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“Viandanza” di Luigi Nacci, educazione sentimentale per camminanti | Fabio Orecchini

PROLOGO
lì dove hanno origine le domande

 Ti ricordi quando ci siamo incontrati? Era pieno giorno, era uno sterrato poco fuori città, ci siamo incrociati senza dire nulla, senza salutarci, tu lasciavi la città, io vi tornavo. Avevi il passo incerto di chi si appresta a lasciare ogni cosa, il passo della paura. Non ti voltavi indietro perché, se lo avessi fatto, la terra si sarebbe aperta sotto i tuoi piedi, saresti caduto, la terra si sarebbe richiusa. Non ricordi? Era piena notte, era piena pioggia, e tu camminavi su e giù per quella strada poco illuminata, ti lasciavi bagnare, eri tutto raccolto in te, nelle tue spalle, le mani nelle tasche e il volto tirato, la pioggia ti batteva con insistenza e tu la lasciavi battere, camminavi come se non ci fosse alternativa al camminare, come se riuscissi a ricordare di nuovo, ma ricordare che cosa poi, con il sorriso di chi sta riportando a sé suoni lontani, vite che si pensavano perdute e che ad un tratto si salvano. Avevi il passo della nostalgia, vero?

E mi ricordo anche di quella mattina, c’era ancora la nebbia che preserva i profili delle cose, non c’era nessuno in piazza a parte te, sulla panchina più defilata, in attesa di una partenza. Sei poi partito? Sei riuscito ad uscire incolume da quella sosta? Dalle soste non sempre si esce, a volte vi si rimane prigionieri, e dopo un certo tempo si sparisce. Ci sono molti modi di essere immobili, a seconda che il viaggio che si sta per intraprendere sia lungo o breve, che si sia diretti a est o ovest, o che sia un viaggio da cui si pensa di non fare ritorno. Tu eri immobile con la postura di chi non sa dove sia diretto e per quanto tempo, ma è consapevole di dover partire da solo. Quanta risolutezza c’era in te? Quanto terrore? Quanta speranza? Mi ricordo anche della sera in cui ti vidi chinato su una fontana, intento a bere come se non avessi bevuto per giorni, con il tuo zaino buttato a terra, segno che te l’eri tolto frettolosamente, che il desiderio di bere aveva trionfato. Quanto avevi camminato? E quanto era buona quell’acqua? Era appagamento, o era anche pienezza, qualcosa che si avvicina alla rotondità della gioia?

Tu hai camminato. Hai accettato il rischio. Hai lasciato alle spalle quella che chiamavi casa, hai preso commiato dagli amici, o forse è stato solo un cenno di saluto, e repentinamente hai sentito di essere entrato nel viaggio. Entrandoci, il tuo corpo è mutato, o ha iniziato a mutare, che in fondo è la stessa cosa. Quando Darwin tornò da uno dei suoi viaggi, la prima cosa che notò suo padre è che la sua testa aveva un’altra forma. Probabilmente la testa aveva iniziato la mutazione dopo che egli si era separato da suo padre, o ancora prima, nel momento in cui aveva iniziato a preparare i bagagli. Ma accade solo alla testa? O è una metamorfosi che investe anche le braccia, il naso, le gambe, il modo in cui ridi, stringi la mano, in cui apri la mano, la agiti per dire arrivederci a quelli che sono venuti alla banchina del treno? Nel viaggio tutto cambia, e nel cammino, che è il viaggio all’ennesima potenza, tutto cambia all’ennesima potenza. Con te, cambiano all’ennesima potenza i tuoi sentimenti e le tue sensazioni. Si potenziano e si rimescolano, al punto che distinguere l’uno dall’altra risulta difficilissimo. Era disperazione, quella che provavi scendendo da quel monte, nella bufera, o era eccitazione?

 Non esiste, e lo sai, perché lo hai provato, il cammino della gioia o il cammino del dolore o il cammino della malinconia, dell’apoteosi o della disperazione, dell’agonia, della leggerezza. Nel cammino c’è tutto. Ma è pur vero che in ogni situazione della vita un sentimento prevale sugli altri. Ecco, questo libro tratterà di quei sentimenti, quelle immagini, quei rumori di fondo che si fanno prevalenti durante il cammino. Sullo sfondo troverai i paesaggi che incastonano le strade verso Santiago de Compostela e verso Roma. Se ne sarebbero potute scegliere altre, meno conosciute, più originali? Meno conosciute sì, più originali no. Larga parte delle strade che percorriamo oggi in Europa, infatti, o sono romane o appartenenti al sistema viario che, dal Medioevo, unisce Santiago a Gerusalemme passando per Roma. Basta la toponomastica a confermarcelo. Si può essere originali dimenticandosi delle proprie origini? Sono vie che, se sappiamo ascoltare, ci parlano, ci raccontano quello che siamo stati e come potremmo essere. Sono parte integrante del nostro immaginario occidentale. La famosa affermazione di Goethe, «la coscienza europea è nata pellegrinando», non è una boutade o una frase di poco conto. Quando l’Europa l’abbiamo solcata con i piedi, in un tempo in cui imperversavano le guerre e le frontiere erano invalicabili, siamo stati probabilmente più europei rispetto a questi anni in cui la visitiamo con le macchine, con gli aerei e con i treni ad alta velocità.

Sono vie che ci interrogano e che si fanno interrogare. Perché mettersi in cammino? Che cosa cerco? Che cosa mi aspetto di trovare? Perché il cammino e non qualsiasi altra cosa? Questi e altri punti interrogativi ti resteranno tra le mani, e le mani ti scotteranno, li scaraventerai al suolo per non ustionarti, ma prima o poi attecchiranno come semi, e con la buona stagione piante rigogliose si svilupperanno verso il cielo, saranno alberi monumentali, con un’aspettativa di vita molto più lunga della tua. Ti capiterà, un giorno, andando per i campi, di incappare in un bosco di cui le mappe non danno conto. Ci saranno sequoie laddove non potrebbero esserci, o querce, o pini, alberi molto alti ai cui piedi, nelle ore centrali del giorno, ti siederai per godere dell’ombra. Allora le domande di cui credevi di esserti sbarazzato squarceranno la corteccia dall’interno, inizieranno a colarti addosso, come filamenti di resina. Prenderai la borraccia, ti butterai l’acqua in testa, farai di tutto per toglierti quella sostanza vischiosa di dosso. Ma la resina non se ne andrà.

 

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Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale, Luigi Nacci, Editore Laterza, 2016
         

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