Vivaria. Officina di nuove scritture poetiche ⥀ Davide Lucantoni
In attesa della nuova edizione di «Vivaria. Officina di nuove scritture poetiche», la sezione dedicata alle giovani voci del festival di poesia La Punta della Lingua, che si terrà quest’anno il 4 e il 5 luglio ad Ancona, pubblicheremo nelle prossime settimane i testi di alcuni dei giovani poeti ospitati nel 2025, seguiti dalle relative note critiche, che ricordando i Crocknotizen benjaminiani chiameremo Kritiknotizen. Il programma completo del festival può essere consultato qui
La Papessa
Mi dice che vorrebbe dei figli e mentre
lo dice, la sua bocca si dilata in un sorriso
come una cervice.
Parla da un luogo che non si degna di leggere
da una vita che non può concepire.
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Difficile per una simile creatura
muovere anche pochi passi
senza che il luogo verso cui si dirige
ne assuma la forma.
Quale che sia il corrispettivo di una nascita
o il tempo della sua gestazione, si compie
infine, come fosse la scialba
descrizione di un’alba.
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Sempre che sia una cosa reale del mondo
(luce che lo sguardo cerca di corrispondere
o attenuare), oppure il modo di cominciare un discorso
dall’interno del punto intorno a cui giriamo
comunque, si vede solamente da qui, da soli
ma sempre sul punto di splendere
o sparire, nell’idea di solitudine che ognuno
si fa, più chiaro intorno e vuoto.
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«Ma vedi quindi come sei venuto
fin qui, dove non c’è luogo da accogliere
in altro che non sia un corpo, muto
se tutto intorno si deve distogliere»
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Esordisce schiarendosi la voce mentre
il cielo, invece, accumula nubi di catarro
e il freddo penetra dagli angoli, dalle fessure
dei battiscopa, dalla finestra tra i denti
serrati a muro intorno a una lingua.
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Abbiamo l’interno di un cranio, l’immagine
di una collina, questa frase, un soffitto a cupola.
Ma non le quattro mura di una casa
e altre bianche mura di cui non si dice
oltre, se ciò che non si dà: delinea.
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–
I vecchi ci aspettavano con le nuche sudate,
assetati, seduti, guardavano la luce
asciugarsi, sui colli, tra le pieghe del capo
o in qualche idea di fiume, che scorre nella voce.
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Facevano meglio oggi a non alzarsi
dal letto – mi hai detto, sempre guardando il fiume:
più nulla è in loro che non sia futuro.
Uno porta una felpa con scritto che ognuno
deve indossare quello che ha dentro o andare
nudo, l’altro è un libro aperto se lo guardi
negli occhi, però, cambia discorso.
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Ad esempio, sul bordo di una curva a gomito,
viene calcolata la grandezza dell’ombra
di una pianta, di un piede.
Un passante viene da dietro,
supera la fila e passa fino a quando
dicono che ormai è passato.
Qualcuno chiede, di quanto ci precede?
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Come raccolto nella sua traccia, ma senza lasciare il segno.
Nel tentativo di spostare il proprio nome
da un luogo all’altro della forma,
scorre nel suono perfino quando arretra.
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-Ma uno si chiede sempre dov’è che inizi la poesia,
per me quando arrossisco senza motivo e sudooppure subito dopo,
quando devo spiegare a parole mie com’è
che vi sto allagando il balcone
col sudore dei piedi
(il quale, tra parentesi, trapela
dalla pelle delle scarpe come in preda
a un’ansia di incarnarsi)
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Non tira un filo di vento e solo l’ombra che gettiamo
oggi tiene conto del sole. Si apre dietro la collina, suo malgrado
un pomeriggio senza futuro. Prende corpo nel mondo, si allunga
e tende, perché ci si aggrappi la vita, se qualcosa ancora regge.
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«E senti poi quanto vasto sia l’angolo
quanta la misura che può raccogliere
dove mostra di nascondere l’angelo
sia quest’albero coperto di polvere.»
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Inevitabilmente, qualcuno si chiede se da qualche parte sia un albero
non ancora visto, superato. Sia la polvere, da raccogliere oppure ordinare
lungo la distanza che separa un occhio dall’altro. È un corridoio di segni
in attesa di sguardo: apri bocca, questo luogo ti rivolge la parola.
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Di recente si è rotta un’anfora molto antica
una cosa unica ma non nel senso di speciale
e il punto non è se si può aggiustare.
