Vivaria. Officina di nuove scritture poetiche ⥀ Riccardo Frolloni

In attesa della nuova edizione di «Vivaria. Officina di nuove scritture poetiche», la sezione dedicata alle giovani voci del festival di poesia La Punta della Lingua, che si terrà quest’anno il 4 e il 5 luglio ad Ancona, pubblicheremo nelle prossime settimane i testi di alcuni dei giovani poeti ospitati nel 2025, seguiti dalle relative note critiche, che ricordando i Crocknotizen benjaminiani chiameremo Kritiknotizen. Il programma completo del festival può essere consultato qui

 

Abbassa le luci, gradualmente, giorno dopo giorno, lei
se ne accorge, domanda, ma niente, lui nega, le chiede

se si sente bene, le dice che si sta preoccupando, giorno
dopo giorno, sempre più fioche le luci e lei che si ricordava

diversamente, i colori, quasi non vede più certi angoli,
ma oramai si inventa le cose, le immagina, finché non diventa

normale, addirittura, condivisibile, in questa notte
della mente c’è una foto, è mio padre da giovane, è in ginocchio e riceve

una benedizione, tutti sorridono, in un’altra c’è l’uomo che benediceva
circondato da sole donne e il resto degli uomini di lato, quasi non si vedono,

io bambino in braccio a mio padre, e tutti sorridono, poi una terza foto
sono tra altre braccia, sorrido, durante la mia infanzia molte cose

furono colpite da fulmini, ma se nessuno li nega, alcuni fatti straordinari
possono sembrare normali, addirittura, condivisibili.

 

 

La guardavano male. Nessuno lì portava sciarpe, o almeno, negli anni
del dopo dittatura Ceausescu le donne avevano solo colbacchi, collo alto e pelliccia.

All’aeroporto sbagliato di Bucarest, Bucuresti in rumeno, mia madre aspettava
una macchina che non la stava aspettando, e ha avuto paura.

Era necessariamente l’anno più gelido degli ultimi ricordi, lo sarebbe stato comunque
per chi come noi non ha mai ascoltato storie di sangue gelato, e non poteva

uscire e poi rientrare, non poteva chiedere aiuto, non sa la lingua e poi
cosa chiedere, forse sono proprio le facce che incutono mutismo, dipingono fuggiaschi,

traditori, ladri – la provincia sempre presente, il diverso come mostro, il sospetto e di nuovo
la paura, la paura ti salva la vita, stai attenta – cercava un cenno, un sorriso, il nome Alina

nei lineamenti, nome comune, un numero di telefono fisso, di casa sua, forse, cerca
una cabina telefonica, ma prima: il cambio valuta, mille lei, cartaccia che non vale niente,

aveva appena venticinque anni, e la fuga e la vita era un tutt’uno.

 

 

Una scimmia alcolizzata, nel distretto di Mirzapur, in India, uccide una donna e ferisce 250 persone. Si chiama Kalua e sarebbe appartenuta a un occultista della zona che le avrebbe dato da bere solo alcool. Morto il padrone la scimmia avrebbe dunque iniziato ad avere crisi di astinenza, vagando per la città e attaccando. L’animale è stato poi catturato e trasportato allo zoo. Gli zoologi hanno scoperto che, oltre a essere alcolizzata, la scimmia si rifiutava anche di mangiare verdure. L’occultista potrebbe averle dato da mangiare carne di scimmia, il che spiegherebbe anche la sua aggressività verso i suoi simili. È stata isolata in una gabbia dove passerà il resto dei suoi giorni. In realtà, la funzione originaria, biologica, della paura non è quella di disorganizzare i comportamenti bensì il contrario, organizzarli in vista di una soluzione in sintonia con l’istinto di sopravvivenza. Esistono però paure controproducenti, come la paura di vivere e la paura di morire: il desiderio di non essere separati dalle cose e dalle persone che ci proteggono e il desiderio di essere indipendenti e potenti. Il conformista dunque o «catatonico minore» e il nevrotico.

