Verso Antonella Anedda ⥀ Seconda tappa: la poetica
Pubblichiamo la seconda tappa dell’itinerario condotto da Danila Saracini alla scoperta della poesia di Antonella Anedda per il pubblico del festival di poesia La Punta della Lingua 2025. La registrazione dell’incontro con Anedda e del suo reading, avvenuti il 30 giugno ad Ancona, sarà presto disponibile sul nostro canale YouTube (qui). Tutti i contributi sono raccolti qui
Il perno su cui si incardina la concezione della poesia di Anedda è un bisogno impellente di gettare uno sguardo sulla realtà, di osservare con minuzia analitica sé e il mondo, e di comprendersi attraverso l’esercizio della scrittura. La parola poetica nasce dall’interiorizzazione e rielaborazione della esperienza diretta unita al libero gioco dell’immaginazione che prende vita da oggetti o situazioni del quotidiano e si incardina intorno ad alcune parole o tematiche ricorrenti che tendono ad acquisire un valore di riferimento per il lettore e diventano vere e proprie marche concettuali, termini come inverno, balcone, finestra, tregua, isola, ossa. Il discorso poetico è fondato sull’intreccio di immagini, di cui Anedda è un’esperta cacciatrice e che sono originate dagli stimoli delle percezioni visive. Questa caratteristica, che è in qualche modo legata anche alla sua formazione di storica dell’arte, si può comprendere più chiaramente attraverso le parole da lei stessa rilasciate nel 2006 nel corso di un’intervista. In essa, tra le altre cose, le veniva chiesto di spiegare il primo verso della poesia “A” Adorare (le immagini) inserita nella raccolta del 2003 Il catalogo della gioia, opera in cui sono elencate, in una specie di dizionario che il lettore è anche invitato ad ampliare a suo piacimento, cose o situazioni che per lei, ma in fondo per tutti noi, costituiscono una fonte di gioia. Alla domanda così rispose: «La frase “adorare le immagini” era ironica, ma la mia decisione di studiare storia dell’arte è scattata da questa adorazione. Nelle chiese, nei musei, contemplare in silenzio dalla sponda del mondo un mondo raccontato da uno sguardo diverso dal mio. Non è la difesa dell’arte figurativa, ma di quella materia che in modo per me commovente crea mondo. La poesia in sé nasce anche da quei silenzi, credo che sia stata nutrita dalle tante ore passate in solitudine nei musei»1.
“A” Adorare (le immagini)
La bellezza dei giardini minuscoli e dei boschi
una sedia appoggiata alla parete e il vapore dei faggi.
Gettando lo sguardo sui balconi dove una tovaglia ondeggia
e per un attimo sembra
ci si metta sul cuore
colmandolo di azzurro, placandolo
col suo tonfo nel vento.E adorare i quadri che gli esseri umani hanno dipinto
i mondi senza vento che respirano quieti nei musei
quelle tempeste senza schiume, quel sangue senza grido
e le bestie, mille volte benedette, ferme vicino ai tronchi.
Asini e conigli, pozzanghere dentro cui scintilla il cielo
pastori vicini al loro gregge
striati di pioggia e luce verde…siamo esistiti davvero davanti a quei colori
in un tempo perfetto, la grande tela di allora, dipinta con amore
piena di azzurro e porpora, di boschi, di preghiere…… tela che ancora dura, soltanto non dipinta, tessuta
cardata con cautela e ora di nuovo
forse, pronta per il colore2.
