Verso Antonella Anedda ⥀ Sesta tappa: Historiae
Pubblichiamo la sesta tappa dell’itinerario condotto da Danila Saracini alla scoperta della poesia di Antonella Anedda per il pubblico del festival di poesia La Punta della Lingua 2025. La registrazione dell’incontro con Anedda e del suo reading, avvenuti il 30 giugno 2025 ad Ancona, sarà presto disponibile sul nostro canale YouTube (qui). Tutti i contributi sono raccolti qui
La raccolta Historiae, del 2018, ci permette sia di riprendere tematiche già affrontate precedentemente sia di sviluppare riflessioni conclusive sul nostro itinerario conoscitivo. Il volume, come si evince già dal titolo, è ispirato dalla rilettura estiva delle opere storiografiche di Tacito che, in una forma asciutta e drammatica, raccontavano gli orrori, i conflitti e i massacri del potere imperiale romano del I secolo a.C. Anche Anedda di fronte alla violenza spesso dominante nelle cronache quotidiane, al pari del grande storiografo latino, desidera, «sine ira et studio» (senza animosità e faziosità)1, in modo cioè obiettivo e imparziale, libero da trasporti emotivi personali o pregiudizi, rivolgere il suo sguardo sul presente nel tentativo di esaminarne le dinamiche interne per comprenderle più profondamente. A suo parere, infatti, solamente la «nudità dei fatti», un’osservazione spassionata, può riuscire a offrire conforto non illusorio alle sofferenze esistenziali umane, come lei stessa spiegava a Pasquale di Palmo in un’intervista rilasciata alla rivista «Succedeoggi». In essa, alla richiesta dell’intervistatore di un commento sulla sua poesia Annales, disse: «Tacito nelle Historiae racconta un mondo per disordine, crudeltà, inganni, molto simile al nostro, ma il suo linguaggio è tanto conciso, la sua sintassi tanto perfetta che appunto rileggerlo durante questa estate in cui non passava giorno senza sangue, era quasi una cura»2.
Rileggendo Tacito durante questa estate di massacri
il conforto veniva dal latino, la nudità dei fatti,
l’assenza o quasi di aggettivi,
il gerundio che evita inutili giri di parole.
Confrontando la traduzione con l’originale,
il testo italiano colava più lentamente sulla pagina.
In giorni pieni d’insegne levate in diversi schieramenti
la sintassi agiva come un laccio emostatico,
frenava enfasi e lacrime.
Sestilia, la madre dei Vitelli, non esultò ci dice Tacito,
mai per la fortuna, sentì soltanto le sventure familiari.
Il grigio libro di Tacito
scritto quando il suo autore aveva sessant’anni
dice soltanto ciò che deve. Sul grigio orizzonte
degli Annales non c’è posto per i paesaggi o per l’amore:
Ci cura questa forma lapidaria:
«La radicata cupidigia dei mortali,
i premi ai delatori non meno abominevoli dei crimini,
il metallo che decreta l’oro»3.
La rilettura di Tacito con la sua lingua ormai morta che deve essere trasferita in un’altra lingua, con la sua minuziosa analisi e ricostruzione di fatti storici osservati nella loro nudità, con lo stile essenziale e diretto che dice solamente «ciò che deve», è per la poetessa confortante perché le parole, nella loro asciuttezza, acquistano la funzione di «un laccio emostatico». Frenando l’enfasi e le lacrime di fronte ai massacri della storia e agli effetti di lotte di potere con le «insegne levate in diversi schieramenti», si può, infatti, evitare che le passioni prendano il sopravvento e impedire che esse, sottoponendoci al loro dominio, limitino la nostra capacità di giudizio. A riguardo è citato l’esempio del comportamento della madre dei Vitelli, Sestilia, che piuttosto che esaltarsi per i successi dei figli preferì soffrire per le sue sventure familiari. A dare conforto è pertanto la capacità di guardare con distacco, con il ciglio asciutto e senza false illusioni, la dura realtà della «radicata cupidigia» degli uomini e delle ingiustizie storiche e sociali che spesso costellano il cammino dell’evoluzione umana. Solo da questa verità può nascere una forma di resilienza.
