Il manifesto poetico di Williams Carlos Williams, Spring and All, è stato tradotto in italiano da Tommaso di Dio, per la casa editrice Ibis. Ne parla Lorenzo Mari.

 

A un solo anno di distanza dall’uscita di due pilastri del modernismo in lingua inglese (Ulysses di James Joyce e The Waste Land di T.S. Eliot) e di altre opere che hanno reso il 1922, con ogni probabilità, l’apogeo del modernismo a livello globale (si pensi, tra gli altri, a Trilce di César Vallejo), William Carlos Williams sembra già averne avuto abbastanza. O meglio, sembra averne avuto abbastanza di quelli che considera gli eccessi tanto ideologici quanto formali, di natura prevalentemente tipografica, del simbolismo e poi delle avanguardie storiche, con i quali la poesia modernista flirtava apertamente, all’epoca, e spesso, anzi, si mimetizzava. A tutto questo, Williams intende contrapporre un suo personale manifesto poetico, intitolato Spring and All (1923) – ora finalmente tradotto in italiano e ottimamente curato da Tommaso di Dio con il titolo di La primavera e tutto il resto per la collana “Le meteore” della casa editrice Ibis, co-diretta da Domenico Brancale e Anna Ruchat.

Ora, posto che quello appena delineato sia realmente stato uno tra i vari possibili moventi di Williams, l’opera, così come ci è giunta, centra almeno parzialmente l’obiettivo. La congerie testuale che reca il titolo di Spring and All – un’introduzione, sei “capitoli” numerati, dieci prose, 26 poesie “numerate” e una non numerata – risponde, infatti, in modo parodico alle acrobazie tipografiche di altra poesia dell’epoca, introducendo, sì, alcune di queste esperienze all’interno del libro, ma indirizzandole telescopicamente verso un unico scopo, peraltro estremamente coerente con la propria poetica. Sforzo, questo, che è altrettanto ideologico, se si vuole, visto che l’orizzonte ideale cui tende l’intera opera è più che altro basato sulla ridefinizione del rapporto tra immaginazione e the eternal moment – la dimensione temporale, solo apparentemente ossimorica, che è propria della scrittura di Williams e, in generale, sempre secondo l’autore, della poesia.

A questo proposito, come ha sottolineato, tra gli altri, Stephen Cushman in William Carlos Williams and the Meanings of Measure (1985), a partire dalla poesia II di Spring and All, «typography intensifies a particular moment in the poem, a moment when observation is suspended in revelation». L’intensificazione tipografica del momento, si legge ne La primavera e tutto il resto, è il viatico all’“avanzamento dell’intelligenza” (p. 65) attraverso l’immaginazione, portando l’osservazione ad una sospensione che permette, infine, la rivelazione e fornendo una base che è quasi misticheggiante all’assunto di poetica che si trova chiaramente espresso più avanti: «L’unico realismo nell’arte è quello dell’immaginazione» (p. 79).

Williams, dunque, non si scaglia ancora contro i “typographical tricks” che cercano artificiosamente di separare la poesia dalla prosa, come si potrà leggere in I Wanted to Write a Poem (1958, p. 37), bensì riunisce prosa e poesia in una ricerca del “realismo dell’immaginazione” che poi esplode, letteralmente, sotto gli occhi dei lettori, in una molteplicità testuale e prospettica affine al cubismo di Juan Gris, chiamato esplicitamente in causa da Williams dopo la poesia VI. Qui, a seguito di una sonora provocazione – “Io non so cosa gli spagnoli vedano nei loro Velasquez [sic] e Goya – ” (p.79) – Williams fornisce un’elaborazione teorica, ancora oggi largamente indiscussa, del cubismo, sottolineando come la creazione della realtà, con tutto il suo portato fenomenologico, si sia definitivamente sostituita all’imitazione, superando l’illusione di realtà data dalla prospettiva tradizionale.

È straordinario, però, nonché straordinariamente contraddittorio trovarsi poi a leggere questo passaggio:

«Le proposte di Whitman sono dello stesso tenore, hanno lo stesso andamento moderno verso la comprensione immaginativa della vita. La larghezza che interpreta come la propria identità, dal minimo al massimo che la circonda, la sua “democrazia” infine rappresenta il vigore della sua vita immaginativa» (p. 85).

