Vivaria. Officina di nuove scritture poetiche ⥀ Alma Spina
In attesa della nuova edizione di «Vivaria. Officina di nuove scritture poetiche», la sezione dedicata alle giovani voci del festival di poesia La Punta della Lingua, che si terrà quest’anno il 4 e il 5 luglio ad Ancona, pubblicheremo nelle prossime settimane i testi di alcuni dei giovani poeti ospitati nel 2025, seguiti dalle relative note critiche, che ricordando i Crocknotizen benjaminiani chiameremo Kritiknotizen. Il programma completo del festival può essere consultato qui
1. Conservazione
In un prima e in un dopo accade di tenere le parole in un sacchetto e metterle ora sotto la tibia, ora tra le vertebre cervicali, ora sotto il costato. Un istinto di conservazione, quel tanto che basta a farle penetrare tra i tessuti, a barattare anche questo liquido con qualcos’altro.
In un altro tempo scavavo delle buche e ci sotterravo dentro sacchetti pieni di plastica. Avevo la pretesa di voler insegnare alla terra i segreti della digestione. Ti posiziono un sacchettino sotto la clavicola; tendo l’orecchio al ruminare dei muscoli, dei tendini, delle articolazioni. Mentre la memoria ti lavora sottopelle, avviene una metamorfosi: c’è un’ammaccatura intorno all’omero, qualcosa di incastrato tra le ossa; dietro le orecchie ti esplodono fulmini di capillari che non hanno retto lo scontro; sotto l’epidermide della mano sinistra ti è nato un figlio duro. Neanche troppo lentamente ci trasformiamo in mostri dai corpi bozzati, crepati, ripieni nei punti sbagliati.
Nelle tue cellule intravedo infiniti apparati memoriali. Non penso solo alla storia scritta nelle eliche del desossiribonucleico che ti popola, ma a quelle sacche acquatiche membranose che si toccano e si ricordano; si toccano e si dicono: di qui ci siamo già passate. Immagino il tuo sistema immunitario come un formicaio: ogni piccola formica riconosce e registra. La prima volta è sempre la più complicata: l’allarme arriva improvviso, le direzioni erano altre, stavamo facendo un’altra cosa. Viene annunciato il pericolo in direzione uguale e contraria alla propria andatura, come a formare una lunghissima catena di informazioni: la formica che si accorge del pericolo attiva le ghiandole mandibolari e quelle anali, rilasciando feromoni in una o entrambe le direzioni. Tenersi insieme, restare unite senza perdere tempo a girarsi. Che tutte sappiano che da qui è passato il pericolo. Che tutte siano contemporaneamente messe al corrente del fatto. L’attacco o la fuga è a misura del danno: il fuoco non si combatte, ma se il nemico è alla nostra portata, ci raduniamo.
Abbiamo abitato l’individuo singolo come fosse una casa ed è successo che ci siamo rotte. Qualcosa dentro di noi si è spezzato e con lentezza raccogliamo i cocci e li uniamo. Siamo molto brave a stare da sole, siamo molto brave a fare quasi tutto. Tuttavia, ci è capitato di trovarci e l’incontro è stato fatale per la propagazione.
L’Una-e-molte, per il suo aspetto, viene spesso confusa con una medusa, essendo in realtà una sifonofora. Non si può parlare di singolo organismo, bensì dell’aggregazione di quattro corpi specializzati, uniti tra loro da collegamenti fisiologici. Creature che esistono anche singolarmente, dimenticate sui fondali oceanici, qui si uniscono e si fanno l’Una-e-molte. La vela-polmone, colma di gas, consente alla colonia di galleggiare; ha le tinte dei rosa, dei blu e dei viola e le sue proprietà aerodinamiche consentono all’Una-e- molte di muoversi sospinta dal vento, portandosi dietro tutto il resto. Sotto la vela scendono i tentacoli, lunghi dai dieci ai cinquanta metri, che ospitano sulla loro superficie altri corpi: c’è chi cattura il cibo e chi lo digerisce. La riproduzione è affidata a un altro organismo ancora. Riesco a dare un’idea? La spiegazione chiamerebbe un’altra spiegazione che chiamerebbe un’altra spiegazione.
