Vivaria. Officina di nuove scritture poetiche ⥀ Matteo Tasca
In attesa della nuova edizione di «Vivaria. Officina di nuove scritture poetiche», la sezione dedicata alle giovani voci del festival di poesia La Punta della Lingua, che si terrà quest’anno il 4 e il 5 luglio ad Ancona, pubblicheremo nelle prossime settimane i testi di alcuni dei giovani poeti ospitati nel 2025, seguiti dalle relative note critiche, che ricordando i Crocknotizen benjaminiani chiameremo Kritiknotizen. Il programma completo del festival può essere consultato qui
Quando penso alla politica penso al mondo liberato dal male
la mia mano che si stende minacciosa sulla terra
per cancellare quello che è sbagliato.
Non penso mai alle cose da salvare
mi sento subito in colpa.
Certe volte ho l’impressione che un uomo immenso
è seduto sul cielo e ha posato le sue palle enormi
sulle nostre teste. L’uomo non fa altro che sognare di noi
il suo sogno è così grande che gli esce dal culo
e ci avvolge come neve. Io cammino nel suo sonno
e vorrei distruggerlo farlo esplodere da dentro
ma non posso toccarlo veramente faccio
un gioco strano con la bocca non capisco come fare.
Certe volte mi confondo e mi cresce una rabbia così grande
vorrei che tutti stessero zitti e ascoltassero me
che parlo in un talk show e ho più ragione degli altri.
Avere ragione è un modo per essere salvi.
Quando la mia mente è forte mi stupisco
di tutte le cose che ci sottomettono.
In un libro di fiabe gli gnomi catturano il gigante
e lo legano a una fune, è una scena che mi dà piacere
come un dito che ti solletica il culo essere forte
e non avere potere. Anche provare a capire il mondo
è un modo di sottomettersi a qualcosa.
Se chiudo gli occhi e mi metto a sognare
divento immenso, sono seduto su un prato in montagna
e guardo gli alberi, il mondo è bello.
Tutto questo non ha valore perché non c’è nessuno a vederlo,
è una solitudine come non avere una madre
il dolore aumenta al prolungarsi del sonno
l’uomo seduto ha sofferto oltre ogni immaginazione
ora nessuno può toccarlo.
Il mio primo sentimento politico l’ho avuto da piccolo
immaginavo che le donne si infilavano nei reggiseni
uomini piccolissimi e li stritolavano per gioco.
Ero sempre arrabbiato il mondo mi sembrava un posto ingiusto
anche la delusione va imparata, e odiare quello che desideri.
Come sarebbe non avere niente dentro, rovesciarsi la pelle
essere visto sempre, vivere attraverso lo sguardo
di uno che vede e che giudica, essere giudicati
e avere paura, sentire che tutte le cose hanno un peso,
finalmente hanno un peso, abitare la fantasia dell’uomo che guarda.
Pensare alla politica mi fa venire sonno.
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L’ultimo giorno della settimana, la domenica
come una qualità dell’aria, le persone che girano insieme
e compongono la quiete del giorno le campane
e tutto il resto che era legato si scioglie,
i volti dei bambini che corrono
una poltiglia di luce mentre nelle case
si prendono cura degli anziani. Mio nonno
è un tamagotchi da sfamare,
adesso che non capisce più niente
gli parli e lui sorride sempre più grande
com’è grande questa domenica di primavera,
i muratori hanno tolto la maglia
che sensazione dev’essere tirare su una cosa come
un condominio completamente bianco
con qualcuno che un giorno lo abiterà anche.
Per vivere serve della materia e poi del vuoto
dove muoversi e respirare io sono pieno di buchi
come una rete ma nessuno mi abita.
Ancora il viale assolato gli alberi che gridano
da tutte le parti la stagione ti attraversa
per intero e tutto quello che significa,
per esempio che gli alberi non sono come noi
sono veramente irraggiungibili ma senza cattiveria,
quello che conta è soltanto poter stare sotto la luce
e lasciare che la bellezza del corpo si frammenti,
adesso sono anch’io uno spazio bianco un ingresso
e tengo al seno mia figlia, la tua bocca dolce mi mangia
con poco dolore per me cresci forte figlia mia
tu così piccola sei così grande che mi hai
stravolto la vita mi hai reso quella che sono.
⥀
Solo adesso che non stiamo più insieme
vengo a sapere che non siamo mai stati noi due
c’era una terza persona che dormiva tra noi,
ci teneva per mano e ci nascondeva qualcosa.