Una serie di circostanze hanno fatto del corpo,
– tratto da un punto qualsiasi dello spazio –
uno strumento ben prima e ben oltre le sue intenzioni.
A margine della scena, sul tavolo, un chilo
di broccoli romaneschi, che ammonta
a un certo numero di ripetizioni.Vengono tagliati e bolliti, mangiati
senza che si possano semplificare
infatti ancora non fanno
che tendere a una forma.
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Da un palazzo lontano
la luce che viene somiglia
molto a quella di Marte.
Per cui, sia questo il piano
in cui dar forma al movimento.
Sia nessun cielo, reale
quanto ciò che lo sembra.
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«Segui il suono di questo passo viene
a piovere, segui la via nel fondo
oscuro richiamo alla vita, o scene
chiuse, hanno la forma di una frase.»
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Ancora la papessa, seduta sul fare della sera
parla per te, così che tu possa sembrare assente
almeno finché scova sequenze di segni da ordinare
con lo sguardo, prima di chiudersi a questo punto.
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–
Se dovessimo poi pensare che non c’è, qui, un posto per noi
come una frase a cui non si deve alcuna spiegazione, né a voi.
Allora potremmo svergliarci senza le dovute premesse.
Non ci sarebbero piccioni, ma solo la vita raccolta nel suo arco.
Saremmo la forma di alcune circostanze, un’evidenza
priva di sguardo, qualunque generalizzazione sia il mondo.
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–
Visto da qui pare un formicaio
coi suoi sentieri mobili e vivi, dove
ognuno è l’identità di un altro
e sembra che dentro non ci sia
nessuno – l’ho letto forseda qualche parte, in un passo
che centrava il punto. O in un altro.
(…)
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«Dal cerchio aperto ai margini di un prato,
dalla voce o in senso lato dal creato
preme qualcosa, come un orecchio:
è buio pesto, se il punto in cui il bosco
dirada, s’infittisce nell’occhio.»
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Le combinazioni di lettere che compongono il suo nome
o anche solo questa frase, s’impigliano nella retina
mano a mano che l’occhio le scorge, come immagini
di un luogo non proprio presente a se stesso,
più di quanto non lo sia il corpo da cui si guarda.
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–
Interessante, però, questo concetto sviluppato
da alcune cellule – dar forma al movimento
per spiegare il loro comportamento
all’io cui danno luogo.
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D’altronde, scrivo per sembrare migliore di me
lo dico apertamente. Quantomeno più brillante.
Posso, ad esempio, parlare molto, adesso
e starti vicino.
Posso perfino sembrare vivo
(lo diamo per scontato)
o essere te, mentre mi dici
da qui, che ho l’alito cattivo.
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–
Ti chiedo perdono, ma immagina anche questo:
che qualcuno guardi me (o chi per me) come anche tu
vedi ciò che il tuo sguardo restituisce.
L’ovvia evidenza del mondo, che non ha luogo altrove.
⥀
–
Che il sole ci riscaldi pure come avanzi del giorno,
e lasci arrossire. Per la vergogna,
dal sole saremo per sempre occultati
coperti di complimenti per l’abbronzatura
e già ringraziamo grati:
siamo tutti una montatura.
⥀
–
«Con quale dito, quanti arti li ascolti
i luoghi, i suoni da cui t’indicano
di stare fermo e gli altri li hai colti
se altrove, o più a fondo nel corpo, intimano.»
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-Appena un’immagine che sembri plausibile,
un lungo giro di parole per rendere sensibile
lo stato d’animo da cui muove il testo.
Ad un livello di astrazione inferiore, parlo
da una pagina bianca come la faccia di un morto
oppure solamente d’estate, quando viene il momento:
i muscoli addensati nello sforzo, e l’uomo risospinto nel corpo.
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–
«Tocca il suono, la pelle, svelle il paese
dal luogo in cui si chiama con un nome
e scava una frase, in cui mi depone.»
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-Fallimenti
“…ero segnato nella «Schiera», nel novero
dei cavalieri in cerca della Torre Scura,
e adesso la cosa migliore sembrava fallire come loro,
con questo solo dubbio, se ero all’altezza.”