Anche Anedda come Tacito nel suo volume guarda con distacco ed esamina senza faziosità le tragedie collettive del nostro presente, come si può vedere per esempio in componimenti come Esilii o Confini, dove l’io, concentrando il suo sguardo poetico su eventi di stringente attualità, riesce a esprimere in modo chiaro e netto una forte esecrazione sempre accompagnata dalla dura consapevolezza della condizione esistenziale umana. Il primo testo è dedicato al problematico fenomeno dell’immigrazione di massa verso i Paesi occidentali con un tragico bilancio di morti in mare che hanno progressivamente trasformato il Mediterraneo in un vero cimitero all’aria aperta. Il secondo riflette invece sulle tante stragi di cui riceviamo notizia quotidiana attraverso le immagini televisive e che spesso guardiamo con poca attenzione se non, addirittura, con indifferenza.
Esilii
…plenum exiliis mare, infecti caedibus scopuli.
Tacito, Historiae, I,2.Oggi penso ai due dei tanti morti affogati
a pochi metri da queste coste soleggiate
trovati sotto lo scafo, stretti, abbracciati.
Mi chiedo se sulle ossa crescerà il corallo
e cosa ne sarà del sangue dentro il sale.
Allora studio – cerco tra i vecchi libri
di medicina legale di mio padre
un manuale dove le vittime
sono fotografate insieme ai criminali
alla rinfusa: suicidi, assassini, organi genitali.
Niente paesaggi sotto il cielo d’acciaio delle foto,
raramente una sedia, un torso coperto da un lenzuolo,
i piedi sopra una branda nudi.
Leggo. Scopro che il termine esatto è livor mortis.
Il sangue si scioglie in basso e si raggruma
prima rosso poi livido infine si fa polvere
e può – sì – sciogliersi nel sale4.
Come in Annales, anche qui siamo messi di fronte a un esplicito riferimento a un’opera tacitiana. In questo caso a essere ricordato è un passo del proemio delle Historiae del quale è riportata in esergo la citazione. Essa ci mette di fronte ad un mare pieno di «esuli» (l’uso del termine «exiliis», rilevante perché usato nel titolo, sottolinea che l’allontanamento di questi uomini dalle proprie terre d’origine è forzato, una vera condanna) e a scogli insanguinati da stragi, due immagini in cui la poetessa vede ben stigmatizzato il dramma odierno dell’immigrazione di massa, sul quale intende riflettere. Il fenomeno appare sviluppato in tutta la sua drammaticità attraverso un’osservazione spassionata di un fatto di cronaca: due migranti affogati, trovati stretti abbracciati sotto lo scafo della barca su cui viaggiavano, una posizione che testimonia come nelle sofferenze si cerca la condivisione affettiva con l’altro. Il pensiero dell’io non si concentra però sull’evento in modo sentimentale ma va alla ricerca scientifica di quello che accadrà a quei corpi ora sommersi nell’acqua marina e di quale fine farà il loro sangue. La risposta al quesito razionale è cercata sul manuale di medicina legale del padre, ma la ricerca finisce comunque con il mostrare l’ingiustizia e tutta la disumanità del mondo. Questo giudizio morale viene espresso nel testo non attraverso una critica esplicita ma con un’attenta osservazione dell’apparato iconografico che pone davanti agli occhi del lettore delle figure di morti collocati in un ambiente asettico, senza alcuna distinzione tra vittime e carnefici. Tale ingiustizia, deprecabile sul piano sentimentale, richiama alla memoria gli aspri rimproveri rivolti dal poeta Ugo Foscolo nel carme Dei Sepolcri ai cittadini milanesi incapaci di dare una sepoltura dignitosa al grande Parini5. Anche nel nostro mondo attuale «dorme il furor d’inclite geste» e «l’opulenza e il tremore» sono diventati i «ministri al vivere civile» (vv. 137-40), anche noi siamo diventati incivili e abbiamo dimenticato il valore del rispetto dei morti come dimostrato dall’episodio di cronaca che ha dato origine a questi versi di poesia civile di Anedda. Nell’ultima parte del testo ciò che l’io “scopre” con il suo studio razionale è che i mortali sono fatti di polvere e che con la morte il loro sangue si raggruma e può sciogliersi alla fine nel sale, come avverrà ai due migranti affogati. L’unico elemento che può ricondurci a migliori comportamenti è la consapevolezza del nostro essere mortali.