Mi sembra per la prima volta di sapere delle cose. Tipo sull’immortalità: so che esiste e che non mi riguarda. Si chiama Turritopsis nutricola e non finisce mai di essere. Fa così: polipo, medusa, polipo, medusa. Parti di quella cosa non muoiono mai. Vanno avanti e indietro dal mondo dei vivi: diventa grande, si riproduce, non muore, ritorna piccola come in un moto di svuotamento e poi ricomincia, come un palloncino quando gonfia e sgonfia. Ogni passaggio è una questione di rinnovamento. Parlaci dell’immortalità, mi dicono, inventaci il mondo così possiamo viverci.
Ma io voglio cadere moscia fino a terra, squagliarmi: nessun rinnovamento. Cammino stretta accanto alla caduta.
2. Miraggi
Deserti, valli, mari aperti, laghi, fiumi, monti e picchi inviolati costituiscono nella letteratura di viaggio motivo di narrazione articolata e confusa intorno al fenomeno della presenza di esseri misteriosi. Ciò che accomuna queste narrazioni è la risposta dei meccanismi immaginari del viaggiatore alla stimolazione di un preciso potere fascinatorio che il nulla e il vuoto provocano: è così che il desiderio di riempire lo spazio bianco della mappa si concretizza nel fissare in questo luogo o in quello niente di diverso da una voce che dice: lì abita il mostro, lì abita lo spettro . La strada, da una, si biforca: da una parte procede indisturbato l’inconscio individuale, dall’altra, parallelo e non lontano, quello collettivo. Nel personale, assistiamo all’incontro col demone e al suo progressivo delinearsi nella mente del viaggiatore. La riscrittura del luogo visitato o vissuto avviene tramite la creazione di un vero e proprio corpus : ciò che ho visto, ciò che potrò rivedere (se sono fortunata) e poi mostrarlo ai molti e alle molte. Qui, in questo punto esatto, avviene il mescolamento: corpo, corpo imprigionato, corpo non-umano, non corpo sono le tappe del percorso verso il nulla.La strada si biforca. Da una parte procede indisturbato l’inconscio individuale, dall’altra, parallelo e non lontano, quello collettivo. Nel personale assistiamo all’incontro col demone e al suo progressivo delinearsi nella mente del viaggiatore. La riscrittura del luogo visitato o vissuto avviene tramite la creazione di un vero e proprio corpus: ciò che ho visto, ciò che potrò rivedere se sono fortunata, e poi mostrarlo ai molti e alle molte.
Vedi anche tu quello che vedo io?
Raggiungere i segretissimi luoghi di nascondimento equivale, nel senso letterale del termine, a scomparire in piena vista. Una sorta di magica protezione si costruisce pian piano intorno al corpo solo in riva al mare, fino a creare una bolla attraverso il quale diventerà invisibile ai più, che passeranno e non vedranno. Ma non è per distrazione o altro; si appoggia tutto su basi scientifiche, si accomoda, si modella: ci sono, non ci sono, ci sono, non ci sono . Mentre faccio questi pensieri, dal punto in cui nessuno mi vede, compare una città nel cielo. Potrà sembrare strano che io lo dica ora, quasi ad attirarmi lo scetticismo dei disperati che hanno perso già quasi tutto. E invece è proprio qui che si posiziona questo fatto: c’è una città nel cielo, ha i contorni sfocati, i palazzi rovesciati eccetera.
