Verso Antonella Anedda ⥀ Quinta tappa: l’estinzione del sé e la possibile tregua al dolore

Presentiamo oggi la quinta tappa dell’itinerario condotto da Danila Saracini alla scoperta della poesia di Antonella Anedda per il pubblico del festival di poesia La Punta della Lingua 2025. La registrazione dell’incontro con Anedda e del suo reading, avvenuti il 30 giugno 2025 ad Ancona, sarà presto disponibile sul nostro canale YouTube (qui). Tutti i contributi sono raccolti qui

 

Nella raccolta Salva con nome Anedda, concentrando l’attenzione sul tema dell’identità, osserva le complesse problematiche a essa connesse. Il nome infatti è un’entità mutevole, astratta, evanescente, della quale l’uomo non è in grado di privarsi ma che al contempo lo rende schiavo di una forma vuota. In questa tragica condizione esistenziale si aprono agli uomini due strade da percorrere. Si può tentare di «collezionare perdite» (ultima sezione della Vita dei dettagli), custodendo dettagli di immagini o di frammenti di memoria con l’arte del “cucito”, grazie alla quale gli elementi identitari potranno trovare nuovo spazio espressivo e inserirsi in un’altra trama di senso inedita che li porterà a rinascere in un perenne processo di trasformazione metamorfica della realtà. Oppure per ovviare ai limiti del nome si può seguire la via, dolorosa ma veramente liberatoria, offerta dalla «estinzione del sé» che dà «a tutti, a te a me, al mondo» l’opportunità di estirpare definitivamente «la spina del tormento»1. Infatti, chi ha il coraggio di affrontare l’esperienza della perdita dell’identità può accedere all’oltre ed entrare in uno spazio precedentemente ignoto, libero da tutte le costrizioni e capace di garantire una tregua alla sofferenza esistenziale. Questo aspetto emerge particolarmente nell’ultimo Coro inserito in Concerto per paura, coro e voci, una sezione introdotta da una breve prosa posta tra parentesi, come di solito accade nelle partiture teatrali, e usata per dare alcune indicazioni di lettura per le successive poesie:

(Immagina questa coppia. Lei che scosta con il piede la pantofola,
con la vestaglia sulle spalle, lui le si avvicina. La pioggia riga i vetri
e le foglie scrosciano a terra. Il caffè brucia nel vano della cucina in
lontananza. E il pericolo è buio, buio e polvere misti a desiderio)2

 Nella ripetitiva routine del vivere quotidiano, con la sua noia e con le sue lacrime, accompagnate da illusorie e aromatiche passioni dal sapore di bruciato, emerge la fragilità del nostro essere mortale. A generare paura sono il buio sul senso dell’esistere, che resta misterioso, la vanità della polvere del corpo e un eterno desiderare destinato purtroppo a restare inappagato. Sullo sfondo di tale scenario, dopo un’attenta riflessione poetica sul rapporto tra paura/coraggio, Io/Altro da sé, realtà/sogno, silenzio/suono, freddo/calore, visione nitida/offuscata, la coppia immaginaria (in cui si può identificare anche la relazione tra io/ombra o spirito/corpo), uscita di casa, inizia un duro percorso che lentamente la porta a un «sollievo venuto da non so dove ma reale. / Un fruscio, uno stormire di foglie» (p. 443). Al ritorno dal «viaggio della vita di un giorno» (p. 444), in una sera di grecale solo un poco nuvolosa, la voce collettiva del Coro conclude la sezione con una disamina delle reazioni di Lei/Lui a questa esperienza riflettendo soprattutto sugli effetti dell’estinzione del sé.

Notte 21:00.07:00

Poco nuvoloso

Grecale

Coro

Lei parla nel vuoto, senza voce.
L’asma le ha troncato i suoni.
Ricorda il verbo: estinguere.
Poi ricorda tutto il verso
«estinguere la passione del sé».
E ancora: «estinguere il verso che rima
da sé: estinguere perfino me».

Lui osserva la fatica che le costa respirare,
i lunghi o brevi anni che l’aspettano.
Tutto senza colpa come la pioggia e il vento
quando colpiscono l’abete.
Ricorda le cinghiate prese quando disubbidiva.
Erano pomeriggi di quasi autunno
la luce
sulla tovaglia incerata
stingeva con la vergogna.
Ricordare non fa più male.
Nel televisore senza l’audio
si muove un incubo intangibile.
Estinguere perfino me.