In Confini, invece, a offrire uno spazio alla riflessione è un telegiornale serale. In attesa di andare a letto, ancora impegnata nelle sue faccende quotidiane la poetessa apprende dalla tv la notizia di una delle tante stragi che insanguinano ogni giorno la nostra civiltà e vede sullo schermo brutali immagini di guerra, macerie, morte e desolazione. Lo scorrere nella stanza buia di quei «visi morti e morti vivi» diventa allora per lei una testimonianza dell’eterna permanenza dello spirito ferino del genere umano che spesso accogliamo nella nostra vita con indifferenza dimentichi del nostro cammino di progresso civile. Quei «corpi nudi» diventano per lei «spettri» del passato che tornano moltiplicati ad assediarci e si affollano privi di nome (e dunque invincibili perché non identificabili) ai confini del nostro impero il cui sfavillio di luci in questa «età del ferro che ci irradia» è pura apparenza. Il loro accerchiamento è arginato dagli assediati accumulando ricchezze che si trasformano in monumentali tombe che saranno perenni testimoni non della loro grandezza ma di inciviltà.
L’ennesima notizia della strage arriva questa sera
nell’ora in cui messi gli ultimi panni in lavatrice
si scoperchiano i letti per dormire.
Sullo schermo del televisore unica luce nella stanza buia
scorrono visi morti e morti vivi, lampi di armi,
corpi nudi e dentro ai calcinacci un cane.
La storia moltiplica i suoi spettri, li affolla
ai confini degli imperi nell’èra di ferro che ci irradia.
Ha inizio un assedio senza nome.
Acque reflue, alluvioni, rocce spaccate
in cerca di petrolio. Resistono gli schiavi
intenti a costruire le nostre piramidi di beni6
Questa triste riflessione sulle vicende della storia collettiva è affiancata da quella sulla sofferenza dei singoli individui o sul destino di morte connaturato all’esistenza umana, come accade per esempio in Perlustrazione 1.
Entro con mia madre nella morte. Lei ha paura.
Cerco nella mia filosofia qualcosa che ci aiuti,
parlo della cicuta e degli stoici,
dico la solita frase che quando noi ci siamo, lei,
la morte, scompare, ma non funziona
anzi cresce dentro di me il terrore.
Aspetta, le dico mentre dorme ora vado a guardare.
Perlustro la zona (sarà quella?)
solo per constatare che non c’è difesa,
che il suo spazio, quello che la fisica dice
sia presente fin da quando nasciamo,
è sguarnito di ogni compassione
e il tempo è davvero il buco che divora.
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore7.
Questa volta l’io è impegnato in una vera e propria ricognizione a cui lo spinge un evento spaventoso che sta per affrontare: la morte della madre. Mentre la accudisce in ospedale sente di condividere con lei una percezione di paura che cerca di acquetare facendo ricorso alla filosofia o a frasi di circostanza. L’espediente disgraziatamente non funziona e allora lei, pur terrorizzata, tenta di rassicurare la madre approfondendo l’ispezione. Il luogo in cui si muove però le fa sorgere molti dubbi e il pattugliamento ha purtroppo esiti negativi. Può infatti solo constatare che lo spazio della morte, che ci accompagna sin dalla nascita, è sguarnito di compassione. Lo scorrere inesorabile del tempo ci inghiotte in un buco nero destinato a divorarci. Così non le resta che stendersi supina nel letto di morte della madre, come cercando in lei un punto di appoggio, per vivere insieme il momento in cui il suo corpo diventerà di pietra e smetterà di emanare l’odore che lo contraddistingue.
Il discorso poetico comunque è sempre originato dallo sguardo puntato sul quotidiano, osservato con minuziosa e attenta perlustrazione interiore mai narcisistica ma tesa a sviluppare contenuti di interesse generale e desiderosa di farsi voce collettiva, come si può vedere in componimenti come Nel freddo, Dicembre, Sciami, fotoni.