Potrei raccontare che è colpa della rifrazione. Potrei dire con tono solenne, un filo altisonante, che l’atmosfera è composta da tanti strati d’aria, prima calda poi fredda poi calda, più densa e meno densa; potrei continuare dicendo che quando la temperatura di uno strato è molto più elevata rispetto a quello più in alto, si crea una differenza di densità tra gli strati. Potrei dire che quando un raggio di luce passa da uno strato d’aria densa a uno d’aria meno densa, la sua traiettoria si piega. È qui che si genera la possibilità di distorsione del reale, di moltiplicazione di ciò che è esistente (non qui, non qui: da un’altra parte). Potrei dire che la città è rovesciata, o ingrandita. Che la nave è sospesa in aria sopra il livello del mare.
Oppure no.
Quando mi mostri ciò che non vedo mi liquefaccio e il mio corpo defluisce in tutti i canali di scolo che hai costruito d’inverno. Lascio che le onde ancora si alzino e defluiscano nell’ordine che hai predisposto fino a raggiungere i campi, a farsi strada fino al bosco, a scendere verso il fiume, dove tutto alla fine arriva. Ci raddrizziamo come il mondo. Se prendiamo una piega sbagliata, pensiamo l’impensabile: facciamo utopia di ciò che non esiste. Ci teniamo tutte per mano e ci diciamo cento verità: non ci ecciterà mai la guerra, non faremo finta di non vedere, non resteremo inermi. Camminiamo nel fiume parlando ad alta voce e mentre ci diciamo il futuro, le cose ad una ad una si compongono come plasmate con l’argilla dei fondali.
3. Costruzione
Per prima cosa la rimozione dei coppi di copertura.
Con attenzione ai ganci, le malte strette insieme
a una a una come una catena umana – se esiste
se esiste; alle vespe piace fare i nidi in alto.
Troverai capace la moltitudine che si nasconde
sotto, proprio dove metterai le mani, proprio
pungerti per distrazione o per annientamento.
A guardarla dall’alto sembrava di vedere un buco con intorno una casa.
La luce diradava nella discesa e dentro non era mai veramente notte o
giorno. La prima tegola l’abbiamo rimossa di fretta. Ce la siamo passata di mano
in mano e per ultima si è distesa tra le mie, sporchissime. Arrivo allarmato
di tremenda memoria si sparge nella mano il veleno di una vespa a riposo.
Mi aspettava, penso. Stava lì da un centinaio di anni, stava lì dove non stava.
Ci incontriamo sulla nostra fine. La sua casa piccola nella mia casa grande.
La sbatto a terra con un gesto deciso. La piantaggine ha poteri curativi
la casa non ricresce dalle foglie che mettiamo a macerare.
Se ne va il giorno delle pietre, salutando il piccolo popolo nascosto al tempo in cui si vive. Affaccia alle finestre aperte e dure, ci guarda silenzioso e fermo e noi, da qui, da qui dentro, salutiamo con la mano. Compiamo atti temporali: stiamo nella luce, nel buio e nella luce. Si annullano le vicende personali e diventiamo parte di un’unica lunghissima storia. Ne intravedo il cominciamento, il suo formarsi e compiersi per un gesto di occorrenza. Si mostrano a fisarmonica tutte le fatiche, i crolli, le acque dolci correre al mare. Dietro le pietre si muovono i molti e noi con loro nell’atto del fare, bregare, spostare, disfare. Non esiste più il tempo della separazione: la specie si è fatta una e una sola e unita insieme lotta nel gesto della costruzione. Se ne va il giorno delle pietre, salutando il piccolo popolo nascosto al tempo in cui si vive. Si affaccia alle finestre aperte e dure, ci guarda silenzioso e fermo, e noi da qui, da qui dentro salutiamo con la mano, compiamo atti temporali, stiamo nella luce, nel buio, nella luce, si annullano le vicende personali e diventiamo parte di un’unica lunghissima storia.