Il testo si configura come un vero e proprio manifesto poetico che esplicita il rapporto della poetessa con il mondo e con la pittura. La realtà è da lei osservata come affacciandosi da una finestra, «gettando lo sguardo sui balconi», luoghi entrambi che rappresentano simbolicamente un punto di accesso che si fa ponte tra interno ed esterno. Da tale punto di osservazione/contemplazione si riesce a godere della bellezza dell’ambiente naturale nella sua semplicità e della disposizione delle cose site nel loro spazio. La sua attenzione viene attratta in particolare dal movimento ondeggiante di tovaglie mosse dal vento che col loro dondolio cullano per un attimo la vista e placano come il suono di una nenia il dolore che affligge il cuore «colmandolo di azzurro». Vedere dipinta in un quadro tutta questa bellezza la getta poi in uno stato di pura adorazione perché il mondo raffigurato in esso è un luogo senza tempo: gli oggetti, i paesaggi, gli animali, le piante, gli uomini hanno vissuto in un tempo e in uno spazio ben determinati ma in quella tela continueranno a vivere per sempre, fissati per l’eternità. Ciascun quadro diviene così l’occasione di un incontro che stimola la riflessione; non è solamente un dipinto ma è una lana cardata, un tessuto il cui ordito è stato intrecciato una volta e che, forse, è ora pronto a riacquistare un’altra forma capace di colorare nuovamente il grigiore della vita quotidiana. I tre versi finali di questo testo sono anche molto illuminanti per identificare il modo in cui nasce la poesia di Anedda. L’io, proteso verso il mondo con lo sguardo, si affaccia dal balcone del proprio corpo per contemplare in silenzio la realtà e, come quando si trova davanti alle immagini di un dipinto, cerca dei particolari, dei dettagli che siano pronti a prendere nuova forma e consentano di creare mediante il concreto suono dei versi la trama di un nuovo tessuto.
Dunque, facendo propria la frase di Kafka «nella lotta tra te e il mondo scegli il mondo», inserita non a caso come epigrafe nella sezione Mondo del suo volume Dal balcone del corpo (p. 281), la poetessa si concentra sulla realtà incardinando la ricerca poetica sui dettagli a proposito dei quali, in un saggio a loro dedicato, dice:
Cosa ci colpisce in un dettaglio? cosa ci commuove? L’oscurità da cui il nostro sguardo lo salva? La sua potenziale trasformazione in un altro sguardo, in un’altra vita? E cosa diventa il dettaglio in chi scrive poesia, in cosa si traduce? Io credo in uno spazio nuovo, in una terra ulteriore, avvistata da uno sguardo sgombro da qualsiasi abitudine3.
Il dettaglio, diventato centrale per l’attenzione di chi lo guarda, finisce col trasferirsi altrove e, stimolando l’immaginazione, dà origine nelle sue trasformazioni metamorfiche a spazi e tempi che prima non si avvistavano e che possono ora divenire un nuovo luogo da abitare.
Questo approccio alla realtà, tipico della produzione di Antonella Anedda, emerge già in Residenze invernali, sua prima raccolta, come si può ad esempio vedere nella poesia posta in apertura del volume, Ora tutto si quieta, tutto raggiunge il buio, dove il suo sguardo poetico è fissato in particolare su due elementi che sono sempre centrali nei versi della poetessa: il buio e gli oggetti. Il primo, identificabile in questo caso specifico con la notte, risulta un simbolo ambiguo perché rinvia contemporaneamente all’impenetrabile mistero che avvolge il senso dell’esistenza umana ma anche alla pace anelata dagli uomini spasmodicamente ma da loro difficilmente trovata. Il secondo invece è concretizzazione del mondo fenomenico, dove i dettagli delle cose quotidiane rivelano spicchi di verità a chi ha la capacità di osservarle attentamente.
Non parlavo che al cappotto disteso
al cestino con ancora una mela
ai miti oggetti legati
a un abbandono fuori di noi
eppure con noi, dentro la notte
inascoltati4
L’io racconta un’esperienza abituale da lui vissuta nel buio: il suo parlare alle cose quotidiane nascoste dall’assenza di luce, nel tentativo di stabilire un rapporto con loro. Esse infatti, illuminate dal chiarore del giorno, restano fuori di noi e l’inerte materiale di cui sono fatte si anima solo attraverso la volontà di chi le usa. Non sono altro che docili strumenti sottomessi come servi alle nostre umane necessità. Nella notte invece questi oggetti inutilizzati restano come abbandonati al loro destino di cose. Tuttavia anche nel buio si avverte la loro silente presenza; essi in effetti sono «fuori di noi/eppure con noi» e nel nostro pensiero assumono una funzione rivelatrice. La poetessa continua a parlare con loro, col suo cappotto disteso e vuoto, privo del corpo che di solito avvolge, col cestino contenente ancora qualcosa fonte di nutrimento e nel pensarli vede in loro rappresentata la stessa condizione esistenziale degli uomini. Noi siamo anime residenti in un corpo destinato a rimanere vuoto ed inerte quando entreranno nel buio della morte. In quel momento il suono della vita svanirà mostrando tutto il nulla dell’esistere. Allora anche la voce umana come quella delle cose, pur rimanendo inascoltata nel buio, continuerà a parlare alla vita e la sua invisibile presenza verrà avvertita solo da chi sarà teso al loro ascolto. La quiete della notte è un momento di tregua dalla fatica dell’esistere, una illuminante pausa rivelatrice di verità esistenziali che la pace interiore è in grado di rendere per un po’ più accettabili.