 

 

C’era la processione della vigilia, gli incappucciati, le caviglie incatenate e loro
in vetrina a rivestire manichini nudi, a mettere in ordine la vergogna, di stare là, a lavorare
ancora a quell’ora, lavorare per il troppo lavoro, prepararsi per il giorno dopo, la pasqua
e la pasquetta, i primi giorni di primavera, il boom economico, il paese e la montagna che vive
anche dei prati. Mai, mai si doveva parlare di cassa con gli altri, solo a casa, a porte chiuse, gli altri
si vantavano degli incassi, gli altri, ma noi no, mai, meglio evitare, farsi gli affari propri, la vergogna
di mostrarsi religiosi col lavoro, coi milioni, tre milioni e mezzo, undici, dodici milioni
a ferragosto, i soldi, che mio nonno contava tutta la notte sul tavolo grande nel semibuio
di case di campagna, luce fioca e falene, tanti soldi non li aveva mai visti in vita sua, e di padre
in figlio lo stesso pensiero quando il direttore lo conduce nel cavò e balle di soldi legate con Io spago,
in quattro o cinque a caricarle sul furgone che non sembravano più soldi e non avevano
abbastanza mani.

 

 

Volevano comprare immobili, negozi, intere palazzine,
il mercato era nuovo, emergente,
le politiche europee favorevoli,
il denaro che gira insieme all’aria fresca di liberalismo,
il porno, gli stranieri in città, e i miei
attraversano Bucarest con un furgone pieno di soldi.

 

 

Come in un incubo qualsiasi i soldi
cambiano continuamente forma

e una volta sono un dono di grazia e una, invece,
la lingua del demonio, lo sterco del diavolo.

 

 

A volte per rispondere a una domanda c’è bisogno di un’altra domanda, e qui la domanda riguarda cosa è e cosa non è possibile. Nella notte di Santo Stefano del duemilaquattordici un ippopotamo è stato investito sulla provinciale, l’animale, una femmina di otto anni e quindici quintali, era scappato dal circo Orfei. I responsabili del circo dichiarano che alcuni animali sono stati liberati da un’associazione animalista, «Eravamo in pieno spettacolo e abbiamo annunciato la pausa per recuperare gli animali, tra cui alcuni dromedari, struzzi e una zebra». Per liberare Aisha (nome dell’ippopotamo) hanno divelto la rete esterna e neutralizzato la recinzione elettrica. Hanno scritto sui rimorchi delle frasi ingiuriose. Ancora indaga la polizia. Da allora la chiamo variabile ippopotamo, ovvero, come discutere dell’assurdità, quando tutto è normale.

 

 

Per le cinque del pomeriggio Pina era di nuovo in Italia,
la vanno a prendere a Fiumicino, non aveva chiuso occhio, non c’era motivo di restare.

Peppe resta e perderà tutto, anche gli altri ci rimetteranno milioni, mangiati dalla mafia locale,
da commercianti più spietati, ogni tanto, per i venticinque anni successivi, qualcuno chiamava,

lo cercavano per chiedere informazioni su questo o quell’appartamento,
che avevano visto, un tempo, essere stato di sua proprietà, e gentilmente lui riaggancia.

Ma una faglia aperta mette radici e può essere tappata solo in superficie, le rovine
possono essere puntellate, si ritorna a casa, ma la casa è ora piena di scale e porte

silenziose, la faglia interiore bisbiglia prima, poi smette di parlare, si dimentica
lo strappo e si normalizza, diventa addirittura condivisibile, si giustifica, si pensa ad altro.

Ai cinesi, per esempio, adesso ci sono loro. Hanno magazzini sterminati, impacchettano milioni
di capi pronto moda, comprano cash, si comprano tutto, ai banconi mettono ragazzine sempre nude,
con borse d’acqua calda sulle pance, producono, riproducono e si riproducono,
bambini sui corridoi di ogni età, le bambine vestite da bambole, i maschi ancora mezzo comunisti
con nomi italiani improbabili, Romano, Giada e occhi diamanti a vedere
un taglio da cinquecento euro.

 

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Kritiknotizen

Gilda Policastro

È interessante che questi testi fossero già editi, ma nel dialogo forzato con i testi più laboratoriali emergono elementi a cui leggendo il libro non avevo fatto abbastanza caso. Sono elementi microtestuali più uno tematico. Ovvero deittici che compaiono forse oggi per la prima volta in modo insistito – questo, quello – e accanto ai deittici compaiono gli altri, che non avevamo mai visto finora. In questa sequenza arrivano i soldi – che sono il connotato più attuale in cui la poesia di ricerca è abbastanza interessata come tema. I soldi che non vanno nominati, mentre gli altri li nominano, e i cinesi come epitome di questi altri che nominano i soldi.
Mi ha fatto venire in mente il romanzo di Marta Cai, Centomilioni, con quella pagina sul computo dei soldi. E in queste contrapposizioni tra noi e gli altri c’è poi l’immagine della faglia – immaginandolo come testo laboratoriale, che ovviamente non è. Forse mi permetto un momento di microediting: non sento il bisogno di quella specie di «faglia interiore». Mi piacerebbe di più se non ci fosse la specifica interiore e si passasse dalla faglia reale, dalla sua concretezza materica, alla faglia interiore, ma senza la specifica che invece si normalizza, diventa condivisibile, si giustifica eccetera. Questa è sicuramente la scrittura che più ci riporta a un orizzonte contemporaneo – non propriamente di ricerca, ma di una poesia che si deve leggere in orizzontale sul telefono. La mia domanda riguarda il tuo progetto: come ti stai muovendo adesso, se in direzione della prosa o in questo ambito di confine non proprio ben definito?