Spegne anche il video.
Un autobus attraversa il viale carico di luci.
Guarderà la macchia. Le chiederà di scostare i capelli.
Non ha paura. Pronuncia il nome di lei a voce alta3.

Tutta la lirica ruota sulla reiterata citazione dei versi di una poesia di Amelia Rosselli4 molto cara ad Anedda, che Lei sente riaffiorare progressivamente nella memoria, mentre fatica a respirare tanto da non avere più voce per parlare. Il significato di queste parole è in apparenza negativo e disperante ma esse assumono invece nella sostanza una valenza positiva. Se è vero infatti che la verità terribile della perdita/morte è la dispersione dell’identità, è altrettanto innegabile che essa coincide con una gradevole liberazione dal sé. Infatti, lo scavalcare sé stessi smarrendosi consente di uscire dal tempo e apre nuovi spazi animati da un’altra vita in cui si riesce finalmente a vedere ciò che prima non era manifesto. Quando questo accade, la memoria seppure dolorosa «non fa più male», tutti i ricordi e le immagini del proprio vissuto si zittiscono improvvisamente e, spegnendosi, concedono all’Io di viaggiare verso «la macchia» dell’oltre guardandola in faccia senza più alcuna paura.

Questo lenimento temporaneo offerto dalla estinzione del sé è definito «tregua», un termine che nella produzione di Anedda compare spesso assumendo molteplici sfumature di significato. Essa consiste in sostanza in una sospensione momentanea del dolore esistenziale grazie alla quale l’io può accedere a una sorta di limbo fuori dallo spazio e dal tempo, all’interno di una zona intermedia nella quale si avverte uno stato di stordimento che fa dimenticare finalmente la precarietà del reale e concede pace. Questo annebbiamento dà un piacere davvero rigenerante anche se ingannevole ed effimero. Infatti l’utopica isola felice a cui da sempre l’umanità aspira di approdare in realtà non esiste e in breve gli effetti lenitivi della tregua si dissolvono per lasciare di nuovo spazio alla dura consapevolezza della pochezza del nostro esistere. Comunque, l’attraente chimera della tregua, pur illusoria, non è stata inutile perché ha aperto un barlume di luce e di pace nell’abissale buio dell’esistenza umana. Tra le numerose liriche dedicate a questo tema è particolarmente interessante Tauridi, una poesia inserita in Osservatorio, la sezione iniziale di Historiae. Il suo titolo fa riferimento allo sciame meteorico che è definito “stelle cadenti di novembre” e crea immediatamente nell’immaginario del lettore la visione di un fascio di luce che a grande velocità passa nel cielo fendendo il buio della notte. Anche la tregua, come le Tauridi, illumina per un attimo l’oscurità dell’esistenza umana, non perché riesca a fornire risposte sul senso dell’esistere ma per la gioia spirituale che è capace di generare.

Tauridi

Quando fin dal mattino ci si arrende al caldo
aspettando la notte
con le pompe che lavano le strade
e l’asfalto fuma di vapore,
quando la vita non è un intreccio
ma un balbettio di digressioni
affiora dal torpore l’immagine di un’acqua
intravista in campagna fra le felci e le ortiche,
tesa come un lenzuolo con mollette di rami
e un catino di sassi verde-gelo.
Di colpo allora quella tregua consola
anche gli scettici, come quando un inverno
affacciandoci per caso ad un balcone abbiamo visto
lo sciame delle Tauridi fendere a sorpresa il cielo buio5.