(Orlando cavaliere giunse alla torre scura – Robert Browning)
Finalmente la zona industriale, tutta nella durata,
e dentro l’orario d’apertura c’è il grande discount
dei fallimenti: edilizia, perlopiù, e arredamenti
ma ci si trova un po’ di tutto e infatti anche noi
eravamo lì la settimana scorsa
alla ricerca di maioliche azzurre, le stesse
usate per costruire la volta celeste,
e sanitari sospesi.
Le stesse che pure il commesso porta applicate
sul cranio, da quando s’è spaccato la testa
che anche se ora non perde, dice ridendo,
comunque ci piove dentro.
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–
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Kritiknotizen
Riccardo Socci
Tra tutte le poesie ascoltate ieri e oggi, quella di Davide è forse la più presente a livello formale, di immaginario, di lessico, di strumenti – quelli propri della poesia nel senso più tradizionale. Ci sono spesso versi regolari, ci sono le figure di suono che si usano pochissimo nella scrittura poetica contemporanea, mentre qui sono spesso palesi e lampanti – la rima baciata, «scialba/alba», per dirne una, ma ce ne sono tante altre. Il verso breve, la poesia da respiro molto breve: tutti elementi che fanno riconoscere i tratti della poesia come normalmente ce la possiamo immaginare.
Quello che mi pare manchi in certi testi – mentre in altri, per esempio nell’ultimo, emerge – è una tensione che è sia metrica, cioè tensione del dettato e della forma necessaria in un tipo di scrittura lirica come questa, sia un’attenzione al ragionamento del discorso di questo soggetto che ci parla a nome proprio o a nome di un noi. Queste due forme di tensione – formale metrica e del ragionamento – creano i cortocircuiti di significato che poi fanno della lirica, sostanzialmente, la lirica. Per fare un esempio: Stefano Dal Bianco. In certi casi ho trovato meno questa cosa, mentre nell’ultimo testo, in certi passaggi, è emersa. Come prima domanda: quali sono le tue letture, i tuoi modelli, e qual è la tua idea di scrittura poetica?
Gilda Policastro
Ascoltandoti ho pensato alla lirica inevitabilmente – siamo in zona Matteo Tasca, ma senza la gigionaggine, senza quell’aspetto gigione. Ogni tanto immaginavo la lettura di Matteo Tasca degli stessi tuoi testi, per capire se l’intonazione lirica fosse particolarmente accentuata dalla tua lettura, che invece era molto asciutta e sobria.
La lirica è però davvero nei testi: c’è la rima, c’è addirittura uno iambo. E c’è la metafora – di cui finora non abbiamo mai parlato, mentre è l’ingrediente principale della poesia; abbiamo parlato di allegoria, che era l’implicito del mio riferimento a Laura Pugno a proposito della poetessa che ci ha preceduto. C’è anche l’aspetto metapoetico, abbastanza tipico di certa tradizione: «Interessante, però, questo concetto sviluppato da alcune cellule – dar forma al movimento per spiegare il loro comportamento all’io cui danno luogo».
Se ieri chiedevo a Matteo Tasca quale fosse l’ingrediente segreto della sua scrittura – perché nonostante sia così attardata sugli stilemi della lirica di tradizione poi risulta credibile – forse l’ingrediente segreto, a me sembra non del tutto segreto, è che questi frammenti, più che ricollegarsi alla tradizione primo novecentesca del frammentismo, restituiscono dei frame di interiorità che appartengono forse a un frammentismo instagrammatico. L’elemento di attualizzazione possibile di questo flusso lirico spezzettato potrebbe essere la caption di Instagram – cartoline dall’interiorità, che forse suona riduttivo, ma è quello che mi è venuto in mente.
Tornando alla rima, che è l’aspetto più evidente: la rima è qualcosa che hai come obiettivo, lavori con un rimario, oppure è un incentivo alla creatività come ha sostenuto e rivendicato Tiziano Scarpa?
Alessandro Minnucci
Proprio a proposito di rima: le rime sono un po’ in tutto il testo, però c’è una parte in cui le inserisci in maniera coerente e continua, che è quando hai i virgolettati. Quindi: «Ma vedi quindi come sei venuto fin qui, dove non c’è luogo da accogliere in altro che non sia un corpo, muto se tutto intorno si deve distogliere». Mi chiedo il rapporto tra questa continuità nella rima, soprattutto nelle parti con virgolettato, e se sia anche una scelta per dare riconoscibilità a una determinata voce che si inserisce lì. La rima come marcatore di persona.