Il primo è una riflessione sulla transitorietà umana che un tu generico, identificabile sia col lettore sia con il soggetto lirico, è invitato a riconoscere e accettare pensando ai morti e al loro correlativo oggettivo, cioè ai vivi che vede incamminarsi sotto la pioggia verso la loro casa alla luce di qualche lampione. L’esortazione è a scrutarli quando si fermano liberi dal tran tran quotidiano e a seguirli fin dentro alle loro case, nell’intimità delle loro vite. Se lo farà capirà che gli uomini non sono nient’altro che atomi illusi di essere eterni e invece destinati a perdersi nelle incessanti trasformazioni cosmiche dell’universo. È interessante osservare che nel verso finale l’io, sostituendo la forma impersonale con la prima persona plurale, mostra di sentirsi accomunato alla condizione del resto degli uomini.
Nel freddo
I
Pensa i morti e questi vivi che vanno verso casa
tra la pioggia e i lampioni, osservali
solo per un momento quando i gesti si fermano
dentro il suono del traffico e dei tuoni,
seguili nelle stanze ora dense di offese,
ora di amore, atomi che pensiamo perdurino
e che invece si perdono nel vuoto
che ci scuote al vento delle stelle e dei pianeti8
In Dicembre o in Sciami, fotoni Anedda concentra invece l’attenzione poetica sul perenne senso di vuoto, sulla paura e il buio che avvolgono gli uomini gettandoli perennemente nel dolore esistenziale, percezioni negative che sono però fortunatamente accompagnate talvolta da improvvise e inaspettate luci capaci di aprire nuove prospettive e offrire momenti di tregua.
Dicembre
Dicembre, non ancora Natale, e neppure Hanukkàh.
Ancora poche luci accese nelle strade,
nessuna slitta con renne sui vetri dei negozi.
Al posto della neve pioggia nera battente,
a cui sfuggire mentre i passanti ci respingono.
Niente abeti, ma platani macchiati dal loro cancro bianco.Può stupire non associare tutto questo alle tenebre,
al vuoto, alla paura. Eppure il buio non è buio,
l’acqua non è disagio, né l’indifferenza un’offesa.
Succede a volte fino a che siamo vivi,
di provare una pace inspiegabile. Forse la letizia
di cui parlano i santi e che non chiede niente,
è solo attenta, premuta sulla terra, distante dalle stelle9.
La riflessione poetica trova qui origine in un’attesa ancora delusa dell’arrivo delle feste natalizie. È ormai dicembre ma per chi si guarda attorno il paesaggio è veramente sconfortante: poche luci, vetrine disadorne, cielo nero e pioggia battente che spinge a cercare riparo tra l’indifferenza degli altri; nessun sentore della quiete offerta dal candore della neve; non abeti addobbati e festanti ma platani ammalati. Eppure, in questo quadro deprimente, ci si può inaspettatamente stupire per una condizione interiore inattesa. La poetessa non prova sconforto né paura, non avverte il senso di vuoto che si attenderebbe; il buio, la pioggia e la noncuranza dei passanti non sembrano scalfirla. Ne conclude che, nonostante il dolore esistenziale sia inamovibile, inspiegabilmente accade talvolta di avvertire una sensazione di pace derivante semplicemente dal sentirsi vivi: il sapore della vita attutisce momentaneamente il peso dell’esistere. Tale percezione è alla fine equiparata a quella di cui ci parlano i santi, una sorta di estasi interiore data dal non sentire nessuna necessità, una specie di tregua dal dolore che resta, comunque, «distante dalle stelle».
In Sciami, fotoni la riflessione dell’io è indotta dall’osservazione cosmica a cui si allude sin dal titolo. Il cielo è avvolto in un’immensa pace e non c’è traccia sonora o visiva delle collisioni intergalattiche. Non si vedono le linee percorse dai pianeti in transito; l’unica cosa che si avverte è un leggero fruscio simile a quello delle foglie. A produrlo è il nostro respiro prima ansante per il desiderio di raggiungere quella lontananza ma a poco a poco rallentato per la percezione dell’irraggiungibilità delle stelle. Ne nasce una meditazione dettata dalla delusione, da un’aspirazione inappagata. Si tratta di uno dei tanti lutti dei mortali, di una vita segnata dalla mortalità, da perdite che restano inosservate nel macrocosmo tutto teso al suo movimento eterno. Eppure, come in Dicembre, nel bel mezzo di queste tragiche considerazioni l’io poetico vede improvvisamente una luce apparire all’angolo del proprio letto. Quel guizzo luminoso fa pensare che il sole sta cercando in silenzio di indicare nel buio una strada dove «non esistono pronomi», volta cioè al raggiungimento di uno spazio illuminato dall’estinzione del sé. Lo sguardo rivolto al macrocosmo rende, dunque, l’uomo più consapevole della sua pochezza ma gli offre anche la possibilità di trovare inaspettatamente una via che dissolve il buio.