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Kritiknotizen
Gilda Policastro
Per noi critici questi testi diventano fatalmente pretesti per proseguire discorsi avviati altrove, perché è difficile esprimersi in modo estemporaneo su materiali non ancora meditati a sufficienza. Riprendo allora alcune questioni emerse ieri a partire dai testi di Alma Spina. È interessante che si parta dal tu: ieri si è molto parlato della postura dell’io, e qui invece compare prima un tu, poi un io, poi un noi. In questa alternanza pronominale – che non è davvero un’alternanza – vedo qualcosa di diverso dalla problematizzazione dell’io che abbiamo incontrato ieri. Torna il corpo: ieri era pressoché assente, qui torna, ed è un corpo che definirei pre-cyborg, totalmente immerso in una dimensione di auscultazione. Questa oscillazione non saprei ricondurla a un’ascendenza precisa, però la mappatura mi sembra vicina ad alcuni testi di Anedda, di Biagini, ma anche a Laura Pugno: c’è questa idea di territorializzazione del corpo e di con-fusione con l’organico. Mi è venuto subito in mente Dal balcone del corpo. È interessante come in questi testi si delinei un mondo senza storia, senza connotati cronologici: c’è un non-tempo. L’io parla da un altrove che è un non-tempo, eppure si intuisce una dimensione postuma, ex post. Vorrei dunque che tu chiarissi la postura dell’io nel testo, e poi – visto che in apertura hai detto «sto scrivendo prosa» – vorrei che spiegassi questa tua dichiarazione di poetica. Perché siamo in un momento in cui nel campo della poesia c’è quasi un’indistinzione tra i due generi, e la discussione statutaria risale almeno al 2009, all’uscita di Prosa in prosa, che ha ridiscusso i fondamenti. I tuoi testi mi sembrano su un filone più tradizionale di prosa, e non a caso citavo Anedda: ci ho sentito un’area di famiglia soprattutto con Geografie, con alcune sue prose.
Riccardo Socci
La novità principale che Alma porta rispetto a ieri è il lessico specialistico, anatomico, scientifico, che caratterizza molte scritture di questi anni tra i più giovani, e che invece ieri era del tutto assente. Questo è positivo perché è un exemplum di una certa tendenza. Questo lessico anatomico ha una sua discendenza nella poesia italiana: penso alla linea della poesia del corpo degli anni Ottanta – credo fosse Niva Lorenzini a parlarne –, che aveva due direzioni sostanziali. Una più astratta e teorica, quella di Magrelli, che tra l’altro nel Condominio di carne è uno dei modelli possibili per questi testi. L’altra, più fisica, quella di Patrizia Cavalli, di cui si parlava ieri. Ma la caratteristica peculiare dello sguardo di Alma Spina è che trasfigura: uscendo dall’ambito letterario, mi ha ricordato certe scene di Cronenberg, questi corpi straziati, mutati, trasformati. Mi aggancio poi alla domanda di Gilda sul rapporto con la prosa: nella dimensione più breve dei testi, quelli letti per ultimi, il discorso risuona con più forza rispetto ai primi, dove c’è una tensione allegorica evidente che però, forse per la lunghezza, a un certo punto tende a perdersi. Uno spunto di riflessione su quello che stai facendo con i testi in prosa.
Alessandro Minnucci
Per quanto riguarda i riferimenti, vado un po’ fuori dal contesto italiano. Questi testi mi hanno ricordato molto tutta una corrente che ho letto due anni fa: quella dell’ecopoetics, ad esempio Anna Neimark, partendo anche da Donna Haraway. Un tipo di scrittura che mette in crisi l’idea dell’antropocentrismo e ragiona sul rapporto tra essere umano e altre specie, arrivando anche a una critica della società capitalista, e soprattutto a una riconfigurazione del nostro rapporto con il mondo. Mi chiedo se sia una linea che hai frequentato durante la scrittura. L’altra domanda riguarda la tua esperienza come performer: hai pensato a un output performativo per questo lavoro? E poi – capisco che siano estratti, quindi è difficile giudicare – ho trovato una coerenza soprattutto tra la prima e la terza sezione nel ragionare tra corpo singolo e corpo collettivo. Nella prima dici: «Creature che esistono anche singolarmente, dimenticate sui fondali oceanici, qui si uniscono e si fanno l’Una-e-molte»; nella terza concludi: «Non esiste più il tempo della separazione: la specie si è fatta una e una sola e unita insieme lotta nel gesto della costruzione». Mi chiedo come la seconda sezione si inserisca tra queste due: se c’è un’idea di coerenza oppure se sono sezioni volutamente slegate.