Renata Morresi
Mi è venuto in mente Wittgenstein – poi l’autore ci dirà se ha senso questo riferimento. C’è questa indagine del linguaggio come Lebensform, come forma di vita, che viene indagata e anche sabotata – c’è un tentativo di sabotaggio degli automatismi. La poesia come una specie di terapia per disinnescare le abitudini, i meccanismi del discorso e quindi dell’esistenza. In tutto questo, le rime mi sembrano un lucchetto. Mi piacciono quei testi in cui si sentono meno queste rime, in cui c’è una sorta di fuga linguistica.
Non è tanto una questione di immagini – sì, ci sono le metafore, c’è questa immagine della bocca come una cervice che è bruttissima; fa un po’ rima con cervice ed è decisamente cringe – termine tecnico. E invece aprire la ricezione a un linguaggio quotidiano che non è solo trappola, ma a volte manda delle pulsazioni, non dico liberatorie, ma alternative.
Salvatore Ritrovato
Si è parlato abbastanza di rime; parliamo anche di non rime. Le rime ci sono, ma non sono tantissime: c’è soprattutto un lavoro sulla sonorità, sull’accostamento sonoro delle parole che a volte produce rime. La cosa che mi ha colpito è l’uso, a volte quasi ostentato, dei connettivi sintattici, che rendono il verso molto mosso. Il verso cerca di concentrarsi – gli endecasillabi sono tantissimi, naturali, non sempre precisi al conto di sillabe ma con quella struttura isoritmica fondata su tre accenti di cui parlava Fortini anni fa: può essere 11, 12, 10 sillabe, ma l’importante è che abbia una cadenza. Questo dà l’impressione di un lavoro meticoloso sulla struttura del verso.
Struttura che da una parte tende a diventare un po’ facile con la rima, dall’altra tende a contrarsi e piegarsi dentro se stessa. Arriva così questo stridere tra sintassi e metro che rende interessante certi testi in cui il soggetto resta sospeso. Prendo la Papessa: «Sempre che sia una cosa reale del mondo (luce che lo sguardo cerca di corrispondere o attenuare), oppure il modo di cominciare un discorso dall’interno del punto intorno a cui giriamo»; poi sospensione, uno si aspetta il soggetto, invece quasi un anacoluto, «comunque, si vede solamente da qui, da soli ma sempre sul punto di splendere o sparire, nell’idea di solitudine che ognuno si fa, più chiaro intorno e vuoto.». Questo stridere mi sembra molto interessante. La reintroduzione di connettivi come comunque, sempre, almeno, mentre, invece, ad esempio – trovo deliziosa la frase che inizia con «ad esempio»: «ad esempio, sul bordo di una curva a gomito». È un modo per de-lirizzare quello che potrebbe diventare una tentazione lirica un po’ ostentata, e mi sembra invece corretta bene da questi connettivi.
Ancora: l’uso dei relativi – a cui, in cui, per cui – ce ne sono due consecutivi in una poesia di quattro versi. Testi che chiedono immediatamente una rilettura, ragionati, ma non in maniera pedante o lambiccata: ragionati come se uno avesse un retropensiero e mentre descrive si introduce un mentre che devia il parlato. Interessante anche l’uso della punteggiatura: «e dovessimo poi pensare che non c’è, qui, un posto per noi come una frase a cui non si deve alcuna spiegazione, né a voi» punto. E il resto dov’è? Va alla frase successiva: «Allora potremmo svergliarci senza le dovute premesse». È un uso connotativo interessante. E poi l’altra poesia: «D’altronde, scrivo per sembrare migliore di me» – merita davvero attenzione. Chi sono i poeti che l’hanno messo su questa strada? O deriva dal fatto che – diversamente dal novanta per cento dei poeti laureati in lettere – lei ha una laurea in Economia, e forse attinge da pratiche discorsive diverse?
Valerio Cuccaroni
A tratti l’ho trovata una poesia che definirei intransitiva – non riuscivo a trasformarla da inattiva a attiva. In particolare il fatto che in diversi punti ci siano virgolette, ma non si sa chi stia parlando. Mi sono segnato tutta una serie di parole ricorrenti: il fiume, l’ombra, l’albero, la polvere. Parole che sembrerebbero rinviare a una ben precisa concezione della realtà, il fiume delle forme, stavo per dire una concezione buddista, ma poi non emerge pienamente. Mi è piaciuto molto l’ultimo testo, quello in cui metti a confronto l’anfora e i broccoli: un oggetto antico si è rotto – non è una questione di preziosità, si è semplicemente rotto – mentre i broccoli vengono tagliati, bolliti e mantengono la loro forma. Anche senza una dichiarazione di buddismo, c’è un satori, una piccola illuminazione.