Il componimento nella sua struttura iniziale e nel tema trattato rinvia al sonetto di Ugo Foscolo Alla sera, da cui lo distingue però un rapporto non sentimentale con la natura6. Come il poeta neoclassico anche Anedda parla di una quiete momentanea dal dolore esistenziale, una pausa che riesce nella notte a dissetare parzialmente l’arsura dell’arido deserto della vita. Lo squarcio di luce di tale consolante tregua giunge «di colpo»: in un giorno riarso dal sole, trascorso nell’attesa di una frescura assimilabile a quella fornita dall’acqua delle pompe idrovore che fa fuoriuscire dall’asfalto fumanti vapori; oppure in un momento in cui si ha la sensazione di essere dispersi nei mille rivoli del quotidiano che ci rendono incapaci di intrecciare in un ordito ordinato la trama della nostra esistenza. In tali situazioni le cose diventano per noi incomprensibili, ci parlano con un balbettio insignificante. Eppure talvolta accade qualcosa che ci fa uscire dal torpore da cui siamo avvolti. Allora ci sembra di veder riaffiorare interiormente l’immagine di una pozza d’acqua vista passeggiando per la campagna mentre scorreva tra il verde con la stessa leggerezza di un lenzuolo svolazzante appeso al sole ad asciugare e fermato da mollette di rami, una pozza accolta come in un catino da sassi verdognoli ricoperti di alghe e gelati dallo scorrere dell’acqua. Questo luogo riaffiorato nella memoria ha tutte le caratteristiche del locus amoenus classico, una sorta di isola fuori dal tempo, uno spazio di totale felicità che è in grado di consolare anche l’uomo più scettico e disincantato. La sensazione che si prova viene qui identificata con quella che si avverte a novembre affacciandosi dal balcone quando gli occhi nell’avvolgente buio invernale sono colpiti dalla luce delle stelle cadenti, intermittente ma radiosa.

Contenuti simili sono usuali in Anedda ed erano già presenti nelle raccolte precedenti, come si può per esempio vedere in Segretamente tremanti, di Residenze invernali, o in Tregua, di Salva con nome. Nel primo componimento l’apparire di una «luce improvvisa sullo spazio che traduce le cose» genera un segreto tremore fornendo una notturna tregua in cui «non conosciamo miseria» nella contemplazione del paesaggio, mentre si gode insieme ad altri dei gustosi piaceri della tavola e della quiete autunnale. Nel secondo, il cui titolo appare veramente emblematico, il risorgere inatteso di ricordi del passato, riaffiorati casualmente nel pensiero, riesce a smussare la punta dello sconforto e permette di godere per un attimo del calore di una quiete che rende più accettabile il giardino senza fiori della vita.

Segretamente tremanti

Segretamente tremanti
per la luce improvvisa
sullo spazio che traduce le cose.

Poche ore
di passaggio agli alberi
che chiudono l’autunno
conca e marmo l’acqua delle case
acquitrini e pietre. Le zolle
scomposte, l’aria di settembre.
Non mare non ancora inverno
nessuna bufera. La luce breve
striscia di pino
l’arco già scuro del sentiero.
Non mangiamo all’aperto, il cane vicino alle ginocchia
qui la tenda le lampade accese
lontano sui rami qualche insetto.
Per questa tregua notturna non conosciamo miseria
i pensieri sono uniti
tegole di tetto splendenti
i corpi senza umore.

Posiamo le giacche sulle sedie
avvolgiamo nella sua carta il pane.

La casa resta
unica fitta siepe
tra il lento ruotare dei noccioli
tra gli uccelli che salgono e vanno7.

In una sera di fine autunno, l’apparire improvviso di una luce che si riverbera nel movimento perenne che «traduce le cose» nelle loro continue trasformazioni cosmiche produce nell’io un intimo tremore e lo sguardo, «per poche ore», nell’osservare i dettagli del mondo circostante, non percepisce nessuna bufera. Il tempo sembra essersi fermato, tutta la concentrazione lirica è sullo spazio della casa e sulle azioni di chi la abita: si respira l’aria di settembre, si mangia al coperto con «le lampade accese» e con «il cane vicino alle ginocchia», si gode della quiete del tramonto, momento della giornata in cui la luce si fa breve e le strade buie. La tranquillità serale concede una pausa di perfetto appagamento interiore, protetto dalle mura domestiche trasformate in una vera fitta siepe capace di garantire una sospensione dell’inarrestabile flusso vitale che per un po’ rimane lontano. Il testo si apre e chiude comunque con immagini che rinviano al movimento cosmico che in nulla viene scalfito da questa tregua. Intorno alla casa infatti ogni cosa segue il suo ciclo «tra il lento ruotare dei noccioli / tra gli uccelli che salgono e vanno», volteggiano nel cielo. Nella casa, al contrario, tutto si ferma e per poco al suo interno non si percepisce alcuna «miseria» grazie al momentaneo oblio della transitorietà delle cose. Questa pausa dal dolore esistenziale è connessa con l’arrivo improvviso di luce anche in Tregua dove la pacificata condizione che la accompagna è favorita dal riaffiorare «senza miracolo» di ricordi passati, magari scrostati e invecchiati ma che, parlando e dialogando con noi in una lingua nota, riescono a smussare lo sconforto e ci invitano a ragionare. Nonostante la mortalità per un po’ ci si può riposare seduti in uno spazio che offre calore umano. Talvolta la memoria come «una panca sbrecciata» è capace di dare riposo e di riscaldare il nostro giardino senza fiori della vita.

