospettiva spaziale capace di allontanarlo momentaneamente dal suo tormento esistenziale. Le cose, spogliate della loro identità, svincolatesi dalla loro prigionia, hanno la possibilità di riacquisire una nuova vita.
Da ciò l’importanza di una pratica, definita nell’ultima sezione della Vita dei dettagli un «collezionare perdite», consistente nel raccogliere i dettagli, i frammenti di immagini e di ricordi di cose passate e ormai perdute. Questi frantumi di memoria, raccolti pazientemente in una collezione e staccati dalla loro abituale ubicazione, hanno la possibilità di rinascere in un nuovo spazio e di ridare un’altra vita a ciò che si era estinto, in un continuo processo di metamorfosi e trasformazione. Tale riflessione è in linea di continuità con quanto Anedda aveva detto proprio alla fine della Vita dei dettagli, dove si legge:
Prendi una fotografia, taglia le parti più amate: l’ala del naso, la curva del collo. Posale su di un cartone. Metti lo spazio tra le parti, mettici l’aria. Gli occhi. Fai lo stesso lavoro. Allontanali, colora lo spazio (colora il dolore), fai concreta la separazione. Scegli una gradazione: terra bruciata. Cuci un pezzo di stoffa, cuci un brano di lettera, cuci un’iniziale: in quel mezzo-punto non entra il vento.
In Salva con nome, nella sezione Cucire, la poetessa sviluppa appunto questa tematica, come si può vedere ad esempio nelle poesie Un giorno ho pensato che ci sarebbe voluto tempo e Cuci una foglia vicino alle parole, cuci le parole tra loro. Il primo componimento ci parla di un lavoro di cucito fatto lentamente vicino a una finestra (luogo sempre privilegiato dello sguardo di Anedda) e ci racconta la nascita dell’idea di raccogliere in un lenzuolo immagini, pensieri, poesie, tutto quanto aveva scritto. Per lei l’atto del cucire contiene in sé qualcosa di magico perché l’ago, che si immagina inventato da qualcuno che si trovava vicino al fuoco, è un osso che tiene insieme la pelle riunendo di nuovo ciò che la morte ha smembrato. Ci svela inoltre che il suo progetto è nato da una abitudine che aveva da bambina: amava creare corone con le foglie di castagno e sognava di realizzare in seguito vestiti con la stessa tecnica, creazioni che, seppure fragili perché distrutte e decomposte da una semplice folata di vento, sarebbero state ugualmente bellissime.
Un giorno ho pensato che ci sarebbe voluto tempo, proprio
Quando mancava il tempo, per cucire lentamente vicino a una finestra.
Quello che avevo scritto poteva stare in un lenzuolo. Poesie,
foto, qualche pensiero. Immagino chi ha inventato l’ago.
Era vicino al fuoco e di colpo ha visto che l’osso più
affilato (come la spina) teneva insieme la pelle. Spina e
pelle. Osso. Quello che la morte smembrava poteva essere
unito di nuovo. Da piccola cucivo foglie di castagno tra
loro fino a farne corone. Sognavo di farne vestiti completamente
verdi appena rigati di nero dalle spine dei ricci.
Sopportavo che mi entrassero nelle mani. Le corone
erano perfette, ma fragili. Bastava una folata di vento e si
decomponevano volando a caso nel castagneto11.
Anche le parole possono avere le stesse prerogative delle foglie di castagno e con esse è possibile dar vita alla trama di una tela molto fragile ma al contempo fondamentale. È questo ciò che ci comunica in Cuci una foglia vicino alle parole, cuci le parole tra loro. Il tempo trascorre inesorabilmente e determina la morte di tutto l’esistente. Anche l’uomo nel tempo muore a sé stesso circondato da una realtà in perenne divenire. Eppure in lui la ricerca di senso non viene mai meno unita alla nostalgia di parole capaci di ricostruirlo e svelarlo. La poesia è dunque un lavoro di continua ricomposizione e rinascita e può offrire per questo una tregua al dolore esistenziale.
Cuci una foglia vicino alle parole, cuci le parole tra loro,
guarda una foglia come viene soffiata lontano.Il tempo mentre scriviamo vola, noi moriamo a noi stessi
mentre intorno ci cresce la vita e la realtà si addensa, s’in-
treccia, diventa una radice che sale fino a un tronco e ridi-
venta foglio.Da sempre mi mancano le parole e io ne ho nostalgia.
Per questo cucio, cucio, cucio12.
* Fotografia in copertina di Corrado Foffi.
Note
1 Antonella Anedda, Cosa sono gli anni. Saggi e racconti, Fazi, Roma 1997.
2 Anedda, Eco, che fu un tempo Orfeo, in Dal balcone del corpo, in Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2023, p. 335.
3 Anedda, Video, in Salva con nome, in op. cit., p. 453.
4 Il testo di Birago Diop, letto anche da Bill Viola all’inaugurazione della mostra, è riportato con un’ampia analisi dell’opera nel sito internet di Paolo Fabbri.
5 Anedda, La vita dei dettagli, Donzelli, Roma 2009.
6 Anedda, Orto, in Salva con nome, in op. cit., p. 390.
7 Anedda, Cos’è un nome?, ivi, p. 347.
8 Anedda, Senza nome. Sartiglia, ivi, p. 351.
9 Anedda, Coro. La paura ci rende più forti?, in op. cit., p. 428.
10 Anedda, Di colpo nel sogno lo spazio era una pietra, ivi, p. 429.
11 Anedda, Un giorno ho pensato che ci sarebbe voluto tempo, ivi, p. 406.
12 Anedda, Cuci una foglia vicino alle parole, cuci le parole tra loro, ivi, p. 407.