Sciami, fotoni
Gas che collidono, tempeste, scontro di comete,
in questo cielo curvo che ci appare in pace
nessuna eco, nessun solco d’aratro,
nessun tragitto di linfa
dalla radice del platano al suo nero,
solo uno stormire di foglie
fino alla stella irraggiungibile
dove il tuo respiro rallentava.
Alla fine dell’inverno, senza neve
– è solo un altro lutto – mi dicevo – inosservato
nel mondo che si intreccia al gelo.
All’improvviso invece in un angolo del letto
è apparso il sole, scavava silenzioso una sua strada
verso un luogo dove s’irradia luce
e non esistono i pronomi10.
Nella raccolta, come sempre nella produzione di Anedda, è ancora molto presente anche la riflessione sull’astrattezza del nome e sull’estinzione del sé a cui allude il verso finale del componimento appena letto, approfondita in particolare nel coro conclusivo della sezione Concerto per paura, coro e voci di Salva con nome11. L’estinguersi dà tregua alla sofferenza aprendo nuovi spazi e prospettive, come viene ribadito in Nuvole, io I e II, poesie tra loro legate perché in esse alla dura consapevolezza dell’inconsistenza dell’io segue un’esperienza visionaria nella quale il soggetto lirico viene sbalzato per un attimo in uno spazio senza tempo, abbagliato da un lampo di luce.
Nuvole, io
I
Il documento viene salvato, lo schermo torna grigio,
lo stesso grigio topo del cielo.
Adesso mi alzerò per sparecchiare.
Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica
ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome.
Al massimo lo declino al plurale. Dico noi
e mi sento falsamente magnanima.
Dire voi o tu mi dà disagio come accusare.
La terza persona mi confonde ogni volta con il sesso.
Alla fine torno all’io che finge di esistere,
ma è una busta come quelle usate per la spesa
piena di verdura o pesce surgelato.
Io con l’io mi nascondo
chiamando a raccolta quello che sappiamo:
abbiamo paura, ancora non è chiaro come finirà la storia.
Dunque riapro la finestra dello schermo,
ritrovo il documento, esito davanti alla tastiera.
Salvo in una nube l’insalvabile12.
L’identificazione io/nuvole del titolo evidenzia subito la transitorietà e la inconsistenza di un io del quale la poetessa vorrebbe disfarsi come prescritto dalle critiche odierne. Il suo intento è però molto faticoso da raggiungere perché questo pronome è l’unica cosa che possiede. Cerca allora di usarne altri ma ognuno di essi le sta stretto, con nessuno riesce a identificare sé stessa nella sua totalità. Così ritorna all’io che gli uomini fingono di essere e tenta di salvarlo, di fissare la sua immagine, essa però si perde scomparendo nel grigiore di uno schermo che facendogli da specchio la fa sentire un’informe busta di plastica che prende forma a seconda della spesa che la riempie, un’accozzaglia caotica di ciò che si è comprato per la propria sopravvivenza. Con questo io fittizio l’Io nasconde a sé stesso la propria inconsistenza cercando di ammassare ciò che sa di lui per allontanare la paura prodotta dal non sapere chi è. Così, pur consapevole della finzione, l’io apre la finestra del computer e salva in un’aerea nube l’insalvabile. Il successivo componimento riprende la tematica introducendole con una citazione posta a esergo. Si tratta di un verso della cantica del Purgatorio in cui Dante, ascoltando le anime purganti che cantano il Te lucis ante (canto liturgico della sera con cui si chiede al Creatore di allontanare gli incubi notturni), è a tal punto rapito da dimenticare quasi sé stesso, trasportato fuori dalla sua corporeità. Vive dunque un’esperienza emotiva che lo porta all’oblio di sé, una condizione interiore molto cara ad Anedda, da lei vissuta in rari e bellissimi momenti e ora descritta nei versi che seguono. La prima percezione avvertita è il sentirsi sbalzata in uno spazio sconosciuto all’interno del quale non riesce neppure a vedersi e da lei osservato da una sorta di riquadro abbagliata da una luce. Poi si pone di spalle e punta lo sguardo verso un orizzonte che mai nessuno ha visto. Quando la visione finisce, tornata di nuovo in riva al mare, interrogandosi su quanto vissuto, frastornata dal tempo che sembra aver ripreso a scorrere, lascia comunque la sé stessa prima intravista in quel laggiù ormai perduto, partecipe indisturbata di quello spazio. La conclusione richiama alla memoria i versi finali dell’Infinito leopardiano: «[…] tra questa / immensità s’annega il pensier mio: / e il naufragar m’è dolce in questo mare»
Nuvole, io
fece me a me uscir di mente
Dante, Purgatorio, VIII, 15II
La sabbia quasi nera, il mare di cobalto.