Tregua

Arriva inaspettata – con la luce – non c’è bisogno d’altro.
Resta in una radura del pensiero dove splende
un sole pomeridiano quasi estivo.
Cose dimenticate che senza miracolo risorgono.
Di nuovo vediamo i palazzi laggiù, soltanto
un po’ scrostati, i tigli quasi vivi con le foglie di rame.
Anche il nostro sconforto ci sussurra: forse
sto già passando, la mia punta è smussata.
e prova, ragiona con sé stesso, dice: abbiamo i giorni contati
ma sediamo in questo giardino senza fiori
su una panca sbrecciata che conserva il calore8.

Talvolta gli effetti positivi della tregua sono generati da un momentaneo potenziamento della capacità visiva grazie al quale l’io, contemplando il mondo naturale, può giungere a scoperte impensate. Lo si può ad esempio osservare in Paesaggio, un componimento della raccolta Dal balcone del corpo, dove la tregua porta addirittura all’estinzione del sé. L’osservazione attenta e minuziosa dei dettagli naturali consente infatti al soggetto lirico di sentirsi parte del mondo che è sotto i suoi occhi a tal punto che riesce a staccarsi da sé e a scrutare dall’esterno la sua interiorità vedendola trasformarsi in paesaggio. Impara allora a sfiorare il paradiso. Il testo, con i tempi verbali al passato remoto, ci si presenta come il racconto di un’esperienza personale vissuta a contatto con la natura. L’io narra di essersi avvicinato a un ramo carico di neve piegato dal peso e dalle zampette di un corvo che ci si era posato. Questo guardare così ravvicinato lo fa diventare tutt’uno con il dondolio del ramo, con i colori e gli aromi di quel «purgatorio». Entrato ormai in un luogo intermedio tra cielo e terra ci si cala a tal punto che sente la sua interiorità divenire paesaggio, uno spazio di cui è ora in grado di sentire e comprendere la voce e che è popolato da ombre, presenze con cui può stabilire un dialogo. All’«ombra nel cespuglio più vicino» che lo invita a guardare come il dolore sia inghiottito da una nebbia capace di ottunderlo e a imparare a far tesoro del suo «spazio mortale» per sfiorare il paradiso, l’io risponde affermativamente e subito si sente inondato da una luce che, recidendo il corpo dai sentimenti negativi e imponendo il silenzio, immerge tutto nell’azzurro che prende «il posto del paesaggio e della prima persona». Alla fine della poesia però un quesito comunica la difficoltà umana di comprendere l’essenza della beatitudine. L’io infatti è dubbioso e non sa dire se quello vissuto sia «già paradiso».

Paesaggio

Mi avvicinai a un ramo carico di neve
dove uno dei corvi piegava sotto le zampe il legno.
Diventai quel dondolio di grigio e nero.
E quel diverso verde (misto di salvia e gelo)
che avanzava con un tocco di livore sulle nubi.

Vidi me stessa dentro quel purgatorio.
Tutto era paesaggio. La rabbia: un tumulo.
L’incertezza – a mucchi: una collina.
Il disamore: alberi con ombre intirizzite.
«Osserva» disse l’ombra nel cespuglio più vicino,
«la nebbia inghiotte il tuo dolore.
Impara nel tuo spazio mortale
imparando si sfiora il paradiso».

Sì, risposi e la luce diminuì l’ira del mattino
divise il mio corpo dal rancore
impose alle ombre di tacere.
E un tagliente azzurro prese – era già paradiso?
il posto del paesaggio, della prima persona9.