Salvatore Ritrovato
Questi testi sono molto sollecitanti. Alcune osservazioni già formulate da Gilda Policastro le condivido: questo scioglimento dell’io… Però in verità l’io ritorna in tutti i testi fino alla fine. Non in dialettica, ma agganciandosi al noi: «Se ne va il giorno delle pietre, salutando», poi «Compiamo atti temporali: stiamo nella luce», e a un certo punto: «Ne intravedo il cominciamento». Il soggetto non è un semplice io pronominale: viene naturale chiedersi se sia l’io dell’autore. Questo scioglimento non resta compatto, come abbiamo visto in altri testi ieri, ma si mette in relazione con le cose, con i fatti, con una dimensione. È stato detto «non-tempo», anche se il tempo compare già nel primo testo: «In un prima e in un dopo accade di tenere le parole». Rileggendo velocemente il primo testo – e lo dico senza averli letti prima, volevo ascoltare – ho notato che quando prende la parola il noi, quel noi sono le parole stesse. Non voglio chiarirlo ulteriormente, ma tutti questi testi sono attraversati da quello che chiamerei una nostalgia dell’allegoria: un’allegoria piena, benjaminiana, che si è svuotata e che dobbiamo in qualche modo riempire. Anche il tu mi dà l’impressione di essere sempre una sorta di riflesso dell’io: «In un altro tempo scavavo delle buche e ci sotterravo», poi subito dopo «Avevo la pretesa di voler insegnare alla terra i segreti della digestione». Un io che si proietta in un tu. Questo scompaginamento della postura lirica si relaziona con una tensione allegorica stimolante. Non mi sento di darle una risposta; piuttosto, un’altra cosa mi ha colpito: c’è una citazione da Ramusio, Navigazioni e viaggi, in cui si parla del deserto. Il testo successivo, Miraggi, «deserti, valli e mari», è una glossa a quella descrizione, che dice: in questo deserto non si trova niente, ma ci sono gli spiriti, ci sono gli spettri, e chi si perde non si sa che fine fa. Questo testo cerca in qualche modo di rispondere a quel mistero. Poi: «pensare l’impensabile» mi ha rimandato subito ad Antonin Artaud. Non so se ci fosse questa intenzione, ma è interessante perché ciò di cui forse dovremmo liberarci è credere che l’impensabile sia pensabile solo in modo autoreferenziale, mentre invece – come dimostra la vicenda drammatica di Artaud – questo sarebbe importante per l’arte e per la poesia.
Renata Morresi
Ho letto i testi a casa, quindi purtroppo non ho potuto sentire la lettura – ero molto curiosa. Farò un commento rapido su ciò che mi piace e su dove sento una strada interessante: questo lavoro sulla coerenza differita. Parliamo spesso di prosa in prosa e degli ascendenti francesi, e quasi mai degli americani, che invece ne producono molta e con un orecchio attento. La prima che mi viene in mente è Lynn Hejinian, a sua volta ispirata e studiosa di Gertrude Stein. Una vigilanza calda, in questo sviluppo prosastico ondivago e simpatetico. Un prestito dall’idea di sympoiesis di Donna Haraway – contro l’autopoiesis – dove c’è questo fare collettivo che sta anche nel discorso teorico di Haraway, e che qui mi sembra calzare a pennello in questo auspicio di armonia che flirta con tanta scrittura speculativa, uno degli ultimi innamoramenti di chi segue le scritture contemporanee. C’è però anche un po’ di fastidio: mi dà fastidio questo eccesso di armonia, ho paura che diventi una fuga non fuori dall’umano ma direttamente dentro l’individuo, dentro l’antropocentrismo, piuttosto che in una vera politica degli esseri. Un’altra americana che volevo citare è H.D., che scrive questo Jellyfish Manifesto – il manifesto della medusa – che qui mi sembra totalmente appropriato. Era in analisi nientemeno che con Sigmund Freud, con un lavoro sulla psiche femminile come più porosa. E anche qui c’è il rischio, ma anche la possibilità, di un ritorno al biologico.