Di colpo ero via da me stessa mi ero uscita di mente
in uno spazio che ancora non riconoscevo.
La pioggia all’improvviso quasi fossimo al Nord
e io non c’ero. Guardavo da un riquadro le cose
ero abbagliata da un lampo di magnesio dentro il cielo.
Lei, la me stessa con i piedi gelidi nell’acqua
non si muoveva frastornata dal vento.
Restava di spalle con lo sguardo puntato a un orizzonte
che solo lei vedeva. Allora ho ritirato i sandali,
l’asciugamano incrostato di sale. La pioggia finiva,
una nuvola schiariva nell’aria grigio-chiara.
Era tornato il tempo? scorreva nuovamente qualcosa?
Ho lasciato me stessa laggiù, indisturbata13.
Un’ultima riflessione va fatta sullo spazio dedicato nella raccolta a temi di poetica già in precedenza affrontati, temi che ritroviamo ad esempio in Pelle, polvere, dove la poesia viene equiparata a polvere di atomi sparsi, la stessa che costituisce l’intero universo. In questi versi le parole sono assimilate alla pelle del corpo umano, assoggettate anche loro alla perenne trasformazione di ciò che esiste a una transitorietà che l’uomo cerca ostinatamente di non vedere e meticolosamente allontana come la polvere che cerca di rimuovere dai mobili perché gli offusca lo sguardo e toglie luce al suo vivere. Anche le parole non sono che «atomi sparsi» volatili come la pelle. È chiaro allora che «non esistono nomi, autrici, autori», tutto è transeunte. Nonostante ciò quegli atomi sparsi forniscono i dati essenziali per costruire il teorema a cui diamo nome di poesia. Essi sono cateti, ipotenuse con cui si può tentare di calcolare l’area della vita umana. Come il teorema di Pitagora, la poesia offre al lettore una chiave interpretativa della realtà.
Pelle, polvere
a Elio G
Non esistono nomi, autrici, autori,
volano soltanto le parole, si mischiano
alla pelle che cade sui divani,
quella che ogni giorno perdiamo e offusca
le mensole, le sedie, i davanzali
e contro cui ci ostiniamo, spostandola,
facendola aspirare e che chiamiamo polvere.
Questo resta, la polvere e i suoi atomi sparsi,
cateti e ipotenusa per il teorema che chiamiamo poesia14.
La poesia non può dunque eternizzare l’uomo e ciò che canta ma mantiene, comunque, un notevole valore perché stimola nel poeta e nel lettore una capacità di resilienza al dolore esistenziale, una resistenza che, come ci ha insegnato in particolare il Leopardi della Ginestra, consente di dare dignità all’esistere. Da questo punto di vista la transitorietà umana, sebbene dura da sopportare, perde i suoi connotati negativi, come Anedda ha sottolineato in un’intervista rispondendo a Stefano Bottero, che le chiedeva appunto se la poesia fosse in grado di superare la caducità umana. In essa, dopo aver osservato che per lei la caducità umana è positiva, affermava:
L’arte non è un antidoto alla caducità, ma la sua consapevolezza più profonda. La poesia è caducità, ogni idea perenne mi fa rabbrividire. La nostra caducità è quanto di più prezioso esiste. La rimozione della parola morte, tipica del capitalismo, l’inseguimento di una perfetta forma fisica, l’orrore per ciò che invecchia sono le tare dell’Occidente. La nostra esperienza è caduca, precaria – non potrebbe essere altrimenti – anche se naturalmente questo ci spezza il cuore. La poesia non supera la caducità, la percorre anche quando ha, come in Dante, la certezza di una fede. Penso agli abbracci mancati, ai suoi incontri con le ombre15.