La centralità del tema del buio e del balcone/finestra, veri e propri ponti di raccordo tra realtà interna ed esterna, tra mondo fenomenico e noumenico, luoghi da cui ci si può affacciare e osservare il reale, è evidente anche in Vedo dal buio e in Siedi davanti alla finestra, due componimenti inseriti in Notti di pace occidentale. Questa raccolta del 1999 denunciava già con il suo titolo amaramente ironico l’ipocrisia di una pace fittizia e solamente apparente vissuta nel nostro occidente negli anni delle guerre del Golfo, della Bosnia o del Kosovo, una pace che a chi come Anedda spingeva lo sguardo al di là dell’orizzonte eurocentrico sembrava in realtà una «tregua atterrita», uno spazio di tempo «che si stende tra il peso del prima /e il precipitare del poi», una sosta intermedia di una violenza militare già pronta a riprendere, una pausa precaria che non faceva sentire protetti ma incuteva, anzi, timore, spingendo alla ricerca di un rifugio, come accade a chi è colto improvvisamente da uno scroscio di pioggia. Essa è una «distrazione di visi contro i vetri / mentre batte la pioggia», un «transito» la cui meta è del tutto ignota5.
Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo – al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai piedi
una terra lontanissima
– promessa6
In questi versi, fondati su una insistente opposizione tra i termini antinomici buio/luce, silenzio/suono, materialità dell’esistere/aspirazione alla terra promessa, luogo lontanissimo e inconquistabile dove la felicità sarà finalmente possibile, il corpo appare come una scure che, abbattendosi sulla luce, rende il buio il balcone più radioso dal quale si possono scorgere le più profonde verità. Sulla forza di questa verità svelata dallo sguardo si fonda anche la poesia Siedi davanti alla finestra, tutta centrata sull’atto del guardare. In essa la poetessa invita inizialmente sé stessa, ma anche il lettore, a sedere davanti ad una finestra e a guardare il mondo sopportando la disperazione derivante da questo sguardo. Esso in effetti, offrirà delle scomode certezze che ci imporranno l’accettazione di quanto scoperto. All’origine di tale affermazione c’è una situazione poetica tipicamente leopardiana: l’osservazione del sorgere della luna in cielo7. Il moto celeste degli astri, come la vista di tutto quanto appartiene al ciclo biologico della vita, non offre all’uomo scudi difensivi contro il dolore esistenziale ma rende evidente che esso è inamovibile. La luna allora con il suo percorso cosmico trasferisce in una lingua per noi più comprensibile una verità che altrimenti non vedremmo: l’inconsistenza dell’esistere. La semplice sua presenza in cielo è un atto di traduzione simile a quello che la poetessa ha appena fatto sul libro posto sopra il suo tavolino. L’immagine del muro davanti a questo volume aperto assume una connotazione fortemente simbolica perché rappresenta la barriera che separa l’uomo dall’inconoscibile. Così, nella vista della luna si stabilisce una relazione tra la materia e il pensiero e si crea l’attesa di una rivelazione che brucia l’anima senza però darle ragguagli sul senso dell’esistere. Da ciò il tormento testimoniato dai fogli dell’enciclopedia del sapere, un supplizio sempre accompagnato dal suono musicale della voce con cui ci parla il reale e da luci che ci restano ostili perché incapaci di rischiarare completamente il nostro buio.
