“Buongiorno, parlo con la Rai?”

“Pagamento tv tutta Italia, e bollo auto solo Lombardia”

“Senta io vorrei disdire il mio abbonamento tv.”

“Per il rinnovo del canone tv dica canone.”

“Forse non ha capito…”

“Per i nuovi abbonamenti dica nuovo.”

“Non mi serve un nuovo abbonamento. Io devo disdire quello vecchio.”

“Per il pagamento del bollo auto dica bollo.”

“E adesso cosa c’entra il bollo auto?”

“Per parlare con un operatore dica operatore.”

“Ah… ora ci siamo.”

“Non ho capito la sua domanda. Per il rinnovo del canone tv dica canone.”

“No. No. Operatore. Operatore.”

“Per parlare con un operatore rimanga in attesa.”

“Bene.”

“Come non si può disdire?”

Dal ricevitore del telefono si diffuse una melodia bitonale, monotona, snervante. La ascoltai finire e ricominciare per una decina di volte prima di spazientirmi. Lasciai la cornetta appoggiata sulla scrivania e andai in cucina a prendermi un cioccolatino. Quando tornai sentii una voce gracchiare nel ricevitore.

“Pronto, pronto. Mi scusi, mi ero allontanato un attimo.”

“Sono l’operatore 456 del servizio Rai.”

“Bene, finalmente qualcuno di vivo tra quelle voci automatiche. Senta io vorrei disdire il mio abbonamento Rai.”

“Non si può disdire.”

“Se lei possiede un televisore deve pagare l’abbonamento. E… naturalmente non è credibile che esista ancora qualcuno senza televisione.”

“Si, in effetti io un televisore ce l’ho, ma non lo voglio più, non m’interessa più. Insomma venitevelo a prendere, se proprio dovete.”

“Allora deve farlo suggellare.”

“Uccellare?”

“No suggellare.”

“Ah va bene. E come lo suggello io?”

“Deve inviarci una raccomandata con indicato il codice del suo televisore e il numero d’abbonamento Rai.”

“Va bene. E poi non pago più l’abbonamento?”

“Dopo aver pagato un bollettino da cinque euro e quaranta e inviato la raccomandata con la richiesta di suggellazione, potrà non pagare più l’abbonamento. Sempre che non abbia altri apparecchi per la ricezione televisiva.”

“Altri apparecchi? No, no per carità. Per fortuna posseggo solo questo vecchio televisore.”

“Un’ultima cosa, se non ha pagato la rata dell’anno in corso, deve prima regolarizzare la sua situazione.”

“Regolarizzare? Vuol dire pagare?”

“Si.”

“No che non l’ho pagata. Non la voglio pagare!”

“Deve pagare la rata, altrimenti la sua richiesta non verrà accettata. Ha capito?”

“Si, va bene. Non si alteri, non sono pratico delle procedure.”

“Arrivederci”.

Avrei voluto fare altre domande ma sentii solo un tù tù dall’altra parte della linea.

La mattina seguente passai in posta a pagare il bollettino da cinque euro e quaranta, il bollettino da cento euro e rotti dell’abbonamento Rai e a spedire la famosa raccomandata.

Ritornai a casa bel bello dalla passeggiata e sprofondai nella mia comoda poltrona, morbida, avvolgente, in simil pelle rossa, piuttosto usurata ma sempre fedele. Appoggiai i gomiti sui braccioli e allungai una mano per prendere un libro dal tavolinetto. Afferrai l’ultimo volume impilato sulla colonna semi-pericolante. Aprii la prima pagina ma non riuscii a concentrami. Nella visuale periferica comparve il grosso scatolone nero appoggiato in fondo alla sala. Il vetro convesso luccicava sotto i riflessi della lampada; gli altoparlanti sembravano grosse orecchie di coniglio in ascolto dei miei pensieri. Dannata televisione!

Mi alzai controvoglia dalla poltrona, mi diressi verso lo studio e aprii il primo cassetto dell’armadio. Rovistai nella scatola degli attrezzi dove trovai il cacciavite a stella. Ritornai in sala e iniziai a svitare, una ad una, le viti sulla cornice nera del monolite spione.

L’ultima vite scivolò sul pavimento. Staccai il coperchio sul retro e lo portai barcolloni in giardino. Lo appoggiai sul tappeto d’erba, presi la pala dal garage e cominciai a riempirlo di terra. Dopo aver appoggiato la pala al cancello, mi piegai per sollevare un vaso di gerani che lasciai precipitare sul vialetto d’ingresso. I cocci di terracotta s’infransero con un tonfo sordo. Sfilai i fiori dai frammenti di coccio e scrollai le radici in aria. Poi li ripiantai nella concavità, ripiena di terra. Dal coperchio del televisore ora spuntava un ciuffo di gerani, perfettamente conficcati nel centro. Un’opera d’arte moderna.