Luigi Socci
Il fatto che Davide Lucantoni non appartenga al mondo letterario e non segua più di tanto certe mode recenti è, secondo me, un elemento di interesse e di valore nella sua poesia. Rimane misteriosa – forse ci ha portato troppi testi, perché hanno una densità che merita concentrazione su ogni singolo verso, ogni singola sillaba, e non sono così semplici e facili da comprendere. Quando ho cominciato a leggerli sul cellulare ho detto: «Finalmente un poeta che posso leggere tenendo il telefono in verticale invece che in orizzontale». Ma subito mi sono dovuto ricredere – ci sono tanti misteri dentro.
C’è una concezione della realtà molto straniante. Se c’è una parola ricorrente, sono luogo e spazio: c’è questa descrizione dei luoghi che però sembrano dei non-luoghi, luoghi non reali – fissandoli, la realtà si sgretola, rivelando un’origine che proviene da una matrice – nel senso di Matrix. Cortellessa aveva usato per altro contesto l’espressione «deprivazione di realtà»: là era una deprivazione dovuta a un bombardamento televisivo; qui c’è una deprivazione di realtà come se davvero non vivessimo, o almeno la nostra percezione fosse quella di un mondo che non esiste veramente. Le cose che tendono a una forma, come se non ce l’avessero: i broccoli. Sono considerazioni molto iniziali, ma questa è una poesia densa che ha bisogno di una lettura più concentrata. Quali sono i tuoi poeti di riferimento?
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Risposta dell’autore
Inizierei dalla questione delle rime, che mi sembra la più problematica. È sostanzialmente una perversione del momento: non le ho usate particolarmente nei libri precedenti, anzi le schivavo. In questa fase mi vengono così e le metto lì. Ho cercato di stemperare questa cosa – che alla lunga può essere pesante – con i connettivi e mettendoci delle sbavature in generale. L’idea era proprio inserire delle imprecisioni, cose che stonano nel testo, per bilanciare la forte presenza ritmica. È una cosa su cui posso lavorare nello sviluppo di questi testi.
I tratti tipici della mia scrittura sono tradizionali e lirici. Le forme di scrittura che tendono più verso la ricerca – termine difficile da collocare, che raccoglie esperienze molto diverse – tendono a non attrarmi più di tanto. Mi colloco sul versante tradizionale.
I modelli. Per questi testi mi sono rifatto a un libro che mi ha colpito, non poetico, romanzo: Museo del romanzo della Eterna di Macedonio Fernández. Su quello ho iniziato a costruire le idee di base di questi testi, che dovrebbero raggiungere un certo grado di coerenza tra loro. In generale cito Mark Strand – tutto quello che ha scritto – e L’isola di Alfonso Gatto. Ashbery è sicuramente uno dei miei riferimenti, uno di quelli che mi ha più colpito negli ultimi anni. Apollinaire per le rime: l’ho letto molti anni fa e continua a tornarci spesso.
Riguardo al richiamo di idee come il luogo, il rapporto con l’io, l’identità: un saggio di Derrida sull’icona di Nicola Cusano mi aveva molto colpito. Nel saggio introduttivo all’Icona, Cusano descrive il rapporto di vari spettatori con un quadro che restituisce loro lo sguardo – gli spettatori si sentono osservati dal quadro. Richiama un po’ la descrizione che fa Foucault de Las Meninas di Velázquez nelle Parole e le cose, però in maniera più stilizzata e per certi versi più precisa, perché costruisce una relazione spaziale tra lo spettatore e il quadro – ma la relazione tra gli spettatori, ciascuno affiancato all’altro, è una relazione che si costituisce nel discorso: quando tutti si confrontano e dicono «il quadro ci guarda tutti, nessuno di noi rappresenta il centro», questa formazione dello spazio sulla base di una relazione discorsiva e visuale è il cardine intorno a cui vorrei sviluppare le idee di forma e di luogo che ricorrono nella raccolta.