Valerio Cuccaroni
È stato detto sostanzialmente quasi tutto quello che mi ero appuntato. Concordo con Riccardo Socci: la misura del verso concentra di più il discorso, perché altrimenti – anche se non sono del tutto d’accordo con Gilda sul fatto che siano prose prosastiche – si ha la sensazione di essere davanti a un manuale di scienze naturali. Se voglio leggere prosa scientifica, prendo un manuale. Questo direi, sulle diverse parti. Lo scioglimento dell’io mi veniva da mettere in relazione con lo scioglimento degli acciai. E a proposito dell’armonia di cui parlava Renata: c’è un grande pericolo nella letteratura che abbraccia la natura, nel fatto che la natura ci assassina. Nella via che porta a un superamento necessario dell’antropocentrismo, c’è però anche da tenere in considerazione l’esistenzialismo, che mi sembra presente nella sezione sulla medusa: c’è un rifiuto dell’immortalità – l’immortalità appartiene a quell’essere, a me non appartiene. Forse questo andrebbe messo più al centro del discorso. E poi una domanda di stile: hai usato uno stile prevalentemente medio con un lessico specialistico. È una scelta consapevole oppure è venuto fuori così e ci devi ancora riflettere?
Salvatore Ritrovato
Sono state fatte molte osservazioni, riconosciute molte cose. Ovviamente il testo andrebbe letto e riletto per metterlo davvero a fuoco. Sicuramente Gilda ha subito individuato quello che anch’io ho detto appena ho iniziato a leggere: finalmente bentornato il corpo, che ieri era un grande rimosso. Il corpo era uno dei temi fondamentali della poesia femminile degli anni Novanta, spesso in funzione mistica o paramistica, collegato alla sensualità, alla spiritualità, alla divinità – non è questo il caso. Quindi, dopo un primo impatto positivo, il corpo c’è sicuramente, ma poi viene declinato fortunatamente senza la stucchevolezza di tanta poesia femminile degli anni Novanta, che fino a diventare quasi uno stereotipo di genere ancora oggi si porta avanti. Perché questo corpo diventa qualcos’altro: quando lo si va a investigare anche a livello molecolare, a un certo punto si dice – corpo imprigionato, corpo non umano, non corpo – e lì si vedono gli altri regni: il regno animale, il vegetale, fino al minerale. Giustamente Alessandro Minnucci e Renata hanno notato questo sentimento antiantropocentrico. Sulla ritmica: concordo con Valerio, c’è una metrica dissimulata, non è una prosa afona ma una prosa che viene dalla poesia. Mi sembra di aver riconosciuto il decasillabo, variamente variato, e ho sentito una sonorità riecheggiare. C’è poi il finale, che lo dichiara in modo chiaro: non è più il tempo della separazione, c’è questa comunione molecolare tra i vari regni, quasi in un lucrezianesimo però stranamente ottimista. Un ottimismo lucreziano – sembra una contraddizione, ma io un po’ ci ho trovato.