La parola poetica non offre verità e al contrario mostra tutta la durezza del cammino «verso ciò che è chiaro», come si legge in axaxa, testo conclusivo della raccolta Tutte le poesie:
axaxa
È duro il cammino verso ciò che è chiaro,
l’ho capito col tempo, forse soltanto questo è il dono
di invecchiare. Lo penso mentre smacchio un lenzuolo
con la candeggina, che stinga soprattutto le iniziali,
rigide di fili, nodi, punti a croce
sul nome infittito di vocali16
Il tanto esecrato trascorrere del tempo è anche capace di farci un «dono», ci rende consapevoli del limite del nostro sguardo. È questo ciò che pensa la poetessa mentre tenta di smacchiare un lenzuolo nella speranza che le iniziali del suo nome infittite nella trama della tela della sua esistenza e in esso ricamate si stingano, desiderando forse che acquistino nuova vita in un altro spazio da lei stessa cucito.
Questi versi risultano perfettamente chiosati da alcune riflessioni critiche inserite da Riccardo Donati nell’introduzione al suo volume Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda. Le sue parole costituiscono in qualche modo una sintesi di quanto emerso nel nostro itinerari conoscitivo.
«Esistere», «resistere»: ecco due termini ulteriormente chiarificatori dell’universo etico-autoriale di Anedda ed esemplari del suo rifiuto dell’inautentico. «Esistere» significa prendere atto della costitutiva precarietà umana, tener conto del nostro ritrovarci ad attraversare il tempo «storditi dalla nostalgia» e «confusi dai sogni» (Residenze invernali, p. 38), lacerati dall’angoscia del finire, visitati da vertiginosi momenti di attrazione per il vuoto, straziati dalle tragedie della storia, ma pur sempre assetati di vita. Se l’essere umano è – e non cessa di essere, anche al tempo dell’ipertecnologia – transeunte, impermanente, non resta allora che fare della vita una esperienza di alleggerimento: «non si può andare verso la morte se non sforzandosi di pesare poco, sempre di meno. Pesare poco, sparire in silenzio, un esercizio difficile, un lungo cammino per accettare che il nostro corpo possa essere sostituito dalla paglia e il volto da una maschera di garza» (La luce delle cose, p. 116)17.
* Fotografia in copertina di Corrado Foffi.
Note
1 Tacito, Annales, 1,1,3. L’espressione, inserita nel proemio dell’opera, sottolinea la volontà di esporre i fatti storici narrati con assoluta imparzialità nel desiderio di ricostruirli e studiarli.
2 Pasquale Di Palmo, La voce del poeta: Antonella Anedda. Le vite di altri, in «Succedeoggi».
3 Anedda, Annales, in Historiae, in Tutte le poesie, Garzanti, Milano 2023, p. 490.
4 Anedda, Esilii, ivi, p. 491.
5 Ugo Foscolo, Dei sepolcri, vv. 72-77 («A lui non ombre pose / tra le sue mura la città, lasciva / d’evirati cantori allettatrice, / non pietra, non parola; e forse l’ossa / col mozzo capo gl’insanguina il ladro / che lasciò sul patibolo i delitti»). Con questi versi il poeta criticava aspramente l’immoralità di chi non rispetta il culto dei morti e non dà un giusto riconoscimento al valore delle azioni compiute in vita.
6 Anedda, Confini, ivi, p. 497.
7 Anedda, Perlustrazione 1, ivi, p. 499.
8 Anedda, Nel freddo, ivi, p. 493.
9 Anedda, Dicembre, ivi, p. 471.
10 Anedda, Sciami, fotoni, ivi, p. 469.
11 Anedda, Coro, in Salva con nome, in op. cit., p. 446.
12 Anedda, Nuvole io I e II, ivi, p. 477.
13 Ibid.
14 Anedda, Pelle, polvere, ivi, p. 474.
15 Stefano Bottero, Intervista ad Antonella Anedda, in «Polisemie», I (2020), p. 151.
16 Anedda, axaxa, in Historiae, in op. cit., p. 542.
17 Riccardo Donati, Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda, Carocci, Roma 2020.