Che si tratti di due fenomeni eminentemente moderni, non c’è dubbio; Williams, tuttavia, li pone all’insegna dell’aforisma immediatamente precedente – «Nessun uomo potrebbe soffrire la frammentaria natura della comprensione della sua stessa vita » (p. 85) – ponendo, dunque, il trascendentalismo whitmaniano in stretta correlazione con il “realismo dell’immaginazione” rintracciato nel cubismo di Juan Gris, e unendo poi entrambi alla propria teoria dell’immaginazione, così com’è esposta in Spring and All. Costellazione che pare oggi piuttosto ardita, e questo proprio in funzione della presenza del nume tutelare della poesia statunitense, la cui epopea naturalistica dà un abbrivio potente, ma di per sé ingenuo ai limiti dell’ambivalenza, al processo di ricomposizione dei frammenti in una nuova totalità, che è, invece, più pertinente ai percorsi di William Carlos Williams o di Juan Gris.

L’emergenza di Whitman nella produzione di Williams risulta, del resto, piuttosto sintomatica, e forse decisiva, considerando ad esempio il fatto che Williams, già nel 1917, aveva dedicato al padre fondatore della lirica made in US un importante articolo, “America, Whitman, and the Art of Poetry”, sul bostoniano The Poetry Journal. Ancora e più specificamente, William Carlos Williams è stato brillantemente definito a modernist Whitman – o meglio, come «un’interpretazione modernista di Whitman» – da Stephen Tapscott nel suo saggio omonimo, American Beauty: William Carlos Williams and the Modernist Whitman (1984) – segnalando, dunque, una permanenza letteraria, culturale e politica molto forte all’interno della poesia di William Carlos Williams e spiegando anche, in modo sintetico, l’ironica distanza di quest’ultimo dallo stesso processo modernista di ricomposizione dei frammenti, assai più cerebrale o intellettualizzato, in The Waste Land di T.S. Eliot.

A questo sommario tentativo di storicizzazione si dovrebbe certamente aggiungere anche la fascinazione espressa più avanti da Williams per la traiettoria biografica, più che letteraria, di Pio Baroja, esponente basco della Generación del ’98 spagnola. Ad attrarre Williams, infatti, è la decisione di Baroja – in aperto conflitto con il provincialismo intellettuale basco e, in generale, spagnolo – di lasciare le comodità e il prestigio della professione medica, in Guipúzoca, per lavorare, in una posizione sociale considerata più umile, nella panetteria aperta dal fratello Ricardo a Madrid.

«Questi gesti sono lo sforzo di preservare se stesso o di preservare una certa qualità tenuta in grande considerazione» (p. 147),

cui segue immediatamente quest’altro appunto in prosa: «Qui sembra che un uomo, affamato di immaginazione, cambi il suo ambiente affinché il suo cibo possa essere più ricco – la classe sociale, senza il potere di esprimersi, vive di valori immaginativi» (pp. 147, 149).

Una posizione chiaramente pauperista, questa di Williams, che associa «la forza PROGRESSIVA della massa» (p. 149) ad una maggiore aderenza sensoria e sensuale alla materialità più concreta della vita, in aperta contrapposizione alle astrazioni intellettualiste della modernità (nonché delle avanguardie storiche), come sempre si legge in queste pagine. È un accenno anche vagamente populista, dove la “forza progressiva della massa” è ricollegata al suo sforzo immaginativo, quando la mancanza del “potere di esprimersi” potrebbe portare, sul piano politico e culturale, a considerazioni anche radicalmente diverse; questo, però, è ancora una volta perfettamente in linea con il refuso/non-refuso (assente, sia chiaro, nell’edizione italiana!) William Carlos Whitman, ovvero alla permanenza, in Spring and All, della numinosa presenza whitmaniana e della sua peculiare concezione, americanissima e per questo tanto individualista quanto populista, di “democrazia”.

Ma è, in fondo, anche per questo motivo che si può avvertire l’imperativo di «leggere oggi Spring and All», come suggerisce, sin dal titolo, la nota finale di Tommaso di Dio, abile traduttore e curatore dell’opera. Spring and All è ancora un’opera che «dic[e] molto a chi intende scrivere oggi poesia» (p. 206), anche e soprattutto se si tiene conto del dissidio con la versione più cerebrale del modernismo a la T.S. Eliot, nonché la forte permanenza whitmaniana – oggi scarsamente recuperabile in quanto tale, ma soltanto attraverso le sue alterazioni, o anche distorsioni, storiche – nella poesia di Williams. Perché, e in questo caso Di Dio ha pienamente ragione, la “relazione fra immaginazione e momento” della poesia è ancora un nesso fecondo, e infinitamente produttivo, per gli infiniti tentativi poetici odierni – a un secolo di distanza da The Waste Land e Spring and All…! – di ricomporre la frammentaria esperienza del reale, riconoscendo compattamente (ma ognuno può dare ai seguenti versi la declinazione politica, culturale e poetica che ritiene più consona) il fatto che «l’aggregata totalità / è incontrollata / poiché incapsula / urticanti / ma / di agonizzanti spire / cuce / pace» (p. 123).
(Lorenzo Mari)