Quando sei andata via io sono tornato giovane
sono diventata acqua che scorre e a volte
brilla, il mio corpo è pieno di sole ora
che non serve più a niente, i miei occhi
pieni di sole conoscono solo le cose vicine, quelle
che tornano e durano, per esempio il suo viso al rovescio
mentre è seduta tra le mie gambe, tre buchi
per lo sguardo e la voce, due azzurri,
le labbra che non mentono mai. Il nostro piano era
un discorso che durasse tutta una vita
per farci sentire che eravamo vicini,
le ombre sulla terra e in alto noi che corriamo
con il tuo sorriso che ti sta di fronte
e tu lo insegui sorridendo
e dopo ogni slancio è ancora di fronte, chi sei
che ti affacci dall’oscurità di questa gioia
terza figura non amante amata mio amore
cancellato che splendi sottoterra chi sei.
Quando mi hai lasciato è stato strano non avere parole,
e neanche adesso. Tutto quanto può andare perduto
ogni cosa può essere devastata in qualunque momento.
Ti guardi l’ombelico, le stelle come due forme della distanza.
Vorrei rinchiudervi tutti in una stanza per non farvi scomparire
amici miei, madri e padri miei, restiamo qui
seduti su questo divano a vedere la televisione,
tra noi c’è un’aria letale se la tocchi
si indurisce e voi diventate figure di vetro
ma se resto a guardare va bene non c’è segnale
sullo schermo solo un puntino bianco al centro
tutti insieme qui dentro vi stringo.
⥀
Avevo un sogno così grande che quando è finito
si è portato via tutto.
Ero un fiore pesante un milione di quintali
mi aprivo nei secoli con pazienza infinita
come i conquistadores e quelli che vennero dopo
con quel carico enorme di amore da riversare nel mondo
non tenevano niente per loro
tutti quei popoli da cancellare.
Amare è un modo per dire che hai perso qualcosa
un ladro che rovista in ogni cassetto
ci lascia in mutande diventa il vero proprietario
delle montagne d’oro e della casa che abitavamo
da innumerevoli generazioni ci ruba il cuore.
Tu eri come un cancello aperto
perfettamente oliato da cui si poteva entrare
e uscire a piacimento: questo è un modo per dire
che non smettevo di aprirmi, le finestre tutte spalancate
e immaginarmi contemporaneamente in tutti i tuoi buchi,
davanti dietro nella bocca voglio farti tutto quello che posso.
Quando hai scoperto che sotto il mento ho una zip
ti è venuto spontaneo tirarla giù e rifugiarti dentro di me,
posso contenere molte persone che mi mangiano
dall’interno ma sono troppo grande per finire,
una bocca aperta che mangia e non avere più immagini in mia difesa.
Per esempio io non esisto nei miei ricordi,
questo è normale credo, vedo solo i luoghi
e gli altri che si muovono in un’aria d’incanto
dicono cose fanno boccacce e io mi apro
come una porta sulla stessa scena ripetuta
per non perdere neanche un dettaglio,
essere aperti è un modo per non lasciarsi toccare
tenere la scena sempre di fronte.
Quando verrà la fine sarà normale accorgersi
che eravamo sempre mancati, provare un po’ d’amarezza.
⥀
Voglio bene alle mie piante perché le annaffi
e loro restano sempre lì, nel posto che avevano
all’inizio, se ti lasciassero non starebbero meglio
non credo che proverebbero sollievo. È probabile
che in inverno il basilico muoia
ma questa non la considero una sua scelta personale,
mentre in effetti il problema con te è che sei viva
e hai scelto di cambiare posto, se fossi morta
non sarebbe un problema, o meglio sarebbe un problema diverso
ma comunque il punto è che le mie piante restano
perché mi vogliono bene e tu invece no.
Prendersi cura di poche semplici cose
veder scendere dall’alto la benedizione
di quello che resta come lingue di fuoco
a marchiare le fronti i terreni il patrimonio immobiliare:
una radura come un’isola in un mare di azzurro
tra la giungla e la civiltà un posto per i sogni
più neri le cupidigie le speranze i desideri
più profondi più neri del maschio, l’immenso mercato
con file sterminate di fiori da scegliere e stendere
la mano e stringere e infine la proprietà dove splende
sempre il sole sotto un fascio di luce immobile,
questi nostri fiori luminosissimi con le loro fiche
perfettamente funzionanti le gambe sempre spalancate
il possesso è un gioco senza fine la radura
dove crescono il basilico la menta e poi i frigoriferi
i divani con sopra le famiglie gli oggetti che portano benessere
e noi avremo dimenticato tutto il sangue che è stato versato
per darci questa terra fertile, bisogna dimenticare molte cose
per vivere qui non propriamente perdonare,
quando vedremo il mondo per la prima volta
abbracceremo tutto questo come una benedizione,
un viso sopra un palloncino che vuoi stringere e baciare
mentre il palloncino soffoca dalle risate e sfugge
da tutte le parti e tutto ti ride intorno finché non lo afferri
e scoppia dal ridere con tutte le sue forze
ti inonda di tutta questa felicità che nascondeva
ti riempie ti stipa come un cassetto strapieno di gioia
che non riesci più a chiudere e si blocca così,
a bocca aperta, perché hai smesso di funzionare
perché lo devono sapere tutti quanto cazzo sei ricco.