Siedi davanti alla finestra
Siedi davanti alla finestra
guarda, ma accetta la disperazione:c’è verità nella luna che sale
eppure non si alza a scudo sul dolore
si traduce-
come ho appena tradotto dal libro aperto verso il muro-
semplicemente unisce il tavolo al pensiero
in un’attesa che arde ma non spiega
e tormenta ogni foglio dentro l’aria
con musica di abeti, luci ostili8
Quali possono essere allora le ragioni dello scrivere? Anedda ha affrontato tale tematica in molteplici occasioni cercando di spiegare la funzione che ha inteso assegnare alla sua attività poetica. Veramente significativa a questo riguardo è la lirica Se ho scritto è per il pensiero, inserita anch’essa in Notti di pace occidentale. All’interno del componimento infatti si trova un importante ed esplicito riferimento a Traducendo Brecht di Franco Fortini, poeta che per molti aspetti è considerato dalla nostra poetessa modello e maestro. In tale lirica l’autore, preoccupato dagli effetti del boom economico esploso negli anni Sessanta, un fenomeno che in un clima di pacificazione sociale solo apparente aveva messo a tacere tutte le lotte di classe e le rivendicazioni politiche delle forze di sinistra, denunciava con grande amarezza che la poesia non era ormai più in grado di farsi strumento di reale cambiamento dell’ordine politico, come avveniva invece nelle opere di Brecht. Eppure, nonostante gli sembrasse che non ci fosse più posto per un poeta militante civilmente impegnato, apostrofava così sé stesso «Scrivi mi dico […] La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi»9. Questo imperativo categorico interiore, in lui generato da un’intima necessità di continuare a farsi voce della collettività, di non venir meno al dovere di testimoniare, è una forma di resistenza attiva profondamente condivisa da Anedda. Anche lei infatti, sebbene convinta della sostanziale inutilità della scrittura, di fronte alla fittizia pace di un occidente che rimane impassibile e sordo a guardare con distacco i conflitti che stanno avvenendo ai suoi confini, sente l’obbligo morale di continuare coraggiosamente a scrivere.
Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
– da brughiera –
sulla terra del viale.Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato10.
Nei versi il soggetto poetante è soprattutto mosso da due differenti percezioni: la preoccupazione per un buio incombente piombato sulla testa di uomini solo apparentemente felici e una rispettosa pietas, una compassione per le sofferenze di quelli che da quel buio sono oppressi, calpestati e messi al muro. Tale buio coincide certamente con la guerra che offusca con la sua crudeltà la serena tranquillità della sana convivenza civile, ma anche con il senso di nullità dell’esistere che vanifica qualsiasi capacità d’azione. Pur nella difficile situazione che ha di fronte agli occhi l’io sente però comunque impellente la necessità della scrittura per cercare una comprensione più profonda delle cose che apra un varco di accesso al misterioso enigma dell’esistere; per rispondere ad un grido d’allarme lanciatogli da quanto vede; per la percezione di un sentimento di consonanza con quella sofferenza anche da lui condivisa. Le motivazioni dell’impegno non sono legate esclusivamente alle contingenze storiche ma anche alla consapevolezza che il senso di inermità dell’uomo può essere contrastato solamente con la forza del coraggio e un paziente tentativo di rendere un po’ più leggero il peso del deserto della vita.
Invece in Geometrie, lirica inserita in Historiae, la motivazione della scrittura viene identificata nel bisogno di fronteggiare la «dismisura delle cose», che acuisce la nostra percezione della piccolezza e della fragilità umana. Come contrastare lo sgomento prodotto da questa dismisura? Anedda ritiene che si possa tentare di farlo scendendo nel baratro delle cose, penetrando cioè nella loro profondità nella speranza di riuscire a stendere una mappa geometrica del mondo che consenta di orientarsi, pur nella consapevolezza che questa aspirazione rimarrà per vari aspetti un sogno inappagato.
Davanti alla dismisura delle cose cerco di provvedere,
scendo nel loro baratro. Ogni volta riemergo
con il metro, il compasso, la mente piena di cifre.
Mi struggo per la geometria, mi ostino inutilmente
a calcolare l’area del cubo, del parallelepipedo,
del prisma, nomi di un’aria di cristallo priva di veleno.