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Risposta dell’autrice
Intanto vorrei ringraziare tutte e tutti per le suggestioni che mi avete dato. È veramente un dono questo momento, e non mi era mai capitato. Ero molto indecisa su cosa inviare, su cosa discutere insieme. Questo testo mi spaventa: mi spaventa la sua forma, non capisco bene cosa sia. L’ho anche poco indagato, nel senso che è un oggetto completamente di ricerca per me in questo momento, qualcosa su cui ragiono molto ma lascio anche tanto fluire.
Rispetto a tutto ciò che è stato detto, vorrei iniziare dal discorso sul ritmo. È stato interessante leggere le prime parti e poi l’ultima, in cui ci sono quelle che potremmo forse definire due poesie. Ho sentito abbastanza continuità, non sempre: ci sono punti più narrativi e punti che mantengono una certa fedeltà al ritmo poetico, se possiamo chiamarlo così. Questo testo si porta dietro due anni di scrittura e le letture che lo hanno attraversato: gli Spettri di Acquaviva, mi viene in mente; Dal bianco in ritorno a Planaval di Carmen Gallo; Olivia Laing. Sono le scritture che mi hanno fatto venire voglia di liberarmi, di stare in quello che arrivava – ed è arrivato quel soggetto.
Il fatto che nella lunghezza si perda qualcosa l’ho percepito anch’io. Come ha giustamente individuato Salvatore, la prima e l’ultima parte sono quelle su cui ho lavorato di più; la parte centrale, quella dei miraggi, è quella su cui ho lavorato di meno perché è la più complessa. La parte dei miraggi è spaventosa: inizia dal demonio dentro il deserto, dai vuoti dove non c’è costruzione di parola, non c’è costruzione umana. Sono delle ombre, proprio anche a livello di scrittura, e emerge questo blob della visione. Ci sono parti dei miraggi che sono una sorta di racconto di storia naturale: dentro i miraggi c’è un racconto narrativo vero e proprio, mi rendo conto, di un’inondazione di un paese, della fabbrica di Careggine, che ho inserito all’interno di questa sezione. Mi rendo conto che questa sezione è attualmente una sorta di raccoglitore di visioni, da cui quello che sento adesso è che vorrei asciugare, asciugare, asciugare – ma sento di essere in una fase riempitiva, riempitiva, riempitiva. Vedo davanti un lungo processo in cui ancora sto versando cose.
Sull’output performativo: ancora no. Ho inserito la parte della medusa in una performance che sto facendo adesso, ma l’ho distorta moltissimo – ho lavorato su quella parte non sulle parole, ma sul suono di qualcosa che corre.
Si parlava di Artaud: è stato un mio grande maestro nei vent’anni, a cui non pensavo da tantissimo tempo. Sicuramente questo testo ha molto a che fare con l’utopia – è un testo utopico, ma un’utopia per niente facile, per niente armoniosa, molto di scontro. Che però, nel trovarsi dell’io e del tu e del noi di cui parlava Gilda, trova una sua forza. È stato bello sentirlo detto da voi: c’è un io che si scioglie in un tu, che si scioglie in un noi, che si scioglie in un io. È in qualche modo spaventoso, però allo stesso tempo molto coerente con quello che percepisco in questo testo.
* Il video dell’incontro di Alma Spina può essere visto qui.
Alma Spina è nata a Savona nel 1991. Si è laureata in Letterature moderne e spettacolo all’Università di Genova, città dove vive e lavora. È attivista femminista e lesbica. Fa parte dell’Associazione culturale Alle Ortiche con la quale collabora per la rigenerazione urbana e culturale di una parte dell’ex vivaio comunale di Genova e per la quale cura la rassegna di poesia performativa Rapsodie. Nel 2018 pubblica la sua prima raccolta poetica, Rovi (Eretica edizioni). Insieme al musicista Stefano Gualtieri porta avanti un progetto di ricerca intorno alla poesia orale e performativa. Sue poesie sono apparse su Atelier, Settepiani, Neutopia – Rivista Del Possibile, Rapsomag.