 

I

By the road to the contagious hospital
under the surge of the blue
mottled clouds driven from the
northeast — a cold wind. Beyond, the
waste of broad, muddy fields
brown with dried weeds, standing and fallen

patches of standing water
the scattering of tall trees

All along the road the reddish
purplish, forked, upstanding, twiggy
stuff of bushes and small trees
with dead, brown leaves under them
leafless vines —

Lifeless in appearance, sluggish
dazed spring approaches —

They enter the new world naked,
cold, uncertain of all
save that they enter. All about them
the cold, familiar wind —

Now the grass, tomorrow
the stiff curl of wild carrot leaf

One by one objects are defined —
It quickens: clarity, outline of leaf

But now the stark dignity of
entrance — Still, the profound change
has come upon then : rooted they
grip down and begin to awaken

 

 

I

Sulla strada verso l’ospedale del contagio
sotto l’impennata delle blu
chiazzate nuvole, alla deriva trascinate dal
nordest – un vento freddo. Al di là, lo
spreco di vasti, fangosi terreni
bruni di erba secca, stagnanti e cadute

toppe d’acqua stagnante
uno spargimento di alti alberi

lungo tutta la strada, la rossastra
violacea, biforcuta, retta e sterposa
cianfrusaglia di cespugli e alberelli
con le morte, scure foglie sotto di loro
viti senza foglie –

All’apparenza senza vita, la fiacca
la stupefatta primavera si approssima –
Entrano nel nuovo mondo nudi
freddi, incerti di tutto
tranne che del loro entrare. Tutto intorno a loro
un vento freddo e familiare –

Adesso l’erba, domani
il rigido ricciolo della foglia di carota selvatica

uno dopo l’altro, gli oggetti si definiscono –
Accelera: chiarità e contorno di foglia
ma adesso la brulla dignità
di ogni entrare – Immobili, un profondo mutamento
è giunto in loro: radicati, s’aggrappano
giù, alla terra e cominciano
a risvegliarsi.

 

⥀⥀

 

XIII

Crustaceous
wedge
of sweaty kitchens
on rock
overtopping
thrusts of the sea

Waves of steel
from
swarming backstreets
shell
of coral
inventing
electricity –

Lights
speckle
El Greco
lakes
in renaissance
twilight
with triphammers

which pulverize
nitrogen
of old pastures
to dodge
motorcars
with arms and legs –

The agregate
is untamed
encapsulating
irritants
but
of agonized spires
knits
peace

where bridge stanchions
rest
certainly
piercing
left ventricles
with long
sunburnt fingers

 

 

XIII

Un crostaceo
frammento a triangolo
di sudate cucine
sulla roccia
che sovrasta
gli affondi del mare

Onde di acciaio
da
brulicanti vie laterali
guscio
di corallo
che idea
l’elettricità –

Luci
macchie
El Greco
laghi
nel rinascimento
crepuscoli
con un maglio

che polverizza
l’azoto
dei vecchi pascoli
per schivare
motocarri
con braccia e gambe –

L’aggregata totalità
è incontrollata
poiché incapsula
urticanti
ma
di agonizzanti spire
cuce
pace

dove i piloni su cui si appoggia il ponte
riposano
certamente
penetrano
i ventricoli di sinistra
con le lunghe
dita bruciate dal sole

 

⥀⥀

 

XXIV

The leaves embrace
in the trees

it is a wordless
world

without personality
I do not

seek a path
I am still with

Gipsie lips pressed
to my own –

It is the kiss
of leaves

without being
poison ivy

or nettle, the kiss
of oak leaves –

he who has kissed
a leaf

need look no further –
I ascend

through
a canopy of leaves

and at the same time
I descend

for I do nothing
unusual –

I ride in my car
I think about

prehistoric caves
in the Pyrenees –

the cave of
Les Trois Freres

 

 

XXIV

Le foglie si abbracciano
negli alberi

è un mondo
senza mondo di parole

senza personalità
io non

cerco un sentiero
io sono ancora con

le labbra zingare pressate
alle mie –

è il bacio
delle foglie

senza essere
l’edera velenosa

o l’ortica, il bacio
delle foglie di una quercia –

Colui che ha baciato
una foglia

non ha bisogno di cercare oltre
io salgo su

attraverso
una chioma di foglie

e allo stesso tempo
discendo

nulla di insolito
mi accade –

guido la mia macchina
penso alle

grotte preistoriche
nei Pirenei –

la grotta di
Les Trois Frères

Poesia, realtà e immaginazione in William Carlos Williams e Jack Spicer ⥀ MediumPoesia & Argolibri