È un sogno infantile di teorema,
un innesto di mondo su un segmento di radice.
Se la osservi rimanda a un’equazione, al suo quadrato,
con l’ala dei numeri che svetta su ciò che è smisurato11.
Il testo, che è dominato da parole appartenenti al campo semantico della matematica e da un desiderio di misurare il mondo, presenta la poesia come un modo per andare più a fondo nelle cose. Essa sembra nascere dalla volontà di scoprire il teorema che con i dati forniti dall’osservazione del reale permetta di calcolare l’area geometrica del cosmo svelandone il significato. Questa faticosa operazione è però inutile, definita «un sogno infantile» perché in realtà il senso dell’esistente resta del tutto inafferrabile, inclassificabile. La chiarezza del pensiero è una pia illusione. I numeri e le cifre ci forniscono solo «un innesto di mondo su un segmento di radice», un modello di reale non corrispondente al reale. «Davanti alla dismisura delle cose» il pensiero umano si arrende, annaspa, traccia linee, disegna angoli e curve, ma le forme geometriche non trovano poi riscontro nella varietà della vita; la spiegazione razionale resta inappagante. Nonostante l’ostinazione dell’io che continua a struggersi per conoscere la realtà, tutti gli sforzi sono vani e il reale rimane sconosciuto: l’intelletto umano sconfitto resta escluso dalla comprensione dell’esistere.
Che fare allora? Come riuscire a scorgere uno squarcio di luce da noi sempre tanto agognato? Qual è oggi il compito di un poeta? Una possibile risposta a queste domande ci viene forse fornita dalle parole pronunciate da Anedda nel 2015 nell’intervista da lei rilasciata a Francesco Meringolo per la rivista on line «Avanti» e nella poesia Pindaro dice che il poeta deve custodire come un drago inserita nella raccolta Historiae.
Nella prima, all’intervistatore che le chiedeva quali fossero gli sprazzi di luce che un poeta può aprire per rischiarare ed illuminare la fragilità umana la poetessa rispose:
La luce a cui penso è quella degli orti e del mare, le luci dei porti e delle case, una luce concreta, totalmente terrena. Non ci sono luci sovrannaturali, almeno per me, e devo dire che non cerco nessun salvacondotto, né mi sento in grado di dare speranza. In quanto al compito del poeta, proprio non lo so e la parola compito non mi è mai piaciuta, meglio dovere… O dire quello che “resta da fare”, come ha teorizzato Saba. Ieri però ho letto che Pindaro dice “il compito della poesia è essere il drago che custodisce i pomi delle Muse…12.
Queste parole finali rinviano esplicitamente alla poesia Pindaro dice che il poeta deve custodire come un drago in cui emergono chiaramente i limiti del ruolo del poeta ma anche la resilienza della poesia.
Pindaro dice che il poeta deve custodire come un drago
i pomi delle Muse, ma io cresciuta tra i cristiani
ho trafitto la mia parte di drago scalzando bene le scaglie
come faccio nel lavabo con i pesci.
Un gesto poco santo ma chirurgico
per il quale ci vogliono guanti, forbici
e molta acqua corrente.
È ascoltando il suo scroscio che inizio a meditare.
Fisso le piastrelle azzurre che ho di fronte
senza pensare al tempo, anzi pensandoci,
solo murandolo, quadrato per quadrato
nello smalto che isola i fornelli.Mettiamoci al lavoro dico a me stessa.
Butto nell’olio i pesci
e guardandoli friggere penso a ciò che deve fare il poeta
a quella custodia di pomi, a quelle Muse.
È chiaro che non c’entra il drago,
semmai ci vuole una gallina,
la bestia che cova l’uovo dei versi:
bianco di vuoti, rosso per le parole13.