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Come sarebbe essere una di quelle ragazze innamorate e felici del proprio amore
scegliere di prendere la pillola così l’uomo che amiamo può venire dentro di noi
cominciamo a ingrassare ma non ha nessuna importanza perché saremo amate per sempre
e poi quando restano sole hanno questo corpo grasso per venire dentro
ma non c’è più nessuno che vuole venire tutto quell’amore per non perdere neanche un abbraccio
ci sentiremo così sole e svuotate.
Invece al mare gli anziani hanno tutti il loro pene dentro i costumi i loro corpi sono fragili e vecchi
ma a volte i loro peni si irrigidiscono e diventano enormi sono giovani e lisci sono sempre belli
e le loro donne li prendono dentro
e tutti provano piacere e godono come se fosse una cosa normale non hanno nessuna vergogna a godere
stando l’uno nell’altra
poi guardano il mare nella pace del dopo
si sentono vivi diventano azzurri.
L’Europa orientale sogna un’invasione via terra come un abbraccio
l’Europa occidentale ha fatto lo stesso sogno ma aveva un significato diverso
Ursula von der Layen si sveglia di notte con tutti questi sogni che le premono sopra
la sensazione di essere schiacciata da un sogno che è come un’idea che è un come corpo atletico e bollente
ti preme sopra e ti schiaccia e si prepara a mettertelo nel culo
e lei è pronta a quest’ennesimo trionfo
sparire per diventare illimitata
è da questa posizione che si domina il mondo.
Saremo uno dentro l’altro, un corpo sopra l’altro come un grande carnevale quando verrà la fine
i soldati con i lori grandi peni al sole e qualcuno che si gonfia per accogliere tutto il tempo che ci resta da vivere
neanche i nostri genitori riusciranno a riconoscerci
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Kritiknotizen
Alessandro Minnucci
Con Matteo vedo un desiderio archivistico, quasi. «Vorrei rinchiudervi tutti in una stanza per non farvi scomparire», «voglio bene alle mie piante perché le annaffio e loro restano sempre lì, nel posto che avevano all’inizio», «mentre in effetti il problema con te è che sei viva e hai scelto di cambiare posto». Quest’idea quasi di custodire qualcosa che rischia di degradarsi con il tempo.
Renata Morresi
Mi è piaciuta questa sovraesposizione del narcisismo fragile, fino anche al coraggio di sovraesporre queste ossessioni anali. Mi sembra che qui la mancanza di via d’uscita dal soggetto umanistico tradizionale sta in questo surrealismo lirico, un po’ indie. Qui sembra che Tasca sia un po’ svagato, ma penso che questa sembianza sia ingannevole, c’è una sorta di volontà di controllo, addirittura di creazionismo, che poi viene riversata nel cupio dissolvi. A volte un po’ di questa tendenza surrealista lirica finisce, una volta avremmo detto nel bacio Perugina, adesso nell’arminiata: «amare è un modo per dire che hai perso qualcosa». Per fortuna però Tasca continua a riffare, in questo flusso che sembra tutto sorgivo ma che secondo me non lo è del tutto. Il testo è abitato dal cinema, dal fumetto, da video arti o arti installative.
Gilda Policastro
Nonostante la poesia sperimentale, che ha problematizzato i modi della soggettività, qui c’è un’esibizione sfacciata dell’io a ogni verso. La spontaneità, l’ingenuità più o meno simulata, la postura innocente, bambina – e spesso finto innocente –, prevale questo senso di interrogazione su chi sono. La domanda di Antonella Anedda, «come abbiamo potuto dire io?», riceve questa risposta: possiamo dire io, possiamo tornare a dire io con questo stupore bambino che se ne frega dell’avanguardia e dei suoi interdetti, e sfacciatamente esibisce le marche del poetese. L’assertività contro cui Marco Giovenale si è così tanto speso qui torna prepotentemente.