In altri casi ancora la tregua è un dono offertoci non dall’arrivo improvviso della luce ma, al contrario, dal ristoro notturno, come ci viene detto in Residenze invernali nella poesia Il sonno è una regione a parte. In questi versi il sonno diventa una «luce di riposo», una pausa che, liberandoci da incombenze routinarie del quotidiano, ci concede momenti in cui il tempo si ferma, smettendo quasi di scorrere per offrirci un nuovo spazio fisico e mentale dove poter acquietare il nero dei nostri pensieri. Il sonno è infatti un luogo autonomo dotato di caratteristiche proprie, è «un tempo senza stagione», esente dal vorticoso moto del divenire, è un’«aria del nord dentro l’estate» che rinfresca l’arsura dell’esistenza. Il suo riposo luminoso ha gli stessi effetti di un succo lattiginoso di una pianta, è in grado di dare nutrimento al corpo e di riempire il palato di dolci sapori. Giungendo sul crinale della sera e incrociando le alacri attività del giorno, prima di addormentarci esso ci invita a cucire come un sarto la sottile trama di un altro mondo diverso da quello illuminato dal sole, un luogo dove il peso della vita diventa leggero e i cui suoni ci cullano come la nenia cantata da una madre, contrastando così i tonfi cupi del pensiero della morte. Sotto le lenzuola finalmente si assopiscono e sembrano scomparire quei «marrani», ossia le nere riflessioni sulla vanità della vita e sulla mortalità della materia, che di giorno sono stati villani, privi di cortesia. Nel sonno quei brutti pensieri non muoiono, scompaiono solo per un attimo, sepolti in una tomba che all’alba si scoperchierà di nuovo. Intanto però la notte ha concesso una tregua tenuta stretta a sé da chi dorme con lo stesso amorevole abbraccio che si dà a un cuscino, un’immagine che sottolinea iconicamente l’amore provato dall’uomo per la quiete/tregua che il sonno ha offerto.

Il sonno è una regione a parte

Il sonno è una regione a parte
tempo senza stagione
aria del nord
dentro l’estate.

Scende una tregua.
Non vento
ma luce di riposo
latte chiuso da legno.
La veglia incrocia la fine della sera
cuce quiete, solleva le scodelle
l’ordine leggero degli umani
le tovaglie il cibo
fermo sul cibo il tocco dei cucchiai
suoni materni opposti
al tonfo delle croci.

Dormono nei lenzuoli
i silenziosi, i miei marrani
provano l’inverno dei cimiteri
pietra sopra dolore pena
bloccata dalla neve.
Non sono morti. Hanno
notti brevi ore
di pace strette
nel varco dei cuscini10.

La funzione benefica del sonno emerge bene anche in Sois sage di Historiae, un componimento in cui struttura e titolo rimandano alla lirica Recuillement di Baudelaire, come indica esplicitamente l’esergo che ne riporta il verso iniziale: «Sois sage, ô ma Douleur, et tiens-toi plus tranquille» (sii saggio, mio Dolore, comportati bene e stai quieto). Anche Anedda nella sua poesia parla con la personificazione del suo dolore, in versi di grande intimità espressiva ma sviluppa il tema diversamente. Baudelaire infatti con il sopraggiungere della sera chiede al suo dolore di stare tranquillo, di dargli la mano e di accompagnarlo in un viaggio interiore che attraverso la rievocazione nostalgica del passato lo conduce ad ascoltare la «dolce Notte che avanza» (v. 14), ad attendere cioè la morte pacatamente e con sollievo. La nostra poetessa invece, in un testo tripartito, si rivolge contemporaneamente al dolore e al sonno invitandoli a essere cortesi nei suoi confronti. Sta ormai arrivando la notte e lei, sofferente per il mal di schiena e di spalle, prega il dolore di smettere di bruciare così intensamente, almeno per il tempo consentito dai farmaci, e gli domanda come mai ancora entrambi siano svegli. Il desiderio non le sembra facile da realizzare e così chiama in soccorso il sonno con la preghiera di concedere loro almeno una tregua che li faccia lentamente addormentare spegnendo la fiamma che le avvolge la spalla e ridando calore al suo corpo agghiacciato dalle sofferenze. Infine, usando la forma plurale, scongiura i suoi dolori di quietarsi o di andare almeno a finire nei sogni, di diventare gentili perché non è saggio durare tanto a lungo.

Sois sage

Sois sage, o ma Douleur, et tiens-toi plus tranquille.
Charles Baudelaire, Recueillement.