Nel mondo contemporaneo, morto ormai l’antico mito del vate difensore e custode della bellezza e delle Muse, il poeta ha dovuto inevitabilmente prendere atto della prosaicità della realtà e avere piena coscienza dei propri limiti. Questa consapevolezza, ben stigmatizzata nel testo ironicamente con la situazione domestica descritta dalla poetessa che ci si presenta mentre in modo chirurgico tenta con guanti e forbici di ripulire i pesci dalle loro squame. Le riflessioni dei suoi versi non nascono alle pendici del Parnaso ma nella sua cucina stimolate dall’ascolto dello scroscio dello scorrere dell’acqua nel lavabo. Ciò rende quanto mai evidente che ormai non esiste più il drago di cui parlava Pindaro. Il poeta non può far altro che porsi in ascolto del reale ed osservarlo con minuzia. La prospettiva potrebbe sembrare poco attraente ma Anedda esorta comunque sé stessa al lavoro. Mentre osserva i pesci da lei sapientemente squamati friggere nella padella, pensa alla reale condizione degli uomini e a cosa sono diventate le Muse esaltate dal poeta greco. Ormai per custodirle non occorre più un drago, definitivamente trafitto, ma sono necessari il coraggio e la pazienza di chi cova versi riempiendoli del vuoto umano ma anche del rosso sangue delle sue parole.
* Fotografia in copertina di Corrado Foffi.
Note
1 Nel blog Scritture di Marco Ercolani, autore di Fuochi complici, Il Leggio, Chioggia 2019.
2 A. Anedda, “A” Adorare (le immagini), in Il catalogo della gioia, in Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2023, p. 172.
3 A. Anedda, La vita dei dettagli, Donzelli, Roma 2009.
4 Anedda, Ora tutto si quieta, tutto raggiunge il buio, in Residenze invernali, in op. cit., p. 19.
5 Anedda, Correva verso un rifugio, si proteggeva la testa, in Notti di pace occidentale, in op. cit., p. 96.
6 Anedda, Vedo dal buio, ivi, p. 93.
7 Si veda soprattutto Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia. Qui il poeta, mentre contempla il moto della luna in cielo, rivolgendosi a lei che forse comprende il senso dell’esistere, le dice: «Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore / rida la primavera, / a chi giovi l’ardore, e che procacci / il verno co’ suoi ghiacci. Mille cose sai tu, mille discopri, / che son celate al semplice pastore» (vv. 73-78).
8 Anedda, Siedi davanti alla finestra, ivi, p. 121.
9 Franco Fortini, Traducendo Brecht, in Una volta per sempre, Mondadori, Milano 1963, vv. 14-22. In questi versi al pessimismo della ragione viene affiancata la forza di volontà che riafferma il valore della letteratura.
10 Anedda, in Notti di pace occidentale, in op. cit., p. 115.
11 Anedda, Geometrie, in Historiae, in op. cit., p. 470.
12 Francesco Meringolo, La voce di Anedda Angioy, 4 maggio 2015.
13 Anedda, Pindaro dice che il poeta deve custodire come un drago, in Historiae, in op. cit., p. 526.
Danila Saracini
Danila Saracini (Portorecanati, 1956) si è diplomata al Liceo classico di Recanati, a cui deve in parte il suo immenso amore per Leopardi. Laureatasi in Lettere classiche a Macerata, è diventata docente di Lettere. Al 1989 è approdata al Liceo scientifico «Galilei» di Ancona, dove ha accompagnato per più di trent’anni gli allievi tra le pagine della letteratura italiana e le parole dei classici latini e greci. Dal 2021 è in pensione ma l’amore per l’insegnamento e per la relazione educativa l’ha spinta a continuare a collaborare in varie forme a diversi progetti scolastici. Da tre anni, rispondendo al desiderio di ex alunni, ha dato vita al gruppo «Tisane letterarie» organizzando incontri quindicinali online e in presenza su tematiche culturali affrontate in maniera interdisciplinare. In collaborazione con l’associazione Nie Wiem e il festival internazionale di poesia «La punta della lingua», propone il progetto laboratoriale «Adotta l’autore» nelle scuole secondarie di II grado, teso alla divulgazione della poesia nelle nuove generazioni. Nell’anteprima del festival organizza «Itinerari poetici», dedicati all’ospite speciale. Quest’anno ha coltivato la sua passione per le lingue classiche collaborando con l’Istituto teologico marchigiano e tenendo lezioni di greco e latino.