Questa poesia ha tutti gli ingredienti per essere rifiutata da chi pratica o professa altre idee di poesia, eppure non era questa la mia reazione. Quindi mi sono domandata: qual è l’ingrediente segreto di Matteo Tasca? Perché riesce a risultare credibile nonostante spontaneismo, ingenuità, stupore bambino, intimismo sfacciato? Un po’ sono queste punte di sadismo, il desiderio autofagico, ci sono appunto queste intromissioni di un sostrato più nero rispetto a questa dimensione apparentemente gioiosa. Non vedo tutta questa gioia che il titolo del tuo libro suggerisce: vedo un tormento strisciante rispetto all’esistenza.
Salvatore Ritrovato
La domanda che volevo fare è più sulla forma, sulla testura della scrittura stessa. Ho sentito degli endecasillabi: «Quando la mia mente è forte mi stupisco di tutte le cose che ci sottomettono» sono degli endecasillabi. Poi verso la fine di un frammento che inizia con «quando sei andata via» a un certo punto salta la punteggiatura e questo mi sembra un ottimo segnale: più salta la punteggiatura e meglio è, perché è come se mettessi le sensazioni, le emozioni dentro una sorta di flusso di coscienza. A un certo punto dici: «Chi sei che ti affacci dall’oscurità di questa gioia terza figura non amante amata mio amore cancellato che splendi sottoterra». C’è quasi un ritmo da canzone, da canzoni che vogliono ancora recuperare la metrica tradizionale più di quanto non faccia certa poesia. E questo mi sembra molto interessante soprattutto mettendolo in relazione con il surrealismo lirico di cui parlava Renata: hai una sorta di vittimismo postadolescenziale che però decostruisce da dentro. «Avere ragione è un modo per essere salvi» mi sembra molto ironico: non è vero che uno si salva avendo ragione, anzi, a volte uno ha ragione ma si sente sconfitto. Questo configura una sorta meticolosità nel costruire queste occasioni. Come costruisci i versi?
Valerio Cuccaroni
Hai usato il comico: le palle, il culo, tutto un lessico corporale che soprattutto nella prima parte mi sembra che racconti in forma di favola la politica. Non solo nella prima parte: anche in chiusura parli di un «grande carnevale». Mi sembra che tu ci abbia dato una dimostrazione di poesia comica. C’è Swift dietro agli gnomi, alle donne con gli uomini piccolissimi dentro il reggipetto. E naturalmente all’interno del comico c’è tutta la componente sessuale. A un certo punto dici «io mi apro» e usi poi tutta una serie di immagini di apertura – il cancello aperto, ad esempio. Questa comicità che è solo apparentemente gioiosa è una comicità ancestrale, collegata a questo tentativo di apertura, ma un’apertura come una finestra, come una porta, come una soglia da cui passa tutto. E infine il comico ci dà addirittura un esempio di commedia, con cui chiudi – la scena su Ursula von der Leyen. Come un autore della commedia nuova in questo tempo di fine democrazia, metti in scena un personaggio realmente esistente all’interno di una scena comica da commedia greca, però consapevole anche del tragico.
Luigi Socci
Ascoltando Matteo Tasca, e avendoci chiacchierato ieri sera, sapendo che è stato allievo di Guido Mazzoni e avendo letto il suo primo libro, mi sembra che la sua poesia possa essere – e mi sembra un’ispirazione abbastanza comune tra i poeti della sua generazione – quella di trovare una via d’uscita dal mazzonismo. Questa è la sesta volta stamattina che usiamo questo termine, e ci fa capire quanto Mazzoni sia stato ed è estremamente influente. Di cui rimane qualche concrezione, specialmente negli elementi descrittivi dello squallore esistenziale. Ma forse più che Mazzoni, Matteo si riferisce a quelli che potrebbero essere alcuni modelli di Mazzoni: Houellebecq per esempio, o Philip Larkin – quella poesia sulla contraccezione per non avere figli ricorda moltissimo Larkin. La via d’uscita dal mazzonismo è sicuramente il comico, e in generale la riattivazione del muscolo atrofizzato della facoltà immaginativa che in molta poesia contemporanea sembra una cosa da rimuovere. Qui invece ci sono tantissimi voli fantasiosi e fiabeschi. Il comico richiama Rabelais – ho trovato delle immagini che me lo ricordano, per esempio «l’aria letale se la tocchi si indurisce e voi diventate figure di vetro», che mi ricorda un’immagine del Gargantua e Pantagruel, quella terra dove le persone parlano e le parole si gelano in aria per poi cadere a pezzi ghiacciate. Swift nell’immagine degli gnomi che legano il gigante. L’immagine cronenberghiana della zip sotto il mento. Le montagne d’oro, altra immagine onirica fiabesca. Il carnevale citato alla fine.