Rientrai in casa soddisfatto, ma leggermente affannato per lo sforzo. Allargai le braccia e massaggiai le reni con le mani appoggiate sulla schiena. Infine tornai a stravaccarmi sulla poltrona. Ripresi in mano il libro e cominciai a leggere il primo capitolo.

Finalmente, dopo alcuni mesi, arrivò il tecnico della Rai. Scese dalla macchina con in mano un grosso sacco di iuta, contornato da sigilli metallici. Era un ometto magro con sottili baffi neri, dritti come stecchini. Indossava pantaloni di fustagno e una giacca lisa, aperta sulla camicia azzurrina, stinta e lisa pure quella.

“Sono venuto a suggellare il televisore” disse.

“Ah… ecco cosa intendevate con quel termine strano, infilare la tv dentro a un sacco. Insaccarla insomma, come un salame.”

“Suggellare come sigillare, signore.”

“Si capisco. Venga dentro. Le posso offrire un caffè?”

“Non si preoccupi, vado di fretta.”

“Si, si. Al giorno d’oggi, son tutti di fretta. Ma prego s’accomodi.”

L’ometto entrò in casa con aria circospetta, lanciò occhiate a destra e a manca e si diresse subito in salotto, non senza aver gettato uno sguardo furtivo nella cucina.

“Il televisore dov’è?” disse con una voce forte e perentoria, che non ammetteva repliche, piuttosto buffa venendo fuori da quel corpicino esile.

“Venga, venga che le faccio vedere.”

Lo guidai in cucina dove, in bella vista al centro del tavolo, sopra un centrino ricamato all’uncinetto, svettava un vaso di vetro, tutto allungato, a forma di imbuto.

“Ecco lo vede?”

“Vedo cosa?”

“Come cosa? Il televisore. Prego, lo suggelli, lo insacchi, faccia tutto quello che deve fare.”

“Guardi che io non vedo nessun televisore. Vuole prendersi gioco di me, per caso?”

“Non sia mai!” dissi con la massima serietà.

Tolsi la margheritona finta dal vaso. Svuotai l’acqua nel lavello e consegnai, con ampio gesto delle braccia, il vaso nelle mani del burocrate.

“Eccole il tubo catodico.” dissi con aria solenne.

“Mi scusi ma il suo televisore sarebbe questo?”

“Certamente. A dire il vero, questo è un pezzo del mio televisore, e lei saprà meglio di me che è il più importante. Ma mi segua, prego, mi segua.”

L’ometto mi seguì riluttante nella sala.

Afferrai un posacenere dal tavolinetto di canapa intrecciata e lo porsi al funzionario.

“E questo?”

“Non vede?”

Svuotai i mozziconi dentro al suo sacco di iuta. “Non le dispiace vero?”

Soffiai nel posacenere e lo porsi al buon uomo, che nel frattempo si scrollava di dosso la cenere, inavvertitamente finita sulla sua giacca.

“Ora lo vede? Il posacenere non era altro che il fondo del telecomando, scoperchiato per metà.” Risi tenendomi il pancione sobbalzante. Il funzionario mi guardò sempre più alterato.

“Senta…” disse digrignando leggermente i denti. “Io non ho tempo da perdere. Se ha fatto a pezzi il suo televisore, cosa mi ha chiamato a fare?”

“Mi scusi, ma prima che lei arrivasse con quel sacco di iuta, io non sapevo assolutamente quale sarebbe stato il suo compito. Così, visto che il televisore non solo non mi serviva, ma aveva cominciato ad inquietarmi, l’ho smontato in vari pezzi e ne ho fatto artistici componenti d’arredo. Vede là sul muro.”

Il funzionario ruotò la testa in direzione del mio dito, non senza una punta d’irritazione. Appeso al muro, circondato da una cornice metallica, luccicavano i circuiti in rame, ricoperti di transistor e altre diavolerie della scheda elettronica del televisore.

“Basta! Lei ha deciso di prendermi per i fondelli. Io me ne vado.” E così dicendo se ne andò per davvero, non prima d’aver sbattuto la porta alle sue spalle e risbattuto il cancello del giardino.

Sentii la macchina allontanarsi, con il motore parecchio su di giri, prima di udire una grattata del cambio svanire sulla statale.

Non ero molto convinto che la suggellazione fosse andata a buon fine. Osservai il sacco di iuta ripiegato mollemente su se stesso. Lo sollevai per la collottola, come si fa con un giovane gatto domestico, e lo gettai nel bidone della spazzatura.

Tornai sulla poltrona. Ascoltai l’aria sbuffare fuori dalle cuciture, mentre i cuscini aderivano fedeli alle mie forme. Afferrai un nuovo libro dalla colonna in bilico sul tavolinetto e sprofondai nella lettura, nel più completo silenzio.