Alessandro Minnucci

Mi trovo con un po’ di imbarazzo a parlare di una poesia che ho frequentato negli anni, che ho visto crescere, che ha anche significato tanto a livello personale per me. Ne approfitto per citare due riferimenti di cui forse non si parla spesso. Uno è Luigi Di Ruscio: non so se semplicemente per una questione di modelli e tipi umani della stessa regione o per questo verso che si allunga e diventa quasi urgenza del dire che non riesce a essere contenuto nella pagina – me lo sono chiesto spesso leggendo te e leggendo Di Ruscio e pensavo come mai mi provocano lo stesso sentimento, questa cosa di tornare un po’ indietro nel tempo. «C’era la processione della vigilia, gli incappucciati, le caviglie incatenate e loro in vetrina»: me lo immagino letto in una poesia di Di Ruscio.
L’altro è Sanguineti, in maniera molto lontana: mi chiedo se il lavoro che fai tu con le virgole sia quello che lui faceva con le parentesi. Quest’uso della virgola che distende il discorso poetico. E la virgola come cifra nella costruzione del testo mi sembra che permetta di far entrare altre voci – «mai, mai si doveva parlare di cassa con gli altri»: questo è Riccardo che parla, ma mi sembra anche un collettivo di Sarnano per dire che è una memoria popolare fatta di tante voci che ti dice «mai, mai si doveva parlare di cassa con gli altri». Mi chiedevo se la virgola permette questo gioco tra la tua voce e quella di una comunità.

Renata Morresi

C’è una grande presenza del long poem in questi due giorni. Praticamente tutti scrivono lunghe sequenze. Sono stati scritti molti tomi sulla definizione. Questo è quello forse più consapevole di esserlo, cioè è meno sequenza, qui ci sono dei veri cliffhanger. È anche quello più transnazionale e più esplicitamente articolato con la storia personale dell’autore. La mia domanda è: come sta andando questa articolazione, questa sorta di autoistoria in cui si indaga la biografia familiare attraverso le grandi forze storiche sovrapersonali e viceversa? La seconda è: parlaci un po’ di questi distici, del perché hai scelto proprio questa forma.

Valerio Cuccaroni

Ho trovato questi distici epici. Ho riscontrato un’attenzione alla cronaca che potrebbe riconnettersi, anche per il ritmo anapestico, a Pavese e quindi a una tradizione nobile della letteratura italiana che guarda alla storia, ma guarda anche a figure umili, con un’attenzione anche politica. Allo stesso tempo però questi distici epici mi hanno fatto pensare a delle stringhe che cercano di dare conto di costellazioni famigliari.

 