La voce che dice io è sempre la tua? Perché qualche volta mi è sembrato ci fosse una desinenza femminile. Se così fosse, decade il lirismo – l’io proprio al centro del testo. Volevo chiedere se c’è questa doppiezza.
Infine: parliamo sempre di Mazzoni, Prosa in prosa, Giovenale. Io leggo Matteo e ci trovo dentro Kafka, Freud e Brecht. Ci trovo la prima metà del Vecchio, lo straniamento, il ridicolo, il macroscopico, il microscopico, il volgare, l’approccio didascalico, quella che Brecht chiamava la «pre-teatralizzazione» – il fatto che si utilizzino frasi che sono evidentemente già teatralizzate. Iniziamo a dirle, queste cose. C’è un mondo di riferimenti che non sono solo Mazzoni, Giovenale e Prosa in prosa: c’è il teatro, la critica. E Mazzoni vuol dire Fortini, e Fortini vuol dire Brecht. Quelle cose indirettamente arrivano.
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Risposta dell’autore
Sul montaggio: la forma viene dalla psicanalisi – vado in analisi da due anni, mi stendo sul divanetto e parlo, e non c’è un contraddittorio, c’è un discorso che uno segue senza necessità di un filo logico. Quando scrivo prendo appunti vari e poi alcune cose si assemblano fra di loro mentre scrivo: mi sembra che si richiamino a vicenda. Quando scrivo sembra tutto sensato, poi quando rileggo certi testi a volte dico «ma che cazzo ho scritto?» Nel caso del penultimo testo, quello sulle piante, il filo rosso che tiene insieme le due strofe è la continuità tra la pianta e la donna, e l’amore come possesso – che è qualcosa che uno rifiuta, e quindi la pianta sembra offrirsi come oggetto d’amore solido perché non si muove, al massimo muore. Questo senso della proprietà immobiliare, il terreno su cui poi fioriscono le cose del benessere.
Sono d’accordo con quello che diceva Salvatore sull’assertività: la mia vena comica, il fatto che io non aderisca al personaggio che dice io, e il fatto che questi testi siano pieni di contraddizioni – per me è un modo per depotenziare l’assertività. Io non vorrei essere preso sul serio. Quando dico «avere ragione è un modo per essere salvi» non è qualcosa che penso, è qualcosa che in certi momenti mi attraversa. Quando sono incazzato con Salvini penso di parlare davanti a tutti e di dire cose vere. È una fantasia stupida, ma la penso. Nella stupidità si capiscono molte cose di chi siamo. Quindi è importante essere stupidi in poesia: scrivere cose dirette ma false.
Sul sogno: il punto è sempre lo stesso. Ursula von der Leyen schiacciata da un sogno, il primo testo con l’uomo che sogna – sono profondamente convinto che l’inconscio sia un problema politico. Un discorso sul soggetto che non prende in considerazione l’inconscio è un discorso facilmente illuminista che non funziona. Quella dimensione, sia dell’inconscio stratificato, sia della parte sbloccata e anarchica del sogno, non ha niente a che fare col romanticismo becero – è una roba importante.
Sul comico e le parolacce: capisco l’effetto comico, ci sta. Io non vorrei però essere comico. Il fatto di dire le cose semplicemente così come stanno – è una funzione antirepressiva, non è qualcosa per far ridere. Quando scrivo le parolacce non saprei trovare sinonimi senza addomesticare il discorso.
Sulla questione dell’io: chi dice io non è sempre la stessa persona, semplicemente perché io cambio. A volte penso a me al femminile. La contrapposizione fra ricerca e lirica, dove nella prima non c’è io e nella seconda c’è io, è una roba che è passata, nel senso che è trascorsa. Per fare questa cosa serve una fiducia nel fatto che l’io sia qualcosa di concreto e solido, che credo nessuno di noi abbia più. L’io è qualcosa con cui si può giocare, qualcosa con cui bisogna fare i conti. Quando uno dice io non sta parlando di un sasso, sta parlando di una roba che non si capisce bene cos’è. È lo spazio dentro cui avvengono alcune contraddizioni.
La zip sotto il mento viene da Baby Reindeer, la serie. C’è una parte in cui lei dice a lui: «Vorrei proprio abbassarti una zip e rimettermi dentro di te». Viene da lì.
* Il video dell’incontro di Matteo Tasca può essere visto qui.
Matteo Tasca, nato ad Anagni nel 1993. Ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in lettere presso l’Università degli Studi di Siena e attualmente lavora come redattore per il settore universitario di Mondadori Education. Nel 2024 ha pubblicato per Industria e Letteratura la raccolta di poesie Un giorno di festa.