Un elemento cardine, sempre nel saggio su Cusano: Derrida commentando Cusano dice che «la casa ideale dell’io è la finzione, perché è l’unico luogo in cui l’io può mostrarsi in maniera credibile come unico e coerente. Nella realtà questo non è chiaramente possibile, ma la finzione partecipa alla costruzione della realtà in quanto funziona, ed è lì che l’io può svolgere i propri effetti dall’interno». Wittgenstein lo frequento nell’ultimo periodo, su cui ho scritto alcuni articoli di ricerca. Anche lui partecipa – la parola come forma di vita. Le coordinate di Cusano e Wittgenstein si intersecano, e Wittgenstein riletto da David Foster Wallace nel capitolo di Infinite Jest sull’Eschaton: il momento in cui i bambini giocano e inizia a nevicare e si crea il litigio furibondo sul fatto se stia nevicando sulla mappa del gioco o nel mondo reale. È un tema profondamente wittgensteiniano che partecipa alla mia costruzione dell’idea del luogo.
Sul soggetto sospeso: ci sono alcune poesie in cui il soggetto è sospeso deliberatamente, come tentativo di bilanciare la forte presenza del soggetto nelle poesie con riferimenti autobiografici. È un’altra cosa su cui posso lavorare.
Un altro riferimento fondamentale è Ted Hughes, in particolare la raccolta Corvo – l’ho adorata. Partendo da Corvo, l’idea era collocare questo discorso sul luogo e sulle forme all’interno di uno sviluppo cosmogonico – tendere verso la mitizzazione della creazione del luogo all’interno del libro. La Papessa è quella che genera con il suo sorriso – e quell’immagine della cervice mi piaceva sinceramente, quindi non la cambio, mi dispiace. Genera questa creatura che inizia a muoversi dentro la raccolta. Altro riferimento, che vorrei rimanesse implicito, sono Le vie del canto di Chatwin: ci si orienta nel mondo costruendo canti e quindi costruendo il mondo nel quale ci si tenta di ritrovarsi. Volevo inserire nella raccolta una creatura generata dalla frase di una Papessa che non può generare, che si muovesse incontrando un’alba, una roccia, un paesaggio con il quale si fonde – non come qualcosa di esteriore, ma come il paesaggio che la creatura crea con il suo movimento.
Da qui anche il riferimento a «dar forma al movimento», espressione che ho trovato in un libro sui polpi di Peter Godfrey-Smith, in cui nel descrivere i meccanismi dello sviluppo degli organismi pluricellulari come movente dice che «dar forma al movimento non è più di tanto orientato da un’intenzione». Concezione buddista – e la questione dei broccoli: perché sono frattali.
Sulla tensione: nelle mie abitudini di scrittura mi sono trovato spesso a dover costruire una serie di presupposti tali che rendessero il testo denso, inserito in uno sviluppo semantico, ritmico e logico che portasse il lettore a digerirlo mentre leggeva. Mi sono un po’ stufato di questo, perché mi sembrava un artificio troppo razionalistico. Volevo uscire dalla necessità di costruire sempre presupposti affinché il testo fosse leggibile. La mia soluzione è stata il ritmo – buttarla sulla forte connotazione ritmica e sulle rime. Le rime sono giustificate dal tentativo di uscire dall’arbitrarietà del contesto narrativo, che riconduce il testo a un’idea di realismo che volevo evitare. Se però mi dite che manca tensione, devo trovare un’altra soluzione.
Sulla Papessa come figura del tarocco: la figura tiene in mano un libro. Sul buddismo: non sono particolarmente religioso, ma il richiamo esplicito al buddismo è nell’ultima poesia, quella sui discount. L’immagine delle maioliche che servono a costruire la volta celeste è presa dal Sogno della camera rossa, romanzo cinese della tradizione classica che inizia con una dea che sceglie le migliori pietre del mondo per sostenere la volta del cielo. Una di queste pietre viene scartata e gettata nel mondo come un sasso che poi si incarna e dà luogo a tutta la narrazione del romanzo, circola nel mondo e ogni luogo che visita si inscrive sulla pietra come se fosse la sua storia. È un’immagine ripresa dalla tradizione buddista cinese.
* Il video dell’incontro di Davide Lucantoni può essere visto qui.
Davide Lucantoni, nato a Sant’Omero, provincia di Teramo, il 28 maggio 1992. Laureato in Economia e management all’Università Politecnica delle Marche, lavora come ricercatore in scienze sociali presso l’IRCCS INRCA di Ancona. Ha pubblicato con Arcipelago Itaca le raccolte Eccesso di forma (2018) e MEM (2021).