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Spegniti dolore anche solo per poco,
quel piccolo decrescere che concedono i farmaci,
ecco vedi è già notte il lago è nero,
il monte si replica sull’acqua,
che facciamo ancora svegli io e il tuo bruciore?
Vieni sonno confondici, rendi la schiena duttile,
scorri, concedici una tregua, addormentaci piano
non importa quanto tempo ci metti,
le dita sul lenzuolo sono ghiaccio e la spalla una fiamma
una distesa di neve e in alto un focolare.
Spegnetevi dolori oppure quietamente
andate dentro il sogno diventate echi
almeno per un po’ in quello spazio pietoso.
Siate gentili durare tanto a lungo non è saggio11

Il testo, come indica anche l’articolazione del discorso poetico, è centrato sulla necessità di una tregua, un lenimento delle sofferenze che renda più accettabile il dolore fisico ed esistenziale che accompagna sempre la vita umana. Fronteggiare questo bisogno primario non è però affatto facile perché il dolore, che è connaturato alla condizione di mortalità dell’esistente, è purtroppo persistente e ineliminabile. Si può tentare solo di addormentarlo lentamente, senza preoccuparsi del tempo necessario per l’ardua impresa, come si fa quando ci si affanna per zittire il pianto disperato di un neonato, oppure si può cercare di stordirlo con qualche farmaco, se causato da una malattia del corpo, o di trasferirlo nell’alato mondo dell’immaginario o del sogno, se determinato dal disagio esistenziale. Da ciò il ristoro offerto dall’addormentarsi e l’accorata richiesta fatta al sonno di concedere almeno per un po’ «quello spazio pietoso», di venire a “confondere” l’uomo e il suo dolore con il momentaneo oblio di sofferenze fisiche e mentali che di solito trasformano la vita in un calvario. Il finale invito alla cortesia, rivolto ai dolori che la affliggono e motivato da una riflessione sulla saggezza di chi è consapevole che non bisogna per troppo tempo insistere sulle stesse posizioni, si può anche considerare un’esortazione che Anedda indirizza a sé stessa. Esso ricorda per vari aspetti sia l’ideale oraziano dell’aurea mediocritas, fondato sulla convinzione che la felicità umana si conquista con la ricerca di una via mediana che eviti gli eccessi sia positivi che negativi, sia il consiglio suggerito dal grande poeta augusteo a Leuconoe, a cui raccomandava di essere saggia godendo con parsimonia dei piaceri e non proiettando vane speranze nel futuro «[…] quant’è meglio accettare / ciò che sarà, sia che Giove ci abbia assegnato molti inverni, / o per ultimo questo che logora il mare Tirreno contro gli scogli; / sii saggia, filtra il vino e tronca nel breve spazio le troppo lunghe speranze; / mentre parliamo, sarà già fuggito il tempo invidioso: / cogli l’attimo e affidati meno che puoi al domani»12.

In Anedda però questa esortazione a essere saggi è rivolta dall’io lirico al dolore diventato ormai per lui insopportabile, una scelta che costituisce una dichiarazione implicita della consapevolezza che la sofferenza esistenziale è in realtà umanamente inamovibile e può solamente essere attutita dagli «spazi pietosi» di una tregua, come quella qui richiesta alla cortesia del sonno.

 

 

* Fotografia in copertina di Corrado Foffi.


Note

1 Anedda, Di colpo nel sogno lo spazio era una pietra, in Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2023, p. 429.

2 Anedda, Immagina questa coppia-Coro, in Salva con nome, in op. cit., pp. 427; 446. Il coro a conclusione della sezione in cui è inserito rappresenta l’esito finale delle esperienze vissute dalla coppia che all’inizio il lettore è invitato ad immaginare.

3 Ibid.

4 Amelia Rosselli, La passione mi divorò giustamente, in Documento (1966-1973), Garzanti, Milano 1976.

5 Anedda, Tauridi, in Historiae, in op. cit., p. 467.

6 Ugo Foscolo, Alla sera, dai Sonetti. Nel componimento il poeta, rivolgendosi alla sera, le dichiara il proprio amore derivante dalla pace che essa dona al suo animo tormentato, una quiete che calma lo spirito combattivo che sente sempre ruggirgli dentro. Al contrario Anedda attraverso uno sguardo distaccato sulla natura descrive la percezione inaspettata di una tregua dal dolore, una sensazione che trova il suo correlativo oggettivo nella vista fugace e improvvisa della luce delle Tauridi nel cielo grigio di novembre.

7 Anedda, Segretamente tremanti, in Residenze invernali, in op. cit., p. 75.

8 Anedda, Tregua, in Salva con nome, in op. cit., p. 418.

9 Anedda, Paesaggio, in Dal balcone del corpo, in op. cit., p. 341.

10 Anedda, Il sonno è una regione a parte, in Residenze invernali, in op. cit., p. 81.

11 Anedda, Sois sage, in Historiae, in op. cit., p. 503.

12 Orazio, A Leuconoe, Odi I,11; A Licinio, Odi II,10.