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Risposta dell’autore

Da un po’ di anni non riesco più a scrivere testi sporadici, seguendo illuminazioni sparse – non mi viene, non scrivo. Ho degli appunti che non considero testi. Per questo ho iniziato a sviluppare Amigdala, concentrandomi su alcuni temi che poi si sono connessi – anche per un inconscio depistamento interno, data la mia formazione più tradizionale, lirica, familiare, neorealista. Ho collegato questo progetto alle cose che mi interessavano: una sorta di lessico familiare. Ho visto come la paura e l’ansia erano parte della mia storia, come il movimento in Corpo striato era l’opposto della morte – la morte del padre, eccetera. C’è quindi un macro-progetto: sto pensando a un terzo capitolo, Claustro. Corpo striato, Amigdala, Claustro dovrebbero essere un trittico – i tre fanno parte dei nuclei della base del cervello, le cose più primordiali dell’essere. Se Corpo striato era il lutto della morte, Amigdala è un cercare di ripercorrere la storia familiare anche per frammenti. Sul prossimo libro – Claustro – dovrei ragionare su cosa resta della famiglia dopo il crollo. Voglio iniziare con una casa che viene buttata giù: il terremoto del 2016, la casa dei miei è stata appena abbattuta.
Sul microediting di Gilda riguardo alla «faglia interiore»: ho inserito quella specifica perché nel libro c’è anche la faglia come terremoto, e mi sembrava necessario distinguere. Ma rileggendolo adesso, forse sono un po’ meno convinto, quindi grazie.
Sul verso lungo: il verso è venuto sempre di più ad allungarsi, forse per influenze transnazionali. Mi occupo di traduzione da tanti anni, e c’è questa poetessa inglese – Ann Sullivan – che ha una grande ascendenza americana, con versi molto lunghi. Il libro si chiama Three Poems – tre lunghi poemi. Usa i distici. Da lì ho preso un po’ l’idea, e le virgole che mi sostengono in questo verso molto lungo che potrebbe sembrare prosa ma a mio avviso, come dice anche Joe Wenderoth con i suoi versi molto lunghi, se si va a capo è poesia. C’è un’attenzione diversa. Le virgole aiutano in questo processo come anche l’anapesto che dà quel ritmo sostenuto. Wenderoth sperimenta molto di più – usa le freccette, le frecce, proprio le frecce, per dare speed. Il suo libro si chiama Fest e cerca di spingere la pubblicità. Questa cosa mi interessava per sostenere la narrazione affinché non fosse né prosa né poesia né altro – quello che volevo fare io. Il processo è stato questo.
Sul riferimento a Sanguineti e le virgole come parentesi – non ci avevo pensato, però effettivamente il processo è stato simile.
Di Ruscio: lo amo follemente, non so che cosa dire. Per me è un apice. Vorrei tantissimo poter scrivere come lui. Naturalmente non ci riuscirò mai, ma questo è un altro discorso. C’è questo pezzo meraviglioso nel documentario su Di Ruscio con Angelo Ferracuti, molto marchigiano come cosa, in cui viene intervistata la moglie e dice: «Preferivo Luigi quando bestemmiava in italiano e io non lo capivo, ma quando ha iniziato a bestemmiare in norvegese è stato un bel problema». Io mi sento profondamente d’accordo con Luigi, non con la moglie.
Sulla storia personale: nonostante si parlasse di una famiglia con una storia un po’ particolare, che ho scoperto dopo la morte di mio padre – un altro colpo abbastanza forte –, sono uno di quelli che dice «la poesia non è salvifica, però aiuta». L’analisi mi ha aiutato, ma ragionarci poeticamente su queste cose mi ha aiutato di più, nel senso che posso costruire un personaggio. Penso a mio padre in due forme: quella letteraria che ho costruito io, che governo e a cui faccio dire e fare quello che voglio, e quella che invece è viva nella realtà – il che è un problema più grosso, ma che non posso governare allo stesso modo. Per il prossimo lavoro vorrei invece ragionare su personaggi in maniera totalmente inventata, senza ricostruire nessuno di reale. I versi lunghi mi sostenevano nel processo di narrazione per non scadere nella prosa – nella mia logica non era quello che volevo –, quindi avevo bisogno di questa spinta, e l’utilizzo degli anapesti è quello che ho fatto. Di questo ho discusso molto con il professor Colangelo, che ormai è un amico, e che mi ha dato molto su come far tenere il verso. Quindi lo devo ringraziare. E Pagliarani, naturalmente, e Whitman.

 

 

 

* Il video dell’incontro di Riccardo Frolloni può essere visto qui.


Riccardo Frolloni, nato nel 1993 a Macerata. Laureato in Italianistica all’Università di Bologna, pubblica Corpo striato nel 2021 per Industria e Letteratura, con cui vince il premio Pordenonelegge Poeti di 20 anni. Nel 2024 esce Amigdala per Nino Aragno. Nel 2022 è stato ospite e curatore al Festival Internacional de Poesía di Rosario, Argentina, e al progetto L’italiano dei poeti all’Università di Vilnius in Lituania. Ha tradotto Sul non perdere le ceneri di mio padre nell’alluvione di Richard Harrison per Round Midnight (2018) e Non praticare il cannibalismo, antologia di Ron Padgett (2021). È stato direttore del Centro di Poesia Contemporanea di Bologna e ha lavorato per la School of Continuing Studies dell’Università di Toronto come lettore assistente. Scrive per la rivista musicale «Impatto Sonoro» e ha fondato l’associazione Lo Spazio Letterario con cui organizza iniziative a Bologna. Insegna italiano e latino nei